La Brexit è realtà, ecco tutto quello che cambia

Fino alla fine del 2020 un periodo di transizione garantirà un addio meno traumatico, ma i cambiamenti in arrivo sono tanti, e riguardano tutti gli ambiti economici e sociali

Dopo circa 47 anni di vita comune e ad oltre tre anni e mezzo dalla vittoria del Leave al referendum del 2016 (1317 giorni, per l'esattezza), il Regno Unito si appresta a realizzare la Brexit. Dal primo febbraio il Paese non farà più parte dell'Unione europea che perderà per la prima volta un pezzo, con i suoi 66 milioni di cittadini, e si ritroverà con 446 milioni di abitanti e un territorio ridotto del 5,5%. Inizialmente però le cose resteranno praticamente invariate. Vediamo punto per punto cosa cambia.

Periodo di transizione

Fino al 31 dicembre 2020 è previsto un periodo di transizione il che significa che il Regno Unito nei fatti rimarranno in vigore tutte le direttive e le regole comunitarie, il Paese continuerà a far parte del mercato unico, dell'unione doganale, rimarrà in vigore la libertà di movimento delle persone e la giurisdizione della Corte di Giustizia europea. Londra però, pur dovendo rispettare le regole europee, non potrà più partecipare alle decisioni che verranno prese in questi 11 mesi. I 73 eurodeputati britannici hanno lasciato i loro uffici, il premier Boris Johnson e i suoi ministri non verranno più invitati alle riunione del Consiglio, così come non ci sarà un commissario britannico a Bruxelles. Londra dovrà accettare però direttive che entreranno in vigore in questo periodo, che però nei fatti sono state discusse e approvate in passato, quando la Gran Bretagna era ancora un membro. Il periodo di transizione potrà essere esteso solo una volta di uno o al massimo due anni, e la richiesta deve arrivare entro il primo luglio, ma Johnson ha già fatto sapere che non intende chiedere alcuna proroga dei tempi. Durante la transizione Londra avrà diritto a discutere trattati commerciali con altre nazioni, ma non potranno entrare in vigore che a divorzio effettuato.

Simboli

Dal primo febbraio verranno eliminati tutti i rispettivi simboli. Via l'Union Jack dai palazzi di Bruxelles, via i vessilli europei di tutti i luoghi pubblici britannici. La loro scomparsa segna la fine di un'epoca che è durata 47 anni e un mese, in tutto 17.196 giorni.

I diritti dei cittadini

Si stima che nel Regno Unito risiedano oggi 3,6 milioni di cittadini di Paesi Ue, inclusi quasi 400mila italiani registrati all'anagrafe consolare (oltre 700mila si ipotizza se si aggiungono anche i non registrati). Mentre i britannici sparsi per il continente sono 1,2 milioni. In base dell'accordo di divorzio, tutti gli espatriati registrati come residenti già oggi o durante la fase di transizione e fino al 30 giugno 2021, manterranno - da una parte e dall'altra - i diritti odierni nei rispettivi Paesi di accoglienza: quasi come se la Brexit per loro non ci fosse. Le cose cambieranno tuttavia per gli ingressi successivi, con lo stop alla libertà di movimento nel 2021 e l'introduzione di un nuovo regime di immigrazione nel Regno Unito sul modello di quello australiano. Chi è arrivato o arriverà nel Regno Unito entro la fine del 2020 potrà richiedere uno statuto speciale che permetterà a chi è sul suolo britannico da meno di 5 anni di potere restare altri 5 dopo il divorzio effettivo come se quasi niente fosse cambiato, e per chi è arrivato da più di 5 anni di restare a tempo indeterminato.

Viaggi nel Regno Unito (e roaming)

Nel periodo di transizione la libertà di circolazione resterà in vigore e i turisti europei potranno continuare a entrare nel Paese senza bisogno di alcun permesso particolare, ma per il futuro il governo sembra intenzionato a introdurre un visto sulla falsariga di quello americano, con la richiesta da fare online e in anticipo. Se il visto avrà un costo non è ancora chiaro. Per quanto riguarda la possibilità di utilizzare il proprio telefonino in roaming nel Paese senza costi aggiuntivi, di sicuro la cosa sarà possibile nel periodo di transizione, ma dal 2021 dipenderà dagli accordi che verranno stretti con l'Unione europea.

