Brexit, May prova a evitare il No Deal. Nel Labour è (mini) scissione

Corsa contro il tempo della premier per trovare un accordo con Bruxelles accettabile dai conservatori. Dal partito di Corbyn escono in 7 in polemica con il leader per le sue posizioni sul divorzio dall'Ue

Foto Ansa EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

A poco più di un mese dal fatitico 29 marzo in cui la Brexit diventerà effettiva il governo britannico non è ancora riuscito a trovare un accordo con l'Unione europea che sia accettabile per il Parlamento di Londra. Theresa May ha deciso di lanciare un'offensiva diplomatica per convincere i leader dell'Ue ad accettare le modifiche richieste dai deputati conservatori prima che Westminster prenda controllo del processo di divorzio con il voto in programma il prossimo 27 febbraio.

L'offensiva di May

Secondo quanto riportato da Bloomberg, la premier ha deciso di inviare i propri ministri in Europa nel tentativo di convincere l'Ue a fare concessioni tali da persuadere i più scettici del suo partito a sostenere un accordo modificato. La stessa May ha in programma di incontrare questa settimana il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e di parlare con i leader di tutti i Paesi Ue. L'Attorney General Geoffrey Cox, voce importante del dibattito sulla Brexit in seno al governo, dovrebbe tenere domani un discorso in cui spiegherà come potrebbe essere modificato il punto più controverso dell'accordo, il cosiddetto backstop al confine irlandese, il meccanismo che punta a tenere il Paese legato all'unione doganale per evitare un hard border in Irlanda.

Ue: siamo pronti al No Deal

L'accordo raggiunto con la Gran Bretagna "è un compromesso bilanciato tra Ue e Regno Unito, ed è ora per entrambe le parti di prendersi le proprie responsabilità e affrontare le conseguenze delle proprie scelte: se nel Regno Unito non c'è una maggioranza politica favorevole all'accordo, allora il Regno Unito lascerà l'Ue senza accordo. Questo non è chiaramente il nostro scenario, ma l'Ue è preparata a questo", ha dichiarato il capo negoziatore dell'Ue per la Brexit, Michel Barnier, in un videomessaggio all'università Bocconi di Milano, lanciando un chiaro avvertimento a May.

Sette in fuga dal Labour

E se May è in difficoltà a tenere a bada i suoi anche il Labour di Jeremy Corbyn sta attraversando un momento difficile. A trentanove giorni dalla Brexit, sette deputati laburisti hanno annunciato la loro uscita dal partito denunciando la linea del segretario, de facto pro-Brexit, e una deriva antisemita della principale forza di opposizione nel Regno Unito. Tra i sette che hanno sbattuto la porta e che invitano gli ex colleghi di partito a fare altrettanto, per creare un nuovo gruppo parlamentare indipendente con posizioni meno sbilanciate a sinistra, c'è Chuka Umunna, un “blairiano” sino ad oggi considerato astro in ascesa del Labour, sostenitore di un secondo referendum sull'uscita del Regno Unito dall'Ue. Umunna ha lanciato un appello oggi per una "alternativa" centrista. "Il succo della questione è questo: un fallimento politico, e non deve essere così, cambiamo le cose", ha dichiarato durante una conferenza stampa convocata di gran fretta a Londra.

Le accuse di antisemitismo

La deputata Luciana Berger ha descritto la decisione di lasciare il partito laburista come "molto difficile, dolorosa, ma necessaria". Berger ha puntato il dito contro un Labour accusandolo di essere addirittura diventato "istituzionalmente antisemita" per non aver saputo gestire le accuse di antisemitismo ricevute da alcuni membri. "Sono arrivata a sentirmi imbarazzata e a provare vergogna come rappresentante del partito laburista. Abbandono una cultura di bullismo, bigotteria e intimidazione", ha affermato. A complicare le cose il fatto che il Labour lo scorso luglio ha deciso di non adottare alcuni elementi della definizione di antisemitismo elaborata dall'Alleanza internazionale per la Memoria dell'Olocausto (IHRA), nello specifico al aprte in cui definiva antisemitismo anche il paragone tra alcune politiche dello Stato di Israele con quelle naziste. La direzione nazionale del partito aveva poi cercato di rimediare adottando l'intera definizione, ma aggiungendo un codicillo a tutela della "libertà di espressione", in sostanza per tutelare il diritto di criticare lo Stato ebraico.

Corbyn "deluso"

Corbyn si è detto "deluso" dalla decisione dei sette deputati dissidenti e ha difeso il suo programma socialdemocratico di "redistribuzione della ricchezza" e di nazionalizzazioni. "Sono deluso dal fatto che questi parlamentari si siano sentiti di non poter continuare a lavorare insieme a sostegno delle politiche laburiste che hanno ispirato milioni di persone alle ultime elezioni, nelle quali il partito ha avuto il più grande aumento di voti fin dal 1945", ha detto.

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