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Domenica, 3 Marzo 2024
Lobby e politica

Le grandi aziende che premono per 'mettere in pausa' la legge sugli imballaggi

L'Ue vuole ridurre i rifiuti da confezioni e monouso in plastica, ma lo sforzo di lobbying delle aziende del settore è enorme e ha già ottenuto il consenso di alcuni deputati italiani. "Cambiamento colossale che richiede tempo - dicono - e aumenterebbe l'emissione di gas serra"

Finanziamento di studi, lancio di siti web e sponsorizzazioni sui media, insieme a centinaia di incontri con i responsabili politici ed istituzionali. Lo sforzo per bloccare la nuova proposta di legge dell'Unione europea sugli imballaggi è stato immane, uno dei più rilevanti di questi anni in tema di lobby, secondo gli esperti in materia. Tante sono le aziende coinvolte che chiedono una "pausa", come Burgo Group, Delfort, Dunkin, Inspire, McDonald's, Yum! e Baskin Robbins.

Bandire monouso e favorire il riutilizzo

L'ultima lettera spedita ai vertici della capitale europea dalle associazioni di categoria dei produttori e maggiori utilizzatori di imballaggi risale a fine aprile, e chiede una pausa alla legislazione che intende promuovere gli imballaggi riutilizzabili negli Stati membri del blocco europeo. La normativa intendere arginare il crescente fenomeno di confezioni inutili e plastica monouso, che stanno generando una mole di rifiuti ormai ingestibile. In Europa l'immondizia da plastica è destinata a raddoppiare, andando a rappresentare quasi un quinto del bilancio globale del carbonio entro il 2040. La legge propone il divieto degli imballaggi monouso nei ristoranti e nei caffè entro il 2030 e un aumento del 10% degli imballaggi riutilizzabili per il cibo da asporto, nonché del 20% per le bevande, entro la stessa data. Proposta lo scorso novembre dalla Commissione europea, la legge è sostenuta da scienziati, attivisti e società civile che chiedono uno sforzo maggiore per arginare l'uso di prodotti che si stanno rivelando dannosi in maniera irreversibile per il pianeta.

Intensa attività di lobby

I sostenitori della normativa accusano le aziende e i ristoranti, che producono e incentivano il monouso, di stare finanziando studi e articoli di parte che mirano a scardinare i propositi della legislazione. Riunitisi in gruppi di pressione ufficiali, come l'Alleanza europea per il packaging sostenibile, queste aziende chiedono all'Ue di evitare il riutilizzo, per continuare a produrre "imballaggi sostenibili". Ci sono poi gli incontri ufficiali: i membri del settore, tra cui figurano anche il colosso della chimica Dow e quello delle bevande Pepsi, ne hanno tenuti sull'argomento oltre 290 con i deputati europei tra l'inizio del 2022 e l'inizio di aprile di quest'anno. Nello stesso periodo le Ong sono riuscite a partecipare ad appena a 21 incontri sullo stesso tema.

Il supporto degli italiani

A fine febbraio Jon Banner, vicepresidente esecutivo della catena, ha parlato nel corso di un incontro organizzato dall'Alleanza europea degli imballaggi in carta (Eppa), che ha visto tra i relatori anche vari europarlamentari italiani: Carlo Fidanza (Fratelli d'Italia / Conservatori e riformisti), Paolo de Castro (Partito democratico / Socialisti&Democratici) e Salvatore de Meo (Forza Italia / Partito popolare europeo). Uno spettro politico quantomai ampio. L'eurodeputato Massimