Sabato, 23 Ottobre 2021
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“No all’aborto a fine gravidanza”: donna down fa causa al governo inglese, ma i giudici le danno torto

Battaglia in Corte contro la legge che, secondo la 26enne, discriminerebbe i portatori di disabilità. Migliaia di sostenitori hanno anticipato le spese legali

Una donna down di 26 anni ha trascinato davanti all'Alta corte di Londra il ministro alla Salute britannico per via della legge inglese sull'aborto che, secondo lei, discriminerebbe le persone affette dalla sua stessa sindrome. Ma Heidi Crowter, così si chiama la giovane che ha ingaggiato la battaglia legale contro il suo stesso Paese, ieri ha perso. I due giudici chiamati a decidere sul ricorso hanno infatti stabilito che la legislazione in vigore non è illegittima e mira anzi a trovare un equilibrio tra i diritti del nascituro e delle donne incinte.

Crowter negli ultimi mesi è diventata la condottiera in tribunale di migliaia di britannici che hanno sposato la sua causa donandole i soldi per pagare gli avvocati. La legge che vorrebbe cancellare dall’ordinamento britannico risale al 1967 e permette l'interruzione della gravidanza fino alla nascita se c’è “il rischio sostanziale” che il bambino sia portatore di gravi disabilità, come la sindrome di down. Secondo la 26enne e Maire Lea-Wilson, la madre di un bambino down che ha sostenuto in tribunale le ragioni di Crowter, la legge sarebbe “discriminatoria” e avrebbe l’effetto di stigmatizzare i disabili. Per le due donne, la regola che permette alle donne di abortire fino all’ultimo giorno di gravidanza per gravi problemi di salute del feto rappresenterebbe anche una violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione europea sui diritti umani e, più in generale, "i diritti alla dignità, all'autonomia e allo sviluppo personale”. 

L’istanza ieri è stata respinta sebbene “le questioni che hanno dato origine a questo ricorso siano altamente sensibili e talvolta controverse”, si legge nella decisione. Gli argomenti sostenuti di fronte ai giudici “generano forti sentimenti, da tutte le parti del dibattito, comprese alcune evidenti differenze di vedute su questioni etiche e religiose”. Tuttavia, “questa Corte non può entrare in tali controversie” e “deve decidere la causa solo a norma di legge”. 

I due giudici hanno precisato che le testimonianze che avevano ascoltato mostravano che c'erano famiglie che desideravano con forza avere un figlio nonostante fosse affetto da gravi disabilità, ma hanno anche spiegato che non tutte le famiglie avrebbero reagito in quel modo. “Non sappiamo cosa accadrebbe in un mondo controfattuale - hanno scritto i giudici - in cui alcune donne sono costrette dalla paura della legge penale a dare alla luce bambini che non saranno amati o voluti”.

Quanto alla possibilità di rendersi conto al più presto della disabilità del feto, “l’evidenza è chiara”. "Sebbene gli sviluppi scientifici siano migliorati e l'identificazione precoce possa essere fattibile - si legge nella decisione - ci sono ancora condizioni che saranno identificate solo alla fine della gravidanza”. Ecco spiegato il diritto delle donne di abortire anche oltre il limite generale fissato a 24 settimane.

Di fronte all’esito negativo del ricorso, Crowter non si è persa d’animo ed ha annunciato l’appello contro la decisione di ieri. 

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