Altro che riciclo: sulla plastica l'Europa si affida alla Turchia. E all'export criminale

Una relazione della Corte dei conti smonta il mito dell'Ue quale campione dell'economia circolare: dati falsati e dipendenza eccessiva dai Paesi asiatici per lo smaltimento dei rifiuti. Mentre gli imballaggi pericolosi per l'ambiente continuano a crescere

L'Unione europea sarà molto probabilmente costretta ad alzare bandiera bianca sulla plastica: i target per il 2025 e il 2030 relativi al riciclo degli imballaggi non saranno raggiunti. Colpa non solo dei ritardi degli Stati membri, ma anche del fatto che la plastica finora riciclata è minore di quella che era stata calcolata dalle autorità nazionali. Il problema più grande, però, riguarda l'export di questo tipo di rifiuti: con la decisione della Cina di chiudere le porte alla plastica europea in eccesso, i Paesi Ue stanno facendo fatica a trovare un'alternativa. Cosa che sta favorendo, tra l'altro, la crescita del già prolifico mercato nero dell'export di plastica. È il quadro non proprio entusiasmante che emerge dalla relazione della Corte dei conti europea "L’azione dell’Ue per affrontare il problema dei rifiuti di plastica". 

I dati falsati del riciclo in Europa

Le criticità che emergono dal report sono un segnale non da poco nei giorni in cui il Parlamento europeo innalza le ambizioni climatiche dell'Ue. Secondo gli esperti della Corte, infatti, l'Europa non solo ha fatto pochi progressi nel riciclaggio della plastica, ma è troppo dipendente dall'export nei Paesi terzi dei rifiuti che non riesce a recuperare (o a mandare in discarica). E siccome i sistemi di smaltimento di questi Paesi sono decisamente più inquinanti di quelli presenti in Ue, il risultato è che l'export europeo produce una mole di emissioni di Co2 che contrasta con la bandiera di leader dell'ambientalismo che Bruxelles sventola da qualche anno. 

Lo dicono i freddi dati. Innanzitutto, quelli su produzione e riciclo: nonostante l'aumento della plastica riciclata registrato tra il 2008 e il 2017 in Europa, la quantità di rifiuti non riciclati è rimasta stabile: "9,5 milioni di tonnellate all’anno negli ultimi 5 anni", scrive la Corte, spiegando che il motivo è il parallelo aumento della produzione. Inoltre, a quanto pare, i dati sull'effettivo tasso di riciclo degli Stati membri non erano così attendibili e questo ha spinto a una revisione del sistema di calcolo a partire dal 2020. "Gli esperti consultati dalla Corte - si legge nella relazione - stimano che l’applicazione dei nuovi metodi di calcolo possa ridurre i tassi di riciclaggio comunicati di un massimo di 10 punti percentuali. Secondo le previsioni di PlasticsEurope, il tasso di riciclaggio degli imballaggi di plastica dell’Ue potrebbe diminuire, passando dal 42 % (tasso comunicato attualmente) al 29 % circa". 

La dipendenza dalla Turchia

Non solo, sempre secondo PlasticsEurope, un terzo di questa quota di riciclo è avvenuto in un impianto dell'Ue, ma nei Paesi terzi dove esportiamo i nostri rifiuti. E qui scatta la seconda grande criticità sollevata dalla Corte dei conti: dal 2018, infatti, la Cina ha deciso di chiudere le porte alla plastica proveniente dall'Europa. Se si considera che nel 2016, gli impianti cinesi si facevano carico del 77% dei rifiuti esportati, si può comprendere le complicazioni che questa scelta ha generato per i Paesi Ue. Non a caso, la nuova strategia sulla plastica di Bruxelles è arrivata nel 2018 e l'allora commissario tedesco Genther Oettinger indicò nella stretta della Cina il motivo per cui bisognava cambiare rotta. 

La rotta che è cambiata, al momento, è quella delle spedizioni: l'export all'interno della stessa Ue è aumentato, mentre quello al di fuori dei confini dell'Unione si è concentrato su altre destinazioni asiatiche, in particolare Turchia e Malesia. Inoltre, nella composizione dei rifiuti inviati all'estero è aumentata di molto la quota degli imballaggi. "Ciò induce a credere che gli Stati membri dell’Ue facciano grande affidamento sul riciclaggio in Paesi terzi per la gestione dei propri rifiuti di imballaggio di plastica", scrive la Corte non senza un pizzico di ironia. L’Agenzia europea dell’ambiente, infatti, ha da tempo fatto notare che "il trattamento nei Paesi terzi provoca spesso pressioni ambientali maggiori in termini di inquinamento, emissioni di Co2 e dispersione di plastica nell’ambiente, rispetto al trattamento o al riciclaggio effettuati nell’Ue". E che "la verifica della conformità alle norme Ue sul trattamento dei rifiuti di plastica nei Paesi terzi è spesso insufficiente ad assicurare il rispetto delle norme Ue". In altre parole, un terzo della plastica che finora i Paesi Ue hanno dichiarato di riciclare potrebbe essere finita in buona parte in discarica, o bruciata, o in mare. 

