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Martedì, 9 Agosto 2022
Lo sciopero / Francia

La Francia vuole abolire il canone per la tv pubblica. E i giornalisti scioperano

"Una minaccia all'indipendenza", così i sindacati delle emittenti radiotelevisive di Stato hanno contestato la misura voluta da Macron

Dal prossimo anno, i cittadini francesi potrebbero non dover più pagare il canone per le tv e le radio di proprietà dello Stato, come France Télévisions, Radio France, Arte o France 24. È questa la proposta di Emmanuel Macron, lanciata in campagna elettorale, e adesso sul tavolo del Parlamento. Una proposta che ha già fatto scattare le proteste dei sindacati dei lavoratori di queste emittenti, con uno sciopero, indetto il 28 giugno, che ha avuto una larga partecipazione, anche tra giornalisti e conduttori.

Per i sindacati, la soppressione del canone rappresenterebbe una minaccia all'indipendenza dei media pubblici. "L'abolizione del canone renderebbe l'emittenza pubblica più precaria e impoverita, trasferendola al bilancio generale dello Stato e rendendola dipendente dalle incessanti pressioni politiche", hanno deplorato i sindacati in una dichiarazione congiunta, sottolineando che "il canone è attualmente l'unico metodo di finanziamento sostenibile che garantisce l'indipendenza dell'emittenza pubblica".

Nel 2021, il canone era di 138 euro nella Francia continentale e di 88 euro nei territori d'oltremare e rappresentava un budget totale di 3,14 miliardi di euro per questi canali - a cui vanno aggiunti altri 560 milioni di euro pagati direttamente dallo Stato per compensare il mancato pagamento del canone da parte delle famiglie più povere, secondo un rapporto del Senato pubblicato l'8 giugno.

Con la nuova regolmentazione, che dovrebbe essere presentata al Parlamento quest'estate, nell'ambito della legge sul potere d'acquisto "il canone sarà abolito definitivamente a partire da quest'anno e il finanziamento dell'emittenza pubblica sarà garantito nel rispetto dell'obiettivo costituzionale del pluralismo e dell'indipendenza dei media", si legge nel rapporto del Consiglio dei Ministri dell'11 maggio.

Anche se non è stato ancora deciso nulla, l'ambizione del governo è quella di aggiungere una linea nel bilancio generale dello Stato, che può fluttuare ed essere messa in discussione ogni anno a seconda delle scelte politiche, come nuovo metodo di finanziamento. Al di là della sola questione del canone, gli scioperanti sono anche preoccupati per un rapporto presentato da uno dei senatori dei Repubblica, che auspica la fusione delle emittenti radiotelevisive pubbliche.

"Mentre l'emittenza pubblica francese rimane - a differenza di quasi tutte le emittenti pubbliche europee - divisa tra strutture antagoniste, gli attori privati hanno iniziato un processo di riaggregazione", notano i senatori, preoccupati per il rischio di "marginalizzazione" dell'emittenza pubblica di fronte all'ascesa del potere e all'arrivo delle nuove piattaforme di streaming americane. Ma l'industria radiotelevisiva teme che un avvicinamento dei canali e delle stazioni pubbliche porterebbe inesorabilmente tagli di posti di lavoro, e a una riduzione della pluralità dell'offerta. La presidente di Radio France, Sybile Veil, ha dichiarato a Le Figaro di non essere favorevole a questa fusione, ritenendo che "non sarà Radio France ad aiutare France Télévisions a resistere a Netflix, né FranceTélévisions ad aiutarci ad affrontare Spotify". "Tutto sarà discusso in parlamento", ha dichiarato il nuovo ministro della Cultura, Rima Abdul-Malak, a France Inter la scorsa settimana.

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