Il conto

Secondo quanto stabilito nell'accordo di recesso Londra continuerà a pagare la sua parte del bilancio pluriennale per tutte le politiche la cui decisione ha contribuito a prendere, e naturalmente finché queste saranno in vigore avrà diritto a parteciparvi. Continuerà a pagare per la Politica agricola comune ad esempio, ma i suoi agricoltori anche continueranno a ricevere i fondi che gli spettano. Tutte le spese del prossimo bilancio pluriennale saranno invece sostenute a 27 e non più a 28. Le autorità di Londra hanno stimato che il 'divorzio' costerà alle casse britanniche circa 36 miliardi di euro.

Il secondo negoziato

Esaurite le trattative sulla separazione, il team negoziale europeo di Michel Barnier dovrà nei prossimi mesi discutere le relazioni future a passo di carica con la nuova task force di Downing Street guidata da David Frost. I colloqui entreranno nel vivo a marzo, ma Barnier già prevede un calendario fitto d'incontri continui. In ballo c'è, in primis, il dossier dei rapporti commerciali. Johnson punta a un trattato di libero scambio con i 27, a "zero dazi e zero quote"; ma i tempi sono stretti, i dettagli tecnici complessi, gli ostacoli e i potenziali conflitti numerosi. Col rischio di un nuovo cliff edge (un orlo del precipizio, se non proprio un no deal a scoppio ritardato) destinato a riproporsi fra 11 mesi. La soluzione più probabile è che il negoziato venga spacchettato, chiudendo prima le questioni più urgenti per poi lasciare quelle più spinose a una seconda fase, quando il Regno Unito sarà a tutti gli effetti un Paese terzo.

Irlanda del Nord

Per evitare il ritorno di un confine rigiro l'Irlanda del Nord avrà temporaneamente uno statuto speciale e rimarrà allineata all'Europa su diverse regole del mercato unico, come ad esempio quelle fitosanitarie per evitare controlli sul commercio di bestiame, ma uscirà dall'unione doganale. I controlli sulle merci verranno però spostati sulla costa e non torneranno quindi le dogane nelle strade del Paese. Questo regime speciale durerà per 4 anni dopo la fine del periodo di transizione e potrà essere rinnovato solo con il consenso del Parlamento dell'Irlanda del Nord.

La pesca

Con la Brexit il Regno Unito riprenderà il controllo totale dei suoi mari. Grazie alla Politica comune della pesca i pescherecce dei Paesi Ue hanno pieno accesso alle reciproche acque ad eccezione delle prime 12 miglia nautiche dalla costa, questo dopo la transizione finirà. Cosa accadrà sarà stabilito dai negoziati, ma un compromesso sulla questione dovrà essere trovato perché se è vero che il 57% di quanto è stato pescato nelle acque britanniche è stato catturato da pescherecci appartenenti ad aziende europee è altrettanto vero che il Regno Unito esporta l'80% di ciò che cattura, e il 66% delle esportazioni finisce proprio nei mercati dell'Ue. Le due parti dovranno necessariamente venirsi incontro per reciproco interesse.

Rapporti futuri

L'accordo di recesso stabilisce unicamente i termini dell'uscita della Gran Bretagna dalla Ue. La questione dei futuri rapporti è demandata alla "Dichiarazione Politica" che accompagna l'accordo e stabilisce i principi della futura partnership, politica e commerciale, tra Londra e Bruxelles. Questo documento di 24 pagine costituisce la base per i negoziati che avranno inizio dopo il 31 gennaio, data della Brexit. Nel testo si fa riferimento ad una "partnership ambiziosa, ampia, profonda e flessibile attraverso la cooperazione commerciale ed economica che abbia al centro un accordo di libero scambio ampio e bilanciato". Inoltre, la Dichiarazione Politica mette l'accento sulla cooperazione in tema di sicurezza e giustizia penale, politica estera, di sicurezza e di difesa, oltre a "più ampie aree di collaborazione". Entrambe le parti, inoltre, hanno concordato di non abbassare i reciproci standard in tema di "aiuti di stato, concorrenza, standard sociali e per il lavoro, ambiente, cambiamenti climatici,e rilevanti questioni fiscali", stabilendo così un terreno di regole comuni.

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