La convenzione di Basilea

A complicare il quadro (o a renderlo più responsabile), sottolinea sempre la Corte, c'è il fatto che gli imballaggi di plastica, fino al 2019, venivano considerati a livello internazionale rifiuti non pericolosi. Questo è cambiato con la convenzione di Basilea, e dal 2021 tali rifiuti faranno parte di quelli classificati come pericolosi. Per effetto di tale nuova convenzione, dice la Corte, l'esportazione della plastica "al di fuori dell’Ue a fini di riciclaggio non sarà quindi altrettanto agevole, o sarà addirittura impossibile".

Per tutte queste ragioni, la Corte ritiene che l'Ue non raggiungerà gli obiettivi che si è posta per il riciclaggio degli imballaggi di plastica per il 2025 e il 2030 (50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025 e del 55% entro il 2030). A meno che i Paesi non attuino misure concrete sia per aumentare la capacità effettica di riciclaggio e riuso, sia sotto il profilo della riduzione produzione della plastica. Se per il primo punto ci sono risorse Ue che finora sono state poco sfruttate, per il secondo punto bisognerà cambiare modello produttivo. 

Le imprese e il paradosso degli imballaggi

La Corte, a tal proposito, sottolinea che i soli imballaggi, come i vasetti di yogurt o le bottiglie d'acqua, che costituiscono circa il 40% dell'utilizzo della plastica e oltre il 60% dei rifiuti di plastica generati nell'Ue, siano anche quelli con il più basso tasso di riciclaggio nell'Ue (rispetto agli imballaggi di carta o vetro, che hanno tassi pari al doppio). Un passaggio della relazione, questo, che non piacerà all'industria italiana, che è leader proprio nella produzione di imballaggi di plastica. A proposito di settore produttivo, la Corte solleva anche il caso del fallimento degli schemi di responsabilizzazione delle imprese volti a incrementare riciclo e riuso aziendale della plastica: gli schemi attuali prevedono che le imprese si facciano carico dei costi di fine vita degli imballaggi: se ricicli, non paghi. Se non ricicli, paghi. Sembra un meccanismo perfetto per spingere le aziende a riciclare, se non fosse che il costo della plastica non riciclata è inferiore a quello che occorre sostenere per riciclarla. Come mai? La Corte fa notare che i costi dello smaltimento sono calcolati sul peso degli imballaggi. E in questi anni, gli imballaggi usati su mercato sono stati sempre più leggeri. Inoltre, segnala sempre la Corte, tali imballaggi risulterebbero più inquinanti di quelli vecchi e più pesanti.  

Il mercato nero della plastica

Ecco perché a Bruxelles è sempre più forte la pressione di chi vorrebbe introdurre una tassa Ue sulla plastica che colpisca soprattutto gli imballaggi. La Corte su questo non si esprime, se non citando nelle conclusioni la sfida di un miglioramento tecnologico che possa portare a "una progettazione degli imballaggi migliore dal punto di vista della riciclabilità". Si vedrà. Di sicuro, la relazione invita l'Ue ad agire subito. Anche perché le criticità evidenziate favoriscono un altro lato oscuro dei rifiuti di plastica, quello dello smaltimento illegale: secondo un recente studio, ogni anno, il 13 % di tutti i rifiuti non pericolosi prodotti nell'Ue, finisce nel mercato illegale. Per i rifiuti pericolosi, questa percentuale sale al 33%. In Italia, la stima è intorno al 50%. 

La Corte, a tal proposito, ricorda che proprio in Italia, nel 2019, l'Europol ha arrestato 96 persone facenti parte di un gruppo della criminalità organizzata che trasportava illegalmente rifiuti di plastica dall’Italia alla Cina passando per la Slovenia. Nel corso dell’operazione sono state scoperte 560 spedizioni illegali di rifiuti, per un valore totale di 8 milioni di euro. 

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