Non solo petrolio, la Norvegia ora cerca anche i metalli sul fondo del mare

Il Paese, reso ricco da riserve di petrolio e gas, punta a diventare leader nell'estrazione di rame e zinco, necessari alle tecnologie verdi. Ma ci sono rischi ambientali legati allo sfruttamento dei fondali

Una piattaforma petrolifera norvegese - foto archivio Ansa

La Norvegia deve gran parte del suo benessere ai giacimenti petroliferi e di gas che si trovano nei suoi mari, che hanno reso il Paese uno dei principali esportatori di oro nero al mondo. E adesso la nazione nord europea vuole sfruttare le sue capacità estrattive per accaparrarsi un'altra ricchezza che si trova in fondo a quei mari: i minerali.

Via agli studi

Per farlo Oslo punta ad autorizzare già dal 2023 l'estrazione di materie come rame, zinco e altri metalli, che si trovano nei fondali e che sono molto richiesti per lo sviluppo di tecnologie verdi, come le batterie di veicoli elettrici, le turbine eoliche e i parchi solari. In questo modo il Paese potrebbe diventare leader nella raccolta di metalli dal fondo marino importanti per le tecnologie green. Ma, allo stesso tempo, e quasi paradossalmente, potrebbe trovarsi in prima linea sui rischi ambientali che l'estrazione del fondale marino porta con sé.  Come riporta la Reuters Oslo ha annunciato i preparativi per uno studio sull'impatto ambientale necessario per aprire aree di esplorazione e produzione di minerali sul fondo marino. E l'annuncio segue tre anni di spedizioni durante i quali, a quanto riportato dalla Norwegian Petroleum Directorate che ha condotto i lavori, sono stati trovati in acque profonde depositi di rame, zinco, cobalto, oro e argento. Secondo le stime dei ricercatori della Norwegian University of Science and Technology (NTNU), potrebbero esserci fino a 21,7 milioni di tonnellate di rame, più della produzione mondiale di rame del 2019, e 22,7 milioni di tonnellate di zinco sulla piattaforma continentale norvegese. Tuttavia, altre stime riportano cifre molto inferiori, rispettivamente a 6,9 milioni e 7,1 milioni di tonnellate.

La mappatura

I metalli sono stati trovati nei solfuri polimetallici, o "fumatori neri", che si formano quando l'acqua del mare raggiunge il magma, si riscalda e viene riportata sul fondo del mare trasportando metalli disciolti e zolfo. Le spedizioni hanno anche scoperto alte concentrazioni di litio e scandio metallico delle terre rare utilizzato nell'elettronica e leghe nelle croste di manganese che crescono sul substrato roccioso. La Norvegia ha mappato questi depositi lungo la dorsale medio atlantica tra l'isola di Jan Mayen e l'arcipelago delle Svalbard nel Mare di Norvegia fino a 700 chilometri (435 miglia) al largo. Una volta completato lo studio, il governo ha in serbo di fare prima delle consultazioni pubbliche sulla sua valutazione dell'impatto ambientale e su una proposta per l'apertura di aree di esplorazione e produzione entro la fine del 2022, e poi un dibattito e un voto in Parlamento nel secondo trimestre del 2023. "Se il Parlamento decidesse di aprire, le licenze di esplorazione potrebbero essere rilasciate, forse nella seconda metà del 2023 o nel 2024", ha detto il ministero del petrolio e dell'energia.

Anche il Giappone punta sui fondali

La Norvegia non è la sola nazione ad avere piani simili. Il Giappone ha un progetto con aziende private, che dovrebbe iniziare tra il 2026 e il 2028. Su questo, ha spiegato a Reuters un funzionario dell'Agenzia nipponica per le risorse naturali e l'energia, la tempistica dipenderà dai prezzi dei metalli e dalla riduzione dei costi dell'estrazione in acque profonde. Intanto, l'autorità internazionale dei fondali marini (ISA) delle Nazioni Unite, che regola le attività minerarie dei fondali marini nelle acque internazionali, ha approvato 30 contratti di esplorazione con la Cina. L'ISA con sede in Giamaica ha dovuto posticipare i piani per l'approvazione delle norme che disciplinano la produzione di minerali di acque profonde al 2021, data la pandemia in corso, tuttavia, la Norvegia non deve aspettare perché le sue risorse non sono in acque internazionali.

I problemi ambientali

L'esplorazione dei fondali marini, però, solleva problemi ambientali, nonostante la finalità green dei materiali estratti. Gli ambientalisti, come l'esploratore e conduttore di programmi naturalistici britannico David Attenborough, hanno chiesto una moratoria sull'estrazione mineraria in acque profonde fino a quando non si saprà di più sulle specie che vivono sul fondo marino e sul potenziale impatto che queste potrebbero subire. Mentre Greenpeace, in un recente rapporto, ha chiesto un divieto permanente. Il no degli ambientalisti all'estrazione dei fondali marini, però, non è "completo e definitivo", ma "sappiamo che può avere un impatto molto sostanziale sull'habitat del fondale marino, più dell'estrazione di petrolio e gas ", ha detto Peter Haugan, professore presso l'Università di Bergen e uno dei coautori del rapporto di esperti, pubblicato il mese scorso e commissionato dall'Ocean Panel, organizzazione co-presieduta dalla Norvegia che raggruppa 14 Stati che cercano di definire la politica sugli oceani del mondo. La questione è, ancora una volta, economica. La Norvegia, diventata ricca con petrolio e gas, ora desidera trovare alternative per sostituire gradualmente la sua industria di punta e svolgere il suo ruolo nell'energia più verde. L'estrazione mineraria in acque profonde potrebbe generare fino a 20 miliardi di dollari di entrate annuali per la Norvegia verso il 2050, rispetto a circa 61 miliardi di dollari da petrolio e gas nel 2019, e creare circa 20 mila posti di lavoro. Questo secondo le stime della società di consulenza Rystad Energy con sede a Oslo.

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