L'Ue si piega a Orban: confini chiusi e chi aiuta i migranti è un crimininale

Il leader ungherese si felicita del nuovo approccio europeo all'immigrazione, facendo riferimento a quanto sta accadendo al confine tra Grecia e Turchia. Mentre Amnesty segnala l'aumento dei processi a carico degli attivisti dei diritti umani

Le frontiere Ue "non sono aperte". E poco importa che al di là della linea che separa la Grecia dalla Turchia ci siano decine di migliaia di richiedenti asilo, tra cui donne e bambini, in fuga dalla guerra in Siria. La priorità è fare da "scudo" ai flussi, anche chiudendo gli occhi sulle violenze della polizia greca. Mentre Amnesty international, con uno studio, denuncia che difendere i diritti di migranti e rifugiati sta diventando ormai un vero e proprio crimine in tutta l'Unione europea, con sempre più Paesi che ricorrono a norme sull'immigrazione e antiterrorismo che violano i diritti umani. Un quadro che fa felice Victor Orban, che forse non a torto rivendica la paternità di questo nuovo approccio sull'immigrazione da parte dell'Europa.

Il "modello" Grecia

Se nel corso della crisi dei migranti del 2015 la parola d'ordine era "solidarietà" e non fare morire in mare o lungo le rotte di terra i richiedenti asilo in fuga dalla guerra in Siria, oggi l'Ue, dopo quasi un lustro di discussioni (senza esito) su come fronteggiare in maniera unitaria i flussi migratori, ha deciso di sposare il pugno duro: "Le frontiere esterne dell'Unione europea non sono aperte e non devono essere aperte", ha detto la commissaria europea agli Affari interni, la socialista Ylva Johansson. La sua presidente, Ursula von der Leyen, era stata ancora più specifica, dicendo che la Grecia è "lo scudo" dell'Ue dinanzi alla Turchia e al suo uso dei migranti come arma di ricatto. Un incarico che Atene sta prendendo alla lettera, visto il dispiegamento massiccio di polizia e armi al confine per respingere uomini, donne e bambini portati li' da Ankara. Diverse fonti sul campo parlando di feriti e anche morti. Bruxelles ha in un primo momento evitato di eprimersi in merito, parlando persino di "fake news". Solo ieri il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha ammesso che le violenze ci sono state e che sono "inaccettabili".

L'Unione che non c'è

Il problema è che aprire le frontiere vorrebbe dire avere un sistema comune Ue di gestione dei flussi, cosa che dopo la crisi del 2015 doveva diventare realtà e che invece è ancora bloccata per i veti di diversi Paesi, come Austria e Ungheria. La riforma del regolamento di Dublino, che per l'Italia dovrebbe mirare a creare un meccanismo di ripartizione tra tutti gli Stati membri dei migranti che arrivano nell'Ue, è ancora al palo. E persino dinanzi all'emergenza in Grecia, dove già prima della nuova crisi con la Turchia erano stipati decine di migliaia di richiedenti asilo in campi con condizioni definite da più parti "disumane", la risposta dei ministri Ue è stata un secco no a qualsiasi ipotesi di ripartizione del peso dell'accoglienza:  "C'è una parte di Paesi che non vuole mai sentire parlare di ripartizione obbligatoria", ha ammesso la ministra Luciana Lamorgese al termine dell'incontro a Bruxelles con i colleghi europei in sede di Consiglio Ue.

Stretta sulle ong

Il comunicato sottoscritto dai ministri al termine di questa riunione è sintomatico di un altro aspetto di questo nuovo approccio Ue all'immigrazione: "I migranti non devono essere incoraggiati a mettere in pericolo la propria vita tentando di attraversare illegalmente via terra o via mare - si legge nella nota - Il Consiglio invita il governo turco e tutti gli attori e le organizzazioni sul campo a trasmettere questo messaggio e contrastare la diffusione di informazioni false. L'Ue continuerà a combattere attivamente il traffico di esseri umani". Dietro questa nota, c'è un chiaro messaggio alle "organizzazioni sul campo", ossia alle ong che in questi giorni stanno denunciando le violenze di entrambi i fronti (greco e turco) sui migranti. Un messaggio che fa il pari con quanto sta accadendo in diverse parti dell'Ue nei rapporti tra governi e organizzazioni umanitarie, come denuncia un report di questi giorni di Amnesty international.

Il rapporto

Secondo questo report, "Punire la compassione: solidarietà sotto processo nella Fortezza Europa", tra il 2015 e il 2018 in tutta l'Ue sono state indagate 158 persone per favoreggiamento di ingresso irregolare nell'Unione europea e 16 Ong hanno subito un procedimento penale. Secondo la Ong la vaghezza delle disposizioni contenute all'interno del cosiddetto ''Pacchetto favoreggiatori'', varato dall'Ue per combattere il traffico di esseri umani nel 2002, lascia troppa discrezionalità agli Stati membri, e così l'attuazione di questa direttiva ha portato in realtà all'avvio di procedimenti penali e all'applicazione di sanzioni a discapito di chi si batte per i diritti umani e mostra solidarietà verso i migranti.

Casi in tutta Europa

Il rapporto esamina diversi casi registrati tra il 2017 e il 2019, in Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Regno Unito, Spagna e Svizzera e afferma che le autorità hanno trattato atti di umanità come minacce alla sicurezza nazionale e all'ordine pubblico, ostacolando il lavoro dei difensori dei diritti umani e costringendoli a impiegare le loro scarse risorse ed energie per difendersi in tribunale. ''L'incapacità degli stati europei di soddisfare i bisogni fondamentali dei rifugiati e dei migranti significa che spesso è lasciato alla gente comune fornire servizi e supporto essenziali. Punendo le persone che si mobilitano per colmare queste lacune, i governi europei stanno esponendo le persone in movimento a rischi ancora maggiori'', ha affermato Elisa De Pieri, ricercatrice di AI per l'Europa.

L'Italia

Le Ong, in particolare, sono state prese di mira soprattutto in Italia e hanno subito campagne denigratorie nonché indagini penali. Dall'agosto 2017, le autorità italiane hanno sequestrato le navi delle ong in più occasioni, riducendo il numero di quelle disponibili per le operazioni di soccorso proprio mentre il tasso di mortalità in mare è aumentato in maniera esponenziale nel 2018 e nel 2019. ''È fondamentale che le autorità italiane diano un segnale inequivocabile, abrogando e ritirando le disposizioni che limitano e ostacolano il lavoro delle Ong impegnate nelle attività di ricerca e soccorso e modificando la legislazione per garantire che l'ingresso irregolare nel territorio dello Stato non sia trattato come un reato”, ha chiesto Ilaria Masinara, Migration and Discrimination Campaign Manager di Aamnesty International Italia, in riferimento al decreto sicurezza voluto in particolare dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini.

Orban esulta

Se Amnesty lancia l'allarme, c'è chi invece esprime apprezzamento per il nuovo corso Ue sull'immigrazione: "La posizione dell'Ungheria contro l'immigrazione clandestina è diventata l'approccio generalmente accettato in Europa", ha dichiarato il primo ministro Viktor Orban commentando quanto sta avvenendo al confine tra Grecia e Turchia. "Siamo stati noi i primi ad annunciare una politica contro l'immigrazione musulmana", ha aggiunto Orban, ed è stata "un successo". I tempi sono cambiati da quando "gli ungheresi venivano insultati perché proteggevamo i nostri confini": ora è l'intera Ue a sposare la linea dei confini chiusi.  

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