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Venerdì, 27 Maggio 2022
Cibo e ambiente

L'Ue vuole davvero lasciare l'Italia senza carne?

Bruxelles vara una stretta sugli allevamenti intensivi e boccia la Pac di Draghi: "Favorisce le grandi aziende zootecniche della Pianura Padana"

Regole sulle emissioni di gas serra più stringenti per gli allevamenti intensivi. Ma anche una correzione al piano strategico della nuova Pac, considerata eccessivamente generosa verso le grandi aziende zootecniche della Pianura Padana. Un doppio colpo, quello in arrivo dalla Commissione europea, che ha già sollevato un'alzata di scudi da parte delle principali organizzazioni dell'agroalimentare italiano. Con Coldiretti a sentenziare: "L'Ue vuole lasciare l'Italia senza carne". Ma cosa sta succedendo?

Le emissioni dei grandi allevamenti 

Partiamo dalle nuove norme proposte da Bruxelles: si tratta di due nuovi regolamenti che mirano a controllare in modo più rigido i gas fluorurati ad effetto serra (F-gas) e le sostanze che riducono l'ozono (Ods). Le nuove regole servono ad aggiornare e modernizzare la direttiva in vigore sulle emissioni industriali, una legislazione reputata dall'Ue essenziale per aiutare a prevenire e controllare l'inquinamento.

Il nuovo approccio prevede l'obbligo di adottare le “migliori tecnologie disponibili” (Best available techniques - Bat), specifiche per ogni attività. Saranno selezionate da esponenti dell'industria, insieme con esperti nazionali, della Commissione e da membri della società civile. Nei piani dell'Ue, le nuove regole copriranno un maggior numero di fonti di emissioni, renderanno i permessi più efficaci, ridurranno i costi amministrativi, aumenteranno la trasparenza e daranno maggior supporto alle tecnologie e agli approcci innovativi.

Una delle novità principali riguarda la zootecnia. L'Unione europea, con un importante contributo dell'Italia, vanta i più grandi allevamenti intensivi di bestiame al mondo. Una caratteristica essenziale per produrre a costi competitivi grandi quantità di latticini, formaggi, carni e salumi, destinati sia al consumo interno che fuori dai confini Ue. Questa modalità si sta però rivelando un danno per la nostra salute e per l'ambiente. Con le nuove regole, che ricordiamo sono ancora solo una proposta, si allargherebbe l'applicazione della direttiva sulle emissioni industriali anche ai grandi allevamenti di bovini, suini e pollame, quelli con più di 150 unità di bestiame. La novità riguarderebbe un totale di 185.000 allevamenti, il 13% del totale, ma è una porzione che pesa sull'inquinamento: secondo Bruxelles, questi allevamenti sono sponsabili del 60% delle emissioni di ammoniaca e del 43% di quelle di metano nell'Ue.  

I requisiti e l'iter

I requisiti richiesti alle installazioni zootecniche prenderanno in considerazione le specificità dei sistemi di allevamento del bestiame al pascolo, se gli animali sono allevati solo stagionalmente in installazioni al chiuso, e la gamma di impatti ambientali che possono avere. Il controllo dell'inquinamento dell'aria, del suolo e dell'acqua (incluse le acque sotterranee) di queste aziende garantirebbe agli allevamenti un controllo molto maggiore delle emissioni di metano e di ammoniaca. Bruxelles stima che le nuove norme “potrebbero portare a una riduzione totale delle emissioni di gas serra dell'Ue di 490 milioni di tonnellate di Co2 equivalente entro il 2050”. Mentre i benefici per la salute apportati dalle misure proposte garantirebbero risparmi alla spesa sanitaria pubblica per oltre 5,5 miliardi di euro all'anno.

La proposta della Commissione dovrà però superare le forche caudine degli Stati membri e del Parlamento Ue. E nella migliore delle ipotesi dovrebbero entrare in vigore non prima del 2024. Dopodiché, ci sarà un periodo di adattamento progressivo da parte di agricoltori e operatori industriali che direrà tra i 3 e i 4 anni. In altre parole, le modifiche non partiranno dall'oggi al domani. Ma le lobby italiane sono già sugli scudi. 

Italia senza carne?

Le due proposte hanno subito provocato le reazioni delle associazioni agricole interessate, che criticano l'inasprimento degli obblighi già esistenti, con un pesante aumento dei costi amministrativi e burocratici. "Attualmente solo il 5% degli allevamenti avicoli e suinicoli delle strutture attive negli Stati membri rientra nella sfera di applicazione della direttiva in questione", rileva il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, precisando che "sulla base delle proposte della Commissione si salirebbe al 50 per cento. E non solo: le nuove regole si estenderebbero anche agli allevamenti di bovini”. Secondo Confagricoltura rischiamo un taglio di produzione a livello europeo, aprendo così la strada a maggiori importazioni da Paesi terzi dove le regole sono meno rigorose di quelle valide nella Ue, anche ai fini della sostenibilità ambientale”.

Dello stesso tenore la reazione della Coldiretti: "La proposta della Commissione europea spinge alla chiusura in Italia di migliaia di allevamenti, che si trovano già in una situazione drammatica per l’insostenibile aumento di costi di mangimi ed energia provocati dalla guerra in Ucraina”, denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, che avverte: “L’Italia rischia di rimanere senza carne”. In un recente studio il Crea aveva evidenziato il rischio concreto di chiusura per una buona percentuale di allevamenti italiani, in particolare di quelli intensivi, concentrati in Emilia Romagna e Lombardia, a causa della loro eccessiva dipendenza da carburanti e fertilizzanti provenienti da Russia e Bielorussia, nonché da mangimi prodotti con mais ucraino.

La tegola della Pac

Se la linea tra Bruxelles e Italia è già scaldata dalle nuove proposte della Commissione sulle emissioni industriali, la temperatura rischia di continuare a salire nelle prossime ore, sempre per ragioni legate all'agricoltura e in particolare agli allevamenti. Stando a quanto anticipato da Terraèvita, l'Esecutivo Ue avrebbe inviato una lettera a Roma in cui si muovono una serie di rilievi al piano strategico nazionale della Pac proposto dal ministro dell'Agricoltura Stefano Patuanelli a fine dicembre. Il piano strategico, in soldoni, è l'insieme delle misure con cui l'Italia trasformerà in pratica le regole previste dalla nuova Politica agricola comune. E il punto nevralgico è il modo con cui verranno gestiti i sussidi alle imprese, ossia i famosi pagamenti diretti.

Ebbene, proprio su questo punto, la Commissione boccia il piano italiano, invitando il governo a "rivedere la propria strategia per garantire una distribuzione più equa e mirata dei pagamenti diretti". Secondo Bruxelles, sostiene il Wwf, che ha visionato la lettera della Commissione, "il piano manterrebbe le rendite di posizione a svantaggio delle aree rurali del Paese più bisognose" e "il flusso di sussidi favorirà i territori tradizionalmente più premiati dalla Pac, tra cui le grandi aziende zootecniche della Pianura Padana". Un'altra tegola, dunque, sulla carne degli allevamenti intensivi. 

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