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Martedì, 3 Ottobre 2023
Sostanze chimiche / Italia

Il Veneto tra le regioni più contaminate "per sempre" dagli Pfas in Europa

Una coalizione internazionale ha individuato i casi più gravi di inquinamento e chiede bonifiche. Oltre 350mila persone hanno bevuto per anni acqua piena di sostanze chimiche rilasciate da un'industria

In Veneto oltre 350mila persone sono state esposte tramite l'acqua del rubinetto alla contaminazione da Pfas, le sostanze chimiche "inquinanti per sempre". Si tratta di uno dei cinque siti europei più inquinati scelti dalla coalizione Health and environment alliance (Heal) per sensibilizzare i cittadini sulle conseguenze di queste sostanze in termini di salute e ambiente. Il triste primato che spetta alla regione del Nord-Est riguarda ventuno comuni, etichettati come "zona rossa" a causa dei livelli estremamente elevati di Pfoa. Le origini di questa storia risalgono alla metà degli anni '60, ma le drammatiche conseguenze riverberano sino ai nostri giorni, a causa di una spaventosa concentrazione di queste sostanze nell'acqua di superficie e in quella potabile. Insieme al Veneto, la coalizione ha selezionato come casi esemplari di contaminazione Anversa (Belgio), Dordrecht (Olanda), Korsor (Danimarca) e Ronneby (Svezia). Tutto il vecchio continente deve quindi fare i conti con le pessime eredità lasciate dalle industrie chimiche, incapaci di tutelare i cittadini dalle sostanze rilasciate dai loro impianti.

L'azienda (ir)responsabile

I Pfas, acronimo di sostanze per/polifluoro alchiliche, sono noti anche come "prodotti chimici per sempre" perché possono impiegare fino a mille anni per degradarsi nell'ambiente. Alcuni invece non si degradano affatto. A produrli in Veneto dalla metà degli anni '60 era la RiMar Chimica Spa, che effettuava ricerche per l'azienda tessile Marzotto, diventando poi Miteni nel 1988. L'azienda, si legge nel rapporto, sarebbe stata a conoscenza dell'inquinamento del suolo e delle falde acquifere già nel 1990, senza però informare le autorità nonostante gli obblighi di legge lo imponessero. La ditta avrebbe continuato a rilasciare acque reflue che hanno contaminato sia un torrente che le acque sotterranee circostanti, nonché un canale che scaricava nelle acque superficiali del fiume Brenta. Ad aggravare la situazione, secondo le associazioni locali, sono intervenuti anche gli scarti di lavorazione di una fabbrica nei Paesi Bassi "accolti" dalla Miteni. Tramite questa "importazione", quell'area della regione Veneto risulta ora contaminata anche con i Pfas GenX e C6O4.

Cattive acque

In cosa si è tradotto questo massiccio inquinamento lo hanno rilevato gli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr). Già nel 2013 hanno rinvenuto alte concentrazioni di diversi Pfas nelle acque superficiali e in quella potabile, risultate tra 230 e 3.600 volte superiori al livello normale. Questi rilievi sono stati confermati anche nel 2015 in uno studio di follow-up del governo regionale del Veneto. In particolare, i livelli più alti sono stati riscontrati nei comuni di Brendola, Lonigo e Sarego. La contaminazione si è poi estesa anche ad alcuni prodotti alimentari locali, come le uova di galline allevate localmente e il pesce proveniente da fiumi contaminati. Anche nelle coltivazioni di ortaggi e negli allevamenti animali sono emersi livelli preoccupanti.

