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Mercoledì, 29 Maggio 2024
Eterne promesse

Perché (per ora) nessuno vuole i Balcani nell'Ue

Bruxelles ha promesso 6 miliardi di investimenti ma ci sono da combattere criminalità e conflitti etnici non ancora sopiti. I Paesi membri temono di dover spartire la torta dei fondi europei

Più interazione con le economie europee e la promessa di investire 6 miliardi di euro nei Balcani Occidentali. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è in viaggio nella regione per visitare i Paesi candidati ad entrare nell'Unione europea e convincerli ad accelerare le riforme richieste. Per completare i processi di integrazione resta da gestire una serie di ostacoli: burocrazie legnose, corruzione e una criminalità organizzata ancora molto presente sui territori. Infine Bruxelles teme il conflitto etnico-religioso ancora rovente tra Serbia e Kosovo. La responsabilità di una coesione al rallentatore non la si deve solo ai Balcani. Dietro le frenate ci sono anche altre motivazioni, che partono dal blocco dei 27. Nessuno vuole rinunciare ai fondi europei, che sarebbero destinati all'Europa Sud-Orientale, né al difficile equilibrio raggiunto in questi anni all'interno delle istituzioni e che rischia di essere sconquassato dai nuovi ingressi.

Aperture anticipate

Il rilancio delle economie balcaniche passa dalla liquidità. L'Ue è pronta a supportare la regione con altri 6 miliardi di investimenti, ma intende anche aprire alla libera circolazione di beni e servizi, in particolare nel settore dei trasporti e dell'energia, prima ancora che il processo di adesione sia completato. Lo ha detto von der Leyen durante i primi due giorni della visita. Liberalizzazioni a cui non è detto siano pronti i Paesi balcanici. Nel corso della sua visita nei Balcani la politica tedesca ha affermato che il pacchetto europeo di investimenti mira a raddoppiare le economie del Kosovo e della Macedonia del Nord nel prossimo decennio. Per ottenere il massimo dall'adesione bisogna però completare le riforme richieste. A Skopje, ad esempio, la guida dell'esecutivo europeo ha invitato tutti i partiti a sostenere le modifiche costituzionali necessarie per l'adesione al blocco, al fine di cogliere le opportunità economiche promesse.

Criminalità radicata

I problemi nella regione non sono solo di stampo burocratico o di governance, come nel caso di riforme del sistema giudiziario o di lotta alla corruzione, ma investono elementi sociali più profondi. Molte economie sono legate a filo doppio alla criminalità organizzata, come quella in Kosovo. Secondo la Banca Mondiale, a Pristina e dintorni una parte considerevole di danaro viene generata da contrabbando, traffico di essere umani e di droga, oltre che da attività legate al mercato nero. Il piccolo Paese balcanico è quello più problematico anche da un altro punto di vista: l'instabilità dei rapporti con la Serbia, che non intende riconoscerne l'indipendenza.

Un messaggio per Kurti

Il conflitto tra Pristina e Belgrado si è acuito nell'ultimo anno, con scontri gravi avvenuti a fine maggio e l'attacco terroristico con un manipolo paramilitare serbo entrato nel Nord del Kosovo che ha provocato la morte di un poliziotto kosovaro. Una situazione che neppure la costante intermediazione di Bruxelles e della comunità internazionale sta riuscendo a placare. "La storia dell’allargamento è la storia dei Paesi usciti dalla seconda guerra mondiale. È una storia di pace, riconciliazione e normalizzazione delle relazioni, e quindi questa è una precondizione per aderire all’Ue", ha ricordato von der Leyen provando ad inviare un chiaro messaggio al primo ministro kosovaro Albin Kurti. Quest'ultimo a metà settembre aveva sollevato dubbi sulle promesse delle istituzioni Ue rispetto alle prospettive di allargamento, tenuto conto che a giugno 2024 ci sarà il voto europeo: "Le elezioni si basano sui cambiamenti. Michel (presidente del Consiglio europeo, ndr) è un presidente fantastico, ma non saremo presenti l’anno prossimo. La Commissione, così com'è, non sarà presente. Non è una decisione che queste persone possono prendere", ha detto Kurti scettico sulle promesse di Bruxelles.

