La 'strage' degli attivisti dei diritti umani, nel 2019 ne sono stati uccisi più di 300

L'America Latina è il luogo del mondo dove l'attività è più rischiosa per i militanti di cause sociali, ambientali o dei nativi e dove l'impunità è più diffusa, specialmente in Colombia

Manifestazione in Colombia dopo l'omicidio del giovane Dilan Cruz - foto Ansa EPA/Mauricio Duenas Castaneda

Sono più di 300 gli attivisti dei diritti umani, Lgbti+, della causa ambientalista o delle minoranze entiche e dei nativi che sono stati uccisi lo scorso anno, in quella che è una strage silenziosa avvenuta in 31 Paesi della terra. La denuncia arriva dal report Front Line Defenders che sottolinea come la maggior parte delle uccisioni sono avvenute in America Latina, dove l'impunità sembra purtroppo essere la norma.

Colombia

E nello specifico la maggior parte delle morti sono avvenute in Colombia dove, come denuncia l'Alto commissariato Onu per i diritti umani, nel 2019 sono stati uccisi 107 attivisti e nel 2018 115. Presentando al Consiglio di sicurezza l'ultima informativa sull'attuazione dell'accordo di pace nel Paese, il capo della missione Onu nella nazione, Carlos Ruiz Massieu, ha dichiarato che la pace non potrà essere raggiunta se continueranno a essere uccisi leader sociali ed ex combattenti delle milizie comuniste Farc-ep. "La pace non sarà raggiunta fintanto che le voci dei leader sociali continueranno a essere messe a tacere dalla violenza e fintanto che gli ex combattenti impegnati nel processo di reintegrazione continueranno ad essere uccisi", ha detto Massieu, secondo quanto riporta il quotidiano "El Espectador". Secondo quanto si legge nell'informativa, nel 2019 sono stati assassinati 77 ex combattenti delle Farc; un dato che fa dell'anno appena trascorso l'anno più violento per gli ex guerriglieri dalla firma dell'accordo di pace con il governo, nel novembre 2016.

Attacchi fisici e campagne di diffamazione

Secondo Front line defeders le Filippine sono state il secondo Paese più mortale per gli attivisti con 43 omicidi, seguite da Honduras, Brasile e Messico. Il report parla di attacchi fisici ma anche di campagne di diffamazione, minacce alla sicurezza digitale, molestie giudiziarie e attacchi di genere subiti da coloro che si sono esposti in prima persona nelle proteste contro disuguaglianze radicate, corruzione e autoritarismo in tutto il mondo. Nei casi in cui i dati sono disponibili, il rapporto ha rilevato che l'85% delle persone uccise lo scorso anno erano state in precedenza minacciate individualmente o come parte di una comunità o gruppo, il 13% erano donne e ben il 40% si occupava di espropriazioni di terre o della difesa di popolazioni indigene e questioni ambientali.

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