Più rischi per gli uomini

Dall'ambiente il problema si è trasferito alle persone. In uno studio di biomonitoraggio del 2017 su 18.122 residenti esposti (effettuato sui giovani tra i 14 e i 29 anni), sono stati rilevati livelli elevati di 30-40 volte superiori rispetto a persone non esposte. Le percentuali peggiori riguardano gli uomini rispetto alle donne. Gli esperti hanno riscontrato come le donne che hanno partorito più bambini presentano concentrazioni più basse di PFAS, dato che queste sostanze vengono "espulse" (ma anche trasmesse) attraverso le mestruazioni, la gravidanza, il parto e l'allattamento. In uno studio sulle cause di mortalità, i rischi più significativi correlati a queste sostanze riguardano il diabete, le malattie cerebrovascolari, l'infarto del miocardio e il morbo di Alzheimer. Nelle donne sono stati osservati rischi anche per il cancro ai reni e al seno, come pure per il morbo di Parkinson.

La lotta delle mamme

I primi a pagare le spese dell'esposizione sono stati i dipendenti dell'impianto chimico, per i quali uno studio ha riscontrato tassi più elevati di mortalità e di malattie (cancro al fegato, alla vescica e ai reni e cirrosi). Più di recente uno studio separato ha evidenziato un rischio di mortalità più elevato per il Covid-19 tra i residenti della Zona Rossa, cioè quelli più vicini alla fabbrica chimica. Da non sottovalutare l'aspetto psichico e sociale. Tutta questa vicenda ha avuto un impatto soprattutto tra le famiglie con bambini, angosciate dall'incertezza sulla salute. Al tempo stesso, la cittadinanza non si è arresa, dando vita a comitati e gruppi di attivisti, tra cui le determinate Mamme No-Pfas, che dalla prima Marcia dei Pfiori del 2017, non si sono più fermate, organizzando manifestazioni e iniziative varie, promuovendo anche un'interrogazione parlamentare e approdando con una delegazione fino a Strasburgo.

I costi della contaminazione

I PFAS sono composti utilizzati per rendere resistenti ai grassi e all'acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa. Si stima che in Europa circa 17mila siti siano contaminati da "sostanze chimiche per sempre" e che 12,5 milioni di europei vivano in comunità con acqua potabile inquinata da tali prodotti. L'inquinamento derivante da queste sostanze ha anche costi elevati per la società, sia a livello finanziario che sanitario. Secondo le stime diffuse da Heal, oscilla tra gli 821 milioni e i 170 miliardi di euro il costo per la bonifica ambientale necessaria per i 31 Paesi che aderiscono all'Agenzia europea per l'ambiente e la Svizzera messi insieme. "L'uso diffuso dei PFAS ha creato un'eredità tossica irreversibile di inquinamento e gli individui e le comunità locali stanno pagando il conto sanitario, sociale e finanziario al posto dei veri inquinatori", ha spiegato Natacha Cingotti, responsabile del programma Salute e sostanze chimiche di Heal. "Oltre a sostenere una restrizione altamente protettiva in tutta l'Ue, chiediamo ai decisori europei e nazionali di adottare misure urgenti per la bonifica, la responsabilità legale e finanziaria degli inquinatori e un adeguato monitoraggio sanitario a lungo termine per le comunità colpite". Nel febbraio 2023, l'Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha pubblicato una bozza di proposta per una restrizione a livello europeo della produzione e dell'uso di migliaia di sostanze chimiche di questo tipo, con l'obiettivo di limitarne la presenza nell'acqua e negli alimenti, così come nei nostri corpi.

Un nuovo acquedotto

In attesa di scelte radicali a livello europeo il prezzo della contaminazione non lo paga chi inquina, ma i comuni interessati e le singole famiglie, come avvenuto in Veneto. Nonostante uno studio evidenziasse espressamente le responsabilità della Miteni nell'inquinamento delle acque locali e lo stato di emergenza dichiarato nel 2018, lo stesso anno l'azienda ha dichiarato bancarotta e ha chiuso, provando a sfuggire alle proprie responsabilità nei confronti della comunità che l'aveva ospitata sul proprio territorio. I procedimenti giudiziari in corso hanno portato all'imputazione di almeno 15 dirigenti dell'azienda. Grazie alla resistenza e all'impegno degli attivisti, nel 2022 è stato finalmente collegato un nuovo acquedotto per portare acqua pulita ai cittadini colpiti.

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