Martedì, 16 Luglio 2024
Belgrado chiama Mosca

Il nuovo campo di battaglia tra Usa e Russia è il Kosovo

In un attacco terroristico nella regione a maggioranza serba è morto un poliziotto. Dopo mesi di tensioni altissime la diplomazia dell'Ue non sa più come gestire la situazione

Un attacco terroristico grave, arrivato dopo oltre un anno di escalation delle tensioni in Kosovo. Un commando armato di trenta uomini ha ucciso un poliziotto nel Nord del Kosovo, la zona a maggioranza serba. Sarebbero cinque gli uomini del commando proveniente dalla Serbia deceduti durante gli scontri durati per ore nei dintorni di un monastero ortodosso, all'interno del quale i terroristi si erano barricati. Oltre al bilancio umano, c'è da stilare quello diplomatico. La Russia si è immediatamente collocata al fianco della Serbia, con la longa manus di Mosca pronta a fornire sostegno nel tentativo di allontanare Belgrado dalla sfera europea, gli Stati Uniti che sembrava volessero progressivamente uscirne sono nuovamente risucchiati nella diatriba balcanica. Il cero rimane nelle mani dell'Unione europea, che nonostante gli sforzi diplomatici portati avanti da mesi, è ormai incastrata in un difficile equilibrismo tra i due uomini "forti" e allergici al dialogo: il primo ministro kosovaro Albin Kurti e il presidente serbo Aleksander Vučić.

Assalto al monastero

Domenica 24 settembre una pattuglia della polizia del Kosovo è caduta in un'imboscata da parte di circa 30 uomini armati in maniera pesante (alcune fonti parlano di 40) presentatisi al confine con la Serbia accompagnati da veicoli blindati. Un sergente di polizia di nome Afrim Bunjaku è morto e un altro è rimasto ferito. Gli uomini armati sono poi fuggiti in un monastero locale, dove si sono barricati e per ore hanno ingaggiato uno scontro con colpi di arma da fuoco con gli agenti kosovari. Il primo bilancio delle vittime parlava di tre terroristi morti, ma è salito a cinque lunedì 25 settembre quando il procuratore Naim Abazi ha annunciato il ritrovamento di un altro terrorista deceduto. L'attacco ha immediatamente scatenato una serie di reazioni.

Belgrado sponsor dell'attacco?

Pristina ha reagito accusando Belgrado di aver organizzato l'azione dei paramilitari. In un post sulla piattaforma X, il primo ministro Kurti ha sostenuto che le armi e gli equipaggiamenti "di livello militare" sequestrati nell'operazione antiterrorismo "non lasciano spazio a dubbi: gli autori non hanno agito da soli, ma con il sostegno dello Stato. La Serbia deve essere ritenuta pienamente responsabile della sponsorizzazione della violenza terroristica sul territorio del Kosovo". Sulla stessa linea si è collocata la presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, che durante l'incontro con l'inviato speciale della Germania per i Balcani Occidentali, Manuel Sarrazin ha dichiarato che "le azioni terroristiche e gli atti di aggressione nel nord sono orchestrati e attuati da strutture appoggiate da Belgrado". Poi ha chiamato direttamente in causa il presidente serbo affermando: "Le azioni della Polizia del Kosovo contro le strutture illegali e i gruppi criminali di Vučić sono legittime, in adempimento dei loro doveri costituzionali e di difesa di tutti i cittadini, senza distinzioni".

Il rifiuto

Nel corso della conferenza stampa successiva alla notizia dell'attacco Vučić, pur non rivendicandolo apertamente, ha lasciato intendere la sua approvazione: "Molte persone sono cadute per la libertà della Serbia e per il Kosovo serbo. Una cosa è certa: il Kosovo non sarà mai riconosciuto dalla Serbia". Il presidente serbo ha quindi ribadito come la porta nei confronti di Pristina sia chiusa, anzi serrata e non lascia spazio alle trattative che da anni l'Unione europea e gli Stati Uniti portano avanti nell'ottica del riconoscimento. Solo pochi giorni fa, il 21 settembre, il presidente serbo nel corso della riunione delle nazioni Unite a New York aveva lanciato un duro attacco nei confronti della Nato e delle potenze occidentali, sottolineando come nel 2008 "la decisione illegale sulla separazione della provincia autonoma del Kosovo e Metohija dalla Serbia è stata presa senza referendum o altre forme democratiche". Durante il suo contributo al dibattito generale dell'Onu Vučić ha ricordato: "La cosa peggiore è che tutti coloro che hanno commesso l'aggressione contro la Repubblica di Serbia oggi parlano dell'integrità territoriale dell'Ucraina, come se noi non sostenessimo l'integrità dell'Ucraina", ha rilanciato il presidente serbo, "ma quando chiediamo loro (all'Occidente, ndr) riguardo all'integrità territoriale della Repubblica di Serbia...la risposta è quella che tutti voi, rappresentanti dei paesi più piccoli del mondo, avete sentito in innumerevoli occasioni: non tornate indietro al passato, guardate al futuro". Questa stigmatizzazione dei "due pesi e due misure" del blocco Nato segna un'altra frattura con Belgrado, che in questi mesi si è rifiutata di condannare apertamente l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia.

