“Uno Stato? No: pace, democrazia e lavoro”. Il futuro del Kurdistan iracheno

Dopo gli anni di crisi economica e di guerra all'Isis, dopo il fallimento del referendum per l’indipendenza del 2017 i curdi avranno forse un nuovo governo, che promette il cambiamento ma sembra troppo legato al vecchio potere

Nechirvan Barzani - foto Ansa EPA/GAILAN HAJI

La Regione autonoma curda dell’Iraq ha da poco un nuovo presidente. Si tratta di Nechirvan Barzani, nipote del suo predecessore, Mas'ud Barzani, insediatosi proprio il mese scorso. E il premier sarà un altro Barzani, suo figlio Masrour, che sta cercando di mettere insieme una coalizione composta dal Partito democratico del Kurdistan (PDK), l’Unione patriottica e Gorran (Cambiamento). Sembrerebbe che dopo il fallimento del referendum per l’indipendenza del 2017 e la crisi che ne è scaturita (con l’occupazione da parte delle forze irachene di Kirkuk e delle altre città contese), nella Regione non cambi mai nulla: la famiglia Barzani è ancora al potere e non sembra intenzionata a lasciarlo. I tempi della guerra sembrano però lontani le nuove generazioni di curdi sembrano più interessate a riforme economiche e sociali, a ottenere lavori ben pagati, a scuola e università che ad una rivendicazione di indipendenza nazionale e alla creazione di un futuro Stato per tutti i curdi, anche quelli siriani e turchi. Ne abbiamo parlato con Hoshyar Omar Ali, capo del dipartimento diplomatico di Gorran, il più critico dei partiti curdi della coalizione al governo, nato nel 2009 quando si parlò di una ‘primavera curda’.

Durante le elezioni di settembre avete denunciato brogli e contestato le scelte di Barzani sul referendum. Come mai ora a distanza di sette mesi siete pronti a condividere il governo con il suo partito?
Gorran è nato per costruire in Kurdistan un vero sistema democratico, spezzando la diarchia delle famiglie che sino ad oggi hanno detenuto il potere. Non vogliamo sostituire un tiranno arabo, Saddam Hussein, con la dittatura di un curdo. Perciò per noi le elezioni costituiscono un momento importante: abbiamo denunciato i brogli, ma sappiamo che il PDK è ancora oggi una forza che ha il consenso dei cittadini della Regione, sebbene non possa governare da solo. In questo senso il risultato elettorale va rispettato ma abbiamo anche detto che occorreva procedere con un accordo tra le forze politiche, nell’interesse dei curdi e della democrazia.

Un accordo adesso sembra esserci
Ed è un buon punto di partenza. Un accordo per un governo di coalizione con tre partiti che superi la vecchia diarchia tra PDK e UPK. Ma che serve anche agli stessi partiti curdi, chiamati ad una difficile transizione generazionale: il tempo dei leader cresciuti nella guerra contro gli iracheni, sulle montagne, dei leggendari Peshmerga poi divenuti capi di partito, volge al termine. Serve una legittimazione nuova anche per i capi dei partiti storici curdi. È inevitabile.

Cosa vuole ottenere Gorran partecipando al governo?
Sono tre le questioni che abbiamo discusso con gli altri partiti e che rappresentano le nostre condizioni per l’ingresso nel governo. Innanzitutto vogliamo che il parlamento diventi l’istituzione centrale del nostro Paese. L’esperienza in Medio oriente insegna che i partiti personali o il potere di clan e famiglie genera instabilità. In futuro, vogliamo che sia il Parlamento e non il Presidente di regione a detenere poteri reali.

Ma Nechirvan Barzani avrà gli stessi poteri di Mas'ud
È vero, ma fa parte dell’accordo. Per ora non c’è intesa su una legge costituzionale che disciplini l’elezione del presidente della Regione con le modalità che noi chiediamo. Abbiamo ottenuto, però, che Nechirvan sia eletto dal Parlamento e lavoreremo perché nei prossimi anni alcune sue competenze siano trasferite alla camera di rappresentanza popolare. Anche alcuni membri del Partito democratico del Kurdistan la pensano come noi. Gli stessi ‘nuovi’ Barzani non hanno il carisma del vecchio leader, non possono vantare la stessa presa sul popolo: per il futuro c’è bisogno di regole certe e di una costituzione della regione. L’elezione di Nechirvan e l’intesa per un governo di coalizione va in questa direzione. La nostra è una posizione di estremo realismo: vogliamo tentare il possibile per cambiare la politica curda in modo democratico.

Torniamo alle tre priorità
Il rafforzamento del ruolo istituzionale del parlamento passa dalla centralità che esso dovrà assumere nel rapporto con Baghdad. Occorre costituire una commissione parlamentare negoziatrice incaricata di trattare con l'Iraq per superare lo stallo dopo il referendum e per realizzare finalmente quanto stabilito dalla costituzione irachena. In secondo luogo, ma si tratta di un processo molto lungo, vogliamo unificare le nostre forze armate e costituire un vero esercito nazionale. I Peshmerga devono essere al servizio dei curdi, non dei partiti politici. Infine, riformare l’economia e il sistema sociale: a questo proposito contiamo di avere i ministeri che si occuperanno proprio di queste priorità

E Kirkuk? Dopo il referendum è occupata dagli iracheni e non sembra esserci una soluzione mentre l’UPK vuole ripristinare una sovranità curda sulle aree contese
È un’ingenuità. O una mossa elettorale. Bisogna ricordare la storia curda: Kirkuk non è mai stata solo una questione tra curdi e arabi, sin dall’accodo Sykes Picot, rappresenta una questione per le potenze regionali e di stabilità per l’intero Medioriente. Anche oggi Kirkuk è occupata dalle forze irachene legate all’Iran (al-Hashd ash-Shaʿabi, ndr) e questo è avvenuto anche d’intesa con la Turchia che ha occupato in Siria Afrin, parte del territorio curdo. Noi curdi non siamo gli unici a decidere della questione, dobbiamo sforzarci di negoziare con il governo federale, evitare scelte unilaterali, come quella del referendum, e assicurarci che tutti gli abitanti delle aree contese, curdi, arabi, turcomanni, possano vivere in pace e sparare in futuro migliore. Di certo, non servono azioni unilaterali, da parte di nessuno, tanto meno da parte dell’Unione patriottica.

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