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Sabato, 25 Giugno 2022
Il caso

Stop al fondo Ue da 44 miliardi contro i rincari: bagarre a Strasburgo

Al Parlamento europeo si spacca la maggioranza di Ursula von der Leyen. Salta la riforma dell'Ets. E anche il pacchetto anti povertà energetica

La transizione ecologica può attendere. E con essa anche il fondo da 44,5 miliardi che avrebbe dovuto aiutare famiglie e imprese ad affrontare i costi sociali della lotta ai cambiamenti climatici. Nella giornata che avrebbe dovuto sbloccare uno dei pezzi più importanti di Fit for 55, il maxi piano per la transizione dell'Europa verso un'economia più sostenibile voluto dalla Commissione di Ursula von der Leyen, a Strasburgo è andato in scena invece lo psicodramma della stessa "maggioranza Ursula", che al Parlamento europeo si è spaccata. Con polemiche politiche che dall'Eurocamera sono arrivate fino all'Italia. 

Cos'è l'Ets

Entrare nel dettaglio politico di quello che è successo è roba da far venire il mal di testa, non solo a chi ha meno dimistichezza con il politichese dell'eurobolla. Ma dietro le divisioni tra partiti (e dentro i partiti), ci sono questioni che attengono alla vita quotidiana di milioni di cittadini, dal costo alla pompa di benzina a quello delle bollette, passando per la qualità dell'aria che respiriamo. Tutto ruota intorno all'Ets europeo, sigla che sta per Emission trading system, e che non è altro che il mercato Ue dove i settori più inquinanti (centrali elettriche e industria pesante, come le acciaierie) comprano e vendono i loro permessi di emettere Co2. Questo mercato serve da un lato a fissare un tetto alle emissioni che ogni anno tali settori possono produrre, e dall'altro a garantire dei ricavi che vanno direttamente nelle casse dell'Ue.  

Il sistema finora è servito a ridurre l'inquinamento, ma non ai ritmi su cui l'Europa si è impegnata a partire dagli Accordi di Parigi. Inoltre, sostengono soprattutto gli ambientalisti, i ricavi che hanno generato non sono stati adeguati a coprire i costi ambientali che i settori interessati hanno provocato. In altre parole, le industrie hanno pagato tasse troppo basse. Di contro, i favorevoli all'attuale sistema, sottolineano che con costi più elevati, le imprese sarebbero fuggite fuori dall'Europa. Il contenimento dei costi è stato possibile grazie a un particolare aspetto dell'Ets: le quote di emissioni gratuite che ogni anno vengono concesse ai settori più a rischio "delocalizzazione", come acciaierie e cementifici. Ed è qui che sta uno dei nodi che ha fatto saltare il banco a Strasburgo.

La riforma

Lo scorso luglio, infatti, nell'ambito del Fit for 55, la Commissione europea aveva annunciato una serie di proposte per riformare l'Ets che accolgono non solo le istanze ambientaliste, ma anche le raccomandazioni della Corte dei conti Ue, prevedendo per l'appunto un progressivo stop alle quote gratuite per incentivare una maggiore riduzione delle emissioni. La riforma contiene anche l'allargamento dell'Ets al settore marittimo, e l'istituzione di una sorta di Ets 2.0 (Ets II), un mercato a parte per edilizia e trasporti. Nel mirino di questo nuovo mercato sarebbero finite direttamente le compagnie energetiche che forniscono petrolio e gas. E in seconda battuta l'industria auto. 

La proposta aveva già fatto alzare gli scudi, soprattutto nel centrodestra e in alcune frange dei liberali (a partire da quelli tedeschi, più sensibili alle istanze del settore automotive): a loro avviso, una riforma di questo tipo rischia di provocare sfraceli a livello occupazionale e un'impennata dei prezzi per famiglie e imprese. Per "alleviare" questi rischi, la Commissione ha proposto altre due misure: una riguarda l'istituzione di un Fondo sociale per il clima, volto ad aiutare i più esposti alla transizione, l'altra denominata Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (in inglese con la sigla Cbam). 

Fondo sociale e Cbam

Della prima, abbiamo già parlato: un fondo da 44,5 miliardi tra il 2024 e il 2027 da ripartire ai vari Stati membri per finanziare misure anti-rincari e incentivi come i bonus edilizi. Circa l'11% di queste risorse, pari a quasi 5 miliardi, dovrebbe andare all'Italia. Per rimpinguare il fondo, servono però più ricavi dall'Ets, da qui il collegamento con la riforma del mercato delle quote di emissioni.

