Nella corsa alle batterie, l'Ue punta sulle miniere dell'Albania. Dove gli incidenti sul lavoro restano impuniti

La strategia per le materie prime include la partnership con i Paesi vicini capaci di offrire litio, cobalto, cromo e altri materiali essenziali per la svolta verde e digitale. Ma che registrano un duro impatto in termini sociali

Archiviati i combustibili fossili come fonte energetica da superare entro i prossimi decenni, l’Unione europea guarda con speranza alla filiera delle batterie come futuro ambito di sviluppo industriale ‘sostenibile’. Ma il Vecchio Continente, trovandosi in ritardo sulle materie prime, ha messo in campo una strategia volta a colmare il divario con i giganti mondiali in campo di metalli o terre rare. Tra le azioni annunciate da Bruxelles c’è anche la volontà di diversificare gli approvvigionamenti, con accordi di partenariato con i Balcani occidentali, in particolare Serbia e Albania. Quest’ultima si trova anche a un livello avanzato nel processo di adesione all’Ue e l’eventuale ingresso nell’Unione faciliterebbe lo scambio commerciale nel Paese ricco di risorse minerarie. Ma ancora molto indietro sul rispetto dei diritti dei lavoratori.

La denuncia

Quello minerario è infatti il settore che registra nel Paese più morti sul lavoro. “Sette lavoratori hanno perso la vita” nelle miniere albanesi “tra i mesi di gennaio e novembre 2019”, ha affermato in un’interrogazione parlamentare l’eurodeputata Dominique Bilde del Rassemblement national, il partito di Marine Le Pen alleato in Europa con la Lega. “Nel novembre 2019, i disordini sociali hanno portato a proteste nella miniera di Bulqiza, di proprietà di Albchrome gestita dall'oligarca Samir Mane”, scrive ancora la politica francese. I minatori si sarebbero ribellati “alle pressioni che si diceva fossero state esercitate dal management sul sindacato principale e che hanno portato al licenziamento del leader del sindacato”. 

I diritti violati

La denuncia della parlamentare della destra francese trova conferma in quanto riportato da un giornale italiano non proprio vicino ideologicamente a Marine Le Pen. Il Manifesto ha infatti messo in luce le tensioni coi lavoratori nel “distretto dell’entroterra albanese” dove “si trovano grandi riserve di cromo”. Arlind Qori, dalle colonne del quotidiano comunista, ha ricordato che “il principale corridoio di estrazione del minerale è stato preso in concessione dall’uomo più ricco del Paese, quello che molti chiamano «l’oligarca» Samir Mane”. Alla notizia delle tante morti confermate negli stabiliti di estrazione, il Manifesto aggiunge un particolare non di poco conto ovvero che “in tutti i casi gli organi giudiziari hanno esonerato l’impresa da qualsiasi responsabilità nei decessi”.

I legami con l'Ue

“L'Unione europea - ha ricordato inoltre l’eurodeputata Bilde - è il principale partner commerciale dell’Albania” dal momento che rappresenta “il 76,3% delle esportazioni albanesi”. Bruxelles, inoltre, “ha avviato i colloqui di adesione con il Paese alla fine di marzo 2020”. L’europarlamentare francese si chiede quindi quali misure siano state adottare “per garantire che il diritto internazionale sulla libertà di associazione e il lavoro in Albania sia rispettato” e che “le importazioni di cromo dall'Albania nell'Unione europea non contribuiscano a potenziali violazioni di tali diritti”. 

L'impatto sociale

Il caso Albania rischia di ripresentarsi in altri Paesi con i quali l’Ue è alla ricerca di accordi di partenariato volti a fornire le materie prime essenziali per le tanto sbandierate transizioni verde e digitale del Continente. Ma l’impatto sociale non sembra sia stato preso in considerazione, almeno nelle battute iniziali di tale strategia.

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