Gli sforzi del Montenegro

Il 31 ottobre la presidente tedesca della Commissione si è recata in Montenegro, da anni considerato uno dei Paesi che più ha avanzato nel processo delle riforme richieste. Dopo essersi liberato dell'ingombrante figura di Milo Dukanovic, che ha avviato la svolta pro-europea ma era accusato di gestire il Paese tramite i suoi clan, anche di stampo criminale, il nuovo governo di Podgorica è stato appena battezzato dopo settimane di negoziati. Alla sua guida dovrebbe esserci l'economista Milojko Spajic del Movimento Europa Ora. Nella coalizione saranno inclusi i Democratici europei di centro-destra, il Partito popolare socialista filo-serbo e cinque partiti della minoranza albanese.

Spajic ha dichiarato che le politiche economiche comprenderanno riforme volte ad aumentare le entrate fiscali, gli investimenti e a migliorare il sistema giudiziario. L'obiettivo è quello di mettere da parte i conflitti e completare insieme il processo di adesione. L'ingresso del Montenegro era stato previsto dall'ex capo della Commissione Juncker nel 2025. Una data destinata ad allontanarsi, con l'orizzonte che si è ormai spostato al 2030. "Congratulazioni per il vostro allineamento al 100% con la politica comune estera e di sicurezza dell'Ue. Siete un apprezzato membro della Nato. Mi compiaccio che siate focalizzati sull'obiettivo dell'adesione: ora dobbiamo percorrere insieme l'ultimo miglio", ha dichiarato von der Leyen, congratulandosi con Podgorica per aver deciso di adottare le sanzioni contro la Russia promosse da Bruxelles.

Paura di dividere la torta

La settimana prossima la Commissione dovrebbe esaminare il pacchetto sull'allargamento, valutando il rapporto sui progressi fatti dai Paesi candidati all'adesione. Al di là dei conflitti e delle difficoltà ad attuare le riforme richieste, con alcuni mali che affliggono in realtà anche i Paesi già membri, ad ostacolare l'allargamento ci sono anche altri fattori provenienti dal lato del blocco dei 27. In primo luogo va considerata la paura di vari governi di perdere i sussidi europei di cui hanno goduto finora. Bruxelles sarebbe propensa a spenderli in favore dei nuovi entrati, come già avvenuto in passato. Il timore non è infondato, visto l'impegno della Commissione a sostenere i Paesi e soprattutto le regioni più arretrate per risollevarle ed allinearle con le altre più forti. Una missione difficile, lunga e dispendiosa che andrebbe ad incentrarsi nelle frammentate e fragili economie balcaniche. C'è poi il fattore migrazione, con i territori della regione reputati delle "gruviere" da cui passano migliaia di migranti in maniera irregolare. Con l'adesione la già fragile "Fortezza Europa" perderebbe dei "cuscinetti" ai confini.

Equilibri da mutare

L'allargamento ad est si teme influirà anche sul piano geopolitico, come ricordato poche settimane fa dal ministro delle Finanze portoghese. Il cambiamento andrà valutato "dalle questioni geopolitiche, dove un allargamento verso est rafforzerà naturalmente l’inclinazione verso est dell’Unione europea, ma soprattutto dal punto di vista di tutti gli strumenti finanziari e di governance a livello dell’Unione", ha sintetizzato il ministro Fernando Medina durante una conferenza a Lisbona. Sottotesto: c'è chi teme gli storici rapporti con la Russia da parte della Serbia, chi l'ingresso di Paesi a maggioranza musulmana, come la Bosnia-Erzegovina. Infine i governi dei 27 temono processi decisionali ancora più lunghi e complessi, dove le trattative potrebbero diventare estenuanti o condurre a situazioni limite come avvenuto con la Polonia e l'Ungheria, screditate sia da Bruxelles che dal parlamento Ue. Consapevole di questi limiti von der Leyen ha promesso di lavorare sulla riforma delle istituzioni prima di completare l'allargamento, ma la fiducia delle popolazioni balcaniche di diventare "europee" a pieno titolo potrebbe nel frattempo esaurirsi, preferendo magari guardare altrove.

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