Il Cbam nasce invece per disinnescare una delle accuse mosse all'Ets, quella ossia di favorire la delocalizzazione del settore manifatturiero fuori l'Ue, in Paesi dove (anche) inquinare costa meno e dunque i costi di produzione sono più vantaggiosi. La proposta della Commissione è di colpire l'importazione di determinati prodotti (cemento, alluminio, fertilizzanti, ferro e acciaio) da Paesi extra Ue imponendo una tassa sulla loro "impronta di carbonio", ossia calcolata in base all'inquinamento generato per la loro produzione. In questo modo, è il disegno di Bruxelles, si contrasterebbe la concorrenza sleale alle industrie Ue che partecipano all'Ets. In cambio di questa tassa "protettiva" (e a rischio ricorso al Wto), nel Cbam si prevede il progressivo addio alle quote gratuite per le imprese europee.

La fine delle quote gratuite

Ed è proprio qui che il Parlamento europeo si è incartato: dopo mesi di lavoro e passaggi nelle commissioni parlamentari apposite, l'Aula di Strasburgo sembrava aver trovato un compromesso su questi tre dossier (riforma Ets, fondo sociale e Cbam) che in sostanza aumentava il ritmo annuale di riduzione delle emissioni nei settori Ets, allargava il mercato anche ai termovalorizzatori, e, cosa importante, escludeva per il momento dall'Ets i settori più sensibili, tanto più vista la situazione attuale, ossia l'edilizia e i trasporti privati (ma lasciando quelli commerciali). In tutto questo, lo stop alle quote gratuite sarebbe dovuto scattare a partire dal 2025 per terminare progressivamente nel 2030 (salvo alcune esenzioni specifiche).

Il compromesso sembrava aver trovato l'accordo della cosiddetta "maggioranza Ursula", ossia i gruppi che al Parlamento sostengono la Commissione della presidente von der Leyen: i popolari del Ppe (di cui fa parte Forza Italia), i liberali di Renew (di cui fa parte Italia viva), e i socialisti di S&d (di cui fa parte il Pd). Dentro l'accordo anche i Verdi, considerati una sorta di quarta gamba dell'esecutivo Ue, soprattutto sulle questioni ambientali. Alla vigilia del voto alla plenaria di Strasburgo sui tre dossier, si sapeva che sugli emendamenti chiave, la maggioranza rischiava di spaccarsi. E così è stato: a far saltare il banco sono stati gli emendamenti sullo stop graduale alle quote gratuite dell'Ets, con il Ppe, sostenuto dai liberali e dalla destra, che ha proposto e ottenuto di posticipare al 2028 e al 2034 rispettivamente l'inizio e la fine del phase out.

A quel punto, i socialisti (alcuni dei quali hanno appoggiato l'emendamento contestato del Ppe) hanno deciso con Verdi e sinistra di bloccare tutti e 3 i dossier, e rinviare il voto finale dopo nuovi passaggi nelle commissioni. Per i gruppi di destra (l'Ecr di Fratelli d'Italia e Id della Lega), l'occasione è stata ghiotta: bloccare la riforma dell'Ets era per loro la migliore soluzione. E così si sono uniti a socialisti, verdi e sinistra dando i loro voti necessari a rinviare le tre proposte.   

Lo psicodramma politico

A margine dello psicodramma in Aula, gli esponenti dei vari gruppi della maggioranza hanno fatto a gara per darsi la colpa a vicenda. Mentre la destra, per voce del leghista Marco Zanni, ha sottolineato lo stato di salute precario dell'alleanza tra popolari, liberali e socialisti. In Italia, Forza Italia ha accusato Enrico Letta e il Pd di avere affossato Fit for 55 insieme a estrema sinistra ed estrema destra. Anche Calenda (membro di Renew) ha polemizzato con il segretario dem sottolineando le defezioni tra gli eurodeputati Pd. Letta a sua volta ha accusato Calenda di votare come la destra di Giorgia Meloni.

Al di là della bagarre politica, resta da capire che ne serà della riforma dell'Ets e dei fondi Ue contro la povertà energetica. "Risorse che avrebbero finanziato sussidi e incentivi per le fasce più deboli della popolazione - dice Rosa D'Amato, esponente dei Verdi europei - Quello che chiedevamo è che il costo di questo fondo venisse pagato da chi inquina e da chi sta facendo giganteschi extra-profitti con i rincari, ossia riformando l'Ets. Ma centrodestra e liberali hanno affossato la riforma e di fatto hanno bloccato il Fondo sociale. Grazie a loro, le lobby oggi festeggiano e potranno continuare ad aumentare i profitti extra. Le famiglie più povere, invece, continueranno a pagare il prezzo di un modello economico fallimentare per il Pianeta e per la stragrande maggioranza della società", conclude. 

Un fondo sociale per il clima

 

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