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Venerdì, 27 Gennaio 2023

Alfonso Bianchi

Giornalista

Johnson l'ha scampata, ma ora viene la parte più difficile

Boris Johnson l'ha scampata, alla fine i ribelli del partito non sono riusciti a sfiduciarlo e così l'ex sindaco di Londra rimarrà alla guida dei conservatori e del Paese. Contro di lui i voti di sfiducia nel gruppo parlamentare sono stati 148, mentre a suo favore si sono espressi 211 deputati, una maggioranza non bulgara ma comunque del 59 per cento.

Il Partygate, lo scandalo nato dopo che si è scoperto che durante le pandemia di coronavirus al numero 10 di Downing street sono state organizzate diverse feste, quando nel Paese era vietato, è stato considerato dalla maggior parte dei conservatori un peccato tutto sommato veniale. Tra l'altro, alla fine il premier ha ricevuto solo una multa da 50 sterline per aver partecipato personalmente a una festa organizzata in occasione del suo 56esimo compleanno, nel giugno del 2020. Certo nell'opinione pubblica la cosa ha destato una certa indignazione, culminata con i fischi contro Johnson durante il Giubileo di Platino della regina Elisabetta II. Lei è considerata guida morale integerrima, mentre lui ha negato addirittura di aver capito all'epoca di aver violato le regole, le stesse regole scritte da lui. Ma alla fine le uscite a dir poco bizzarre del premier sono un'abitudine nel Paese. Lui resta l'uomo che si vantò di aver stretto la mano ai pazienti dell'ospedale agli inizi dell'emergenza coronavirus, quando le parole lockdown e social distancing non facevano ancora parte del vocabolario dei britannici.

Un vecchio leader dei Tory, William Hague, una volta descrisse il Partito Conservatore come una monarchia moderata dalla pratica del regicidio. Ma stavolta l'assassinio (politico) è stato evitato, anche se le ferite del tentato omicidio potrebbero avere effetti ritardati. Come è successo l'ultima volta che il processo di sfiducia fu attivato. L'allora premier Theresa May, in una votazione sulla sua politica sulla Brexit, sopravvisse a una resa dei conti interna con una maggioranza di 83 voti nel dicembre 2018, ma ne uscì comunque indebolita al punto tale che poco dopo annunciò di essere pronta a lasciare, dimettendosi poi dopo sei mesi e dando inizio alla competizione che portò proprio Johnson a sostituirla. E se a favore di May votarono in 200 e contro in 117, nel caso dell'attuale premier i voti sono stati 211 contro 148. E questo perché nel 2019 la vittoria di Johnson su Jeremy Corbyn fu schiacciante, e portò all'elezione di ben 359 conservatori, con una maggioranza di 80 seggi sui laburisti, un risultato sorprendente. Il partito non è ancora pronto a perdere il leader che ha portato a questo successo, anche perché una figura in grado di prendere il suo posto al momento non sembra esserci.

Le promesse fatte in campagna elettorale furono roboanti, la prima e più importante, Get Brexit Done, portiamo a termine la Brexit, Johnson l'ha mantenuta. Ma le altre, come quella di Level Up Britain, di colmare il divario economico tra Londra e il resto dell'Inghilterra, sono state di fatto congelate dallo scoppio della pandemia, che ha portato il Paese in una delle peggiori crisi dal dopoguerra. Ma alla fine, nonostante le sue gaffes e gli errori iniziali, Johnson ha traghettato con successo il Paese fuori dall'emergenza, con una campagna vaccinale tra le più veloci al mondo e intervento sociali ed economici che hanno aiutato la nazione a reggere la botta, cosa che i suoi fedelissimi (e gran parte della popolazione) gli hanno riconosciuto. E ora viene apprezzato anche il modo in cui sta sostenendo l'Ucraina di Volodymyr Zelensky a rispondere all'invasione della Russia di Vladimir Putin.

"Lo sostengo oggi e continuerò a sostenerlo", aveva annunciato in giornata il ministro delle Finanze, Rishi Sunak, ritenuto il più probabile successore. E insieme i due adesso hanno promesso un “piano per la crescita” e un abbassamento delle tasse, un classico (e semplice) modo per provare a far fronte al calo di consensi che nel Paese c'è stato eccome, e le elezioni locali lo hanno dimostrato. Nel suo manifesto Johnson elettorale prometteva una riduzione dell'immigrazione, ma nonostante le regole severissime imposte gli sbarchi sono arrivati a numeri record. La strategia industriale per il momento è stata abbandonato e anche un programma di costruzione di ospedali, tanto decantato durante l'emergenza, è svanito. Da ora in poi Johnson dovrà trovare il modo di portare a termine quanto promesso, se non vuole essere defenestrato alla prossima occasione utile. E con i ribelli che ormai hanno alzato la testa, e di certo sono pronti a tornare a colpirlo, non sarà certo una passeggiata.

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