Mosca chiama Belgrado

Dopo l'attacco nel Kosovo del Nord Mosca ha subito allungato la mano verso il presidente serbo per far sentire nuovamente la sua vicinanza. Durante l'incontro con l'ambasciatore russo in Serbia, Alexander Bocan-Harchenko, Vučić lo ha informato della "brutale pulizia etnica organizzata da Albin Kurti con l'appoggio di una parte della comunità internazionale". Un'accusa che non colpisce solo Pristina, ma anche l'Unione europea, quello stesso blocco a cui la Serbia intende aderire, almeno sulla carta. "In Kosovo vediamo un atteggiamento tradizionalmente parziale nei confronti dei serbi… La situazione è molto, molto tesa e potenzialmente pericolosa, la stiamo monitorando molto da vicino", ha affermato in una conferenza stampa il portavoce del governo russo Dimitry Peskov ribadendo il pieno sostegno a Belgrado. La Serbia rimane il principale punto di appoggio al Cremlino in Europa e Vladimir Putin non intende perderlo.

Exit strategy

L'attacco del gruppo armato potrebbe costringere anche gli Stati Uniti ad un riposizionamento nei Balcani. In questi mesi Washington ha spesso stigmatizzato l'atteggiamento intransigente e provocatorio di Albin Kurti. Anche durante la gestione della "crisi delle targhe" e dei violenti scontri seguiti alle elezioni locali in quattro comuni del Nord del Kosovo, l'ambasciata statunitense aveva richiamato Pristina alle sue responsabilità. Dopo gli scontri avvenuti a maggio, con 30 soldati della Nato feriti, l'ambasciatore americano a Pristina, Jeffrey Hovenier, aveva detto che Washington avrebbe applicato sanzioni nei confronti di Pristina, aggiungendo che gli Stati Uniti "cesseranno anche tutti gli sforzi per aiutare il Kosovo ad ottenere il riconoscimento da parte degli stati che non hanno riconosciuto il Kosovo e nel processo di integrazione nelle organizzazioni internazionali". Una posizione molto dura, inedita nei rapporti tra Washington e Pristina.

Al momento gli Stati Uniti non hanno annunciato un aumento delle forze armate della Kfor sul territorio, ma il giornalista investigativo kosovaro Fitim Çeku ha postato su X un video del 25 settembre in cui si vedono blindati avanzare nel corso della notte: "Le grandi forze della KFOR in questi momenti blindano il #nord del #Kosovo. Secondo le informazioni, si tratta della KFOR americana con equipaggiamenti sofisticati", ha scritto il giornalista. Una mossa che andrebbe in direzione contraria rispetto all'idea di un allontanamento degli Stati Uniti dai Balcani. Per ora la vicinanza è soprattutto simbolica. La bandiera presso l'ambasciata americana è stata abbassata a mezz'asta in onore del sergente Afrim Bunjaku, che è stato anche dichiarato "Eroe del Kosovo" dalla presidente Osmani nel corso di una commemorazione dedicata all'agente deceduto. Anche uno spot pubblicitario a Times Square, a New York, ha reso omaggio all'ufficiale di polizia, ringraziando le forze del Kosovo per il loro lavoro.

Il ruolo dell'Italia

La situazione riguarda da vicino l'Italia. La missione Kfor è guidata dal generale Angelo Michele Ristuccia, con oltre 800 militari italiani presenti in Kosovo sotto l'egida della Nato. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato l'intenzione rafforzare la presenza delle forze militari al confine tra Kosovo e Serbia. "Ho parlato con il presidente Vučić e con il primo ministro Kurti. Ho chiesto ad entrambi di favorire il dialogo tra le parti. D'intesa con Guido Crosetto (ministro della Difesa, ndr) lavoriamo per rafforzare la presenza della Kfor al confine tra Serbia e Kosovo e prevenire ulteriori scontri", ha affermato il capo della Farnesina.

Parole scelte male

L'Unione europea nel frattempo è in uno stallo, dovendo digerire l'ennesimo episodio che mette a dura prova i tentativi di "normalizzazione" nella regione. All'inizio di settembre l'incontro di Kurti e Vučić a Bruxelles, con la mediazione del capo della diplomazia europea Josep Borrell, è stato un buco nell'acqua. In seguito all'attacco la reazione "lenta" dell'Ue è risultata sgradita a Pristina. Il capo diplomatico europeo in un post iniziale aveva definito l'assedio "ostilità in corso", parlando di "attacchi" e invitando "tutti gli attori" ad "allentare l'escalation", senza utilizzare la parola "terroristi". La ministra degli Esteri del Kosovo, Donika Gervalla-Schwarz ha criticato Borrell per la scelta delle parole. "I terroristi uccidono la polizia e voi fate appello a 'tutti gli attori'? Ora, una parola di sostegno alla polizia? Neppure contro i terroristi? Ha definito "ostilità" anche gli attacchi terroristici in Spagna? Che peccato. Come possono i membri dell’Ue tollerare ancora questo cinismo?", ha scritto su X la ministra. Borrell in una successiva dichiarazione ha corretto il tiro, parlando apertamente di "attacco terroristico".

Il ruolo di Srpska Lista

Più esplicito è stato invece l’ambasciatore tedesco Jorn Rohde, che ha invitato la Srpska Lista (Lista serba), il partito politico di etnia serba in Kosovo, a "porre fine al silenzio e ad unirsi a tutti noi nella nostra chiara posizione contro questo attacco omicida". La dichiarazione è arrivata dopo che il direttore generale della polizia del Kosovo, Gazmend Hoxha, ha annunciato il ritrovamento di documenti riconducibili al vicepresidente della Lista serba Milan Radojcic, già ricercato dal Kosovo e sanzionato dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. "In uno dei veicoli di tipo Mercedes con targa BG è stato trovato il documento di porto d'armi del vicepresidente della Lista Serba, Milan Radojcic, sospettato di coinvolgimento in gruppi criminali nella Repubblica del Kosovo. Il documento è stato rilasciato dalle autorità serbe," ha concluso Hoxha.

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