Bond per 320 miliardi e aiuti a fondo perduto: il piano Ue per la ricostruzione post-coronavirus

Secondo le bozze in circolazione, l’esecutivo comunitario si prepara a cercare fondi sui mercati finanziari per ‘comprare tempo’ e permettere alle economie in ginocchio di rialzarsi

La Commissione europea si prepara a reperire 320 miliardi di euro grazie a “strumenti finanziati innovativi”, di cui almeno la metà verranno impiegati in programmi di ripresa economica nei Paesi più colpiti dal coronavirus. La cifra, contenuta in una bozza proveniente dagli uffici dell’esecutivo comunitario, è da prendere con le pinze, mentre il programma di emettere bond europei a sostegno dei piani anti-crisi pare già cosa fatta. La coperta dei fondi Ue non è mai stata così corta, dal momento che l’Unione si trova - economicamente parlando - davanti al momento più buio della sua storia. E in assenza di idee migliori, alla Commissione non resta che andare a cercare risorse sul mercato per conto proprio, usando come garanzia quanto riceverà un domani dagli Stati membri. Meccanismo ben diverso dai tanto discussi eurobond, ma andiamo con ordine.

Un'Europa asimmetrica

Nel corso del video-vertice tra capi di Stato e di Governo di giovedì scorso, il quarto consecutivo sul coronavirus, la numero uno della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha incassato l’ok per un piano di Recovery fund da inserire all’interno del bilancio Ue. Tecnicamente, la proposta finanziaria è ancora da scrivere, ma le bozze in circolazione testimoniano che l’esecutivo Ue ha già una chiara idea di dove vuole andare a trovare i soldi per rimettere in sesto l’economia del Vecchio Continente e, soprattutto, evitare le “asimmetrie”. Con quest’ultima espressione, presente pressoché in tutti i comunicati delle istituzioni europee dell’ultima settimana che affrontano i temi economici, si intende la situazione che si è creata dopo il via libera di Bruxelles agli aiuti di Stato alle imprese. Finora sono stati erogati circa 1,8 trilioni di euro in tutta l’Ue, ma a fare la parte del leone è stato un solo Paese: la Germania

Aiutare il Sud

Il bazooka del bilancio pubblico di Berlino rischia di creare un vantaggio enorme per le imprese tedesche, destinate a mangiarsi le quote di mercato lasciate libere dalla profonda crisi in cui si trova l’Europa mediterranea. Ma con mezza Unione che fatica a stare a galla, anche la locomotiva tedesca - in rallentamento ormai da tempo - farà parecchia fatica a rimettersi in moto. Ecco, allora, che anche la presidente tedesca della Commissione europea avverte l’esigenza di tendere una mano agli Stati del Sud Europa che, archiviate le richieste di condivisione del debito tramite eurobond - sempre rispedite al mittente dai Paesi del Nord - calibrano ora le loro pretese sotto forma di aiuti economici ripartito in prestiti da ripagare nel lungo periodo e, soprattutto, sussidi a fondo perduto.

Chi paga?

Il problema che coinvolge tutti i Governi d’Europa, senza distinzioni di colore politico o di latitudine, è sempre lo stesso: chi mette i soldi? I negoziati sul bilancio pluriennale europeo, che vanno avanti da molto prima che la pandemia si abbattesse sull’Unione, si era arenato proprio sul contributo da sborsare da parte degli Stati membri. E adesso pare ancora più difficile che i 27 ministri delle Finanze, già alle prese con l’impennata della spesa sanitaria e il crollo delle entrate fiscali, si facciano convincere a mandare ancora più soldi a Bruxelles

Tasse Ue, istruzioni per l'uso

Un quadro che spiega la decisione della Commissione, già annunciata dalla von der Leyen, di alzare il tetto alle risorse proprie dell’Ue dall’attuale 1,2% al futuro 2%. Ciò significa chiedere ai Paesi di dare l’ok a nuovi canali di finanziamento diretto del bilancio europeo, magari sotto forma di tasse sulla plastica o sui profitti dei giganti del Web o, ancora, aumentando il gettito del sistema Ets che costringe a pagare le imprese che emettono gas serra. Sulla carta, tutti i Governi sono già d’accordo su almeno una di queste proposte. Ma tra dire e il fare, c’è di mezzo un lunghissimo iter di approvazione che richiede il semaforo verde unanime dei 27 esecutivi, che a loro volta devono chiedere l’ok ai rispettivi parlamenti nazionali. Un percorso a ostacoli impossibile da intraprendere in un momento come questo senza una soluzione nel breve periodo.

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L'Europa che garantisce per se stessa

Ecco, allora, l’idea dell’esecutivo comunitario di ‘comprare tempo’ e finanziare gli aiuti in una sola mossa. Emettendo titoli sui mercati, la Commissione europea può ricavare ingenti quantità di risorse senza dover pagare troppi interessi. Questo grazie al rating AAA che vantano i bond Ue, già utilizzati a partire dal 2011 per finanziare i piani d’aiuti delle economie più in difficoltà per la crisi del debito. In quell’occasione, i primi ad avvantaggiarsene furono gli irlandesi, alle prese con una pesante crisi finanziaria. Un vero e proprio contrappasso dantesco che vide il salvataggio di un Paese del Nord con i titoli garantiti da tutti, anche dagli italiani.

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