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Mercoledì, 28 Settembre 2022
Nucleare e scorie

Per Bruxelles la gestione dei rifiuti radioattivi in Italia non è sicura

La Commissione chiede al nostro governo di adeguarsi a una direttiva del 2011. E minaccia di portare il caso alla Corte di giustizia Ue

La gestione dei rifiuti radioattivi in Italia non è ancora in linea con la direttiva Ue che mira ad " assicurare un elevato livello di sicurezza" e ad "evitare di imporre oneri indebiti a carico delle generazioni future". È quanto scrive la Commissione europea nella lettera inviata al governo italiano, ancora alle prese con la difficile individuazione del deposito nazionale per le scorie.

Dal 2020, l'Italia è sotto procedura d'infrazione da parte di Bruxelles perché il suo programma di gestione dei rifiuti radioattivi non rispetta la direttiva in materia di combustibile nucleare esaurito e rifiuti radioattivi (direttiva Euratom del 2011). La direttiva doveva essere recepita nel 2015. Quattro anni dopo, nel 2019, il governo italiano ha presentato un nuovo piano, che però l'Ue non ha ritenuto conforme. Tra i punti critici, c'è la creazione di un deposito unico per le scorie radioattive: il ministro della Transizione Roberto Cingolani ha sul tavolo una lista di potenziali siti per ospitare il deposito, ma le amministrazioni locali interessate hanno alzato le barricate. E la patata bollente è stata posticipata al 2023. 

La Commissione non sembra intenzionata, però, ad aspettare ancora. "I rifiuti radioattivi derivano dalla produzione di energia elettrica in centrali nucleari, ma anche dall'uso di materiali radioattivi per scopi non legati alla produzione di energia elettrica, tra cui scopi medici, di ricerca, industriali e agricoli - scrive la Commissione - Questo significa che tutti gli Stati membri producono rifiuti radioattivi. La direttiva stabilisce un quadro che impone la gestione responsabile e sicura del combustibile nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi, al fine di assicurare un elevato livello di sicurezza ed evitare di imporre oneri indebiti a carico delle generazioni future", spiega ancora Bruxelles.

"In particolare, la direttiva impone agli Stati membri di elaborare e attuare programmi nazionali per la gestione di tutto il combustibile nucleare esaurito e tutti i rifiuti radioattivi che hanno origine nel loro territorio, dalla produzione allo smaltimento". Il programma italiano è risultato non conforme "a determinati requisiti della direttiva". Per questo, la Commissione ha deciso di fare avanzare la procedura d'infrazione inviando un parere motivato all'Italia. Il governo ha adesso due mesi di tempo "per rimediare alle carenze individuate" da Bruxelles, che avverte: "In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di deferire" il nostro Paese "alla Corte di giustizia dell'Ue", aprendo così la strada a possibili sanzioni. 

Non si tratta dell'unica grana del nostro Paese in tema di nucleare: sempre oggi, la Commissione ha infatti chiesto all'Italia di adeguardi a una direttiva del 2013 in materia di radioprotezione, che "stabilisce norme fondamentali di sicurezza per proteggere la popolazione, i lavoratori e i pazienti dai pericoli derivanti dall'esposizione alle radiazioni ionizzanti e comprende anche disposizioni relative alla preparazione all'emergenza e alla risposta in caso di emergenza, che sono state rafforzate a seguito dell'incidente nucleare di Fukushima".

Gli Stati membri erano tenuti a recepire la direttiva entro il 6 febbraio 2018. Nel gennaio 2021, la Corte Ue ha condannato l'Italia per non essersi adeguata alla nuova legislazione. Nell'aprile dello stesso anno, "la Commissione ha chiesto alle autorità italiane di spiegare quali misure avessero adottato per conformarsi alla sentenza e garantire in tal modo il pieno recepimento della direttiva". La risposta da Roma è arrivata, ma per Bruxelles "le misure adottate dall'Italia non costituiscono una piena esecuzione della sentenza". Da qui la decisione di inviare una lettera di costituzione in mora: se entro 2 mesi il governo non fornirà le contromisure richieste, si tornerà in Corte di giustizia. Stavolta per stabilire se multare l'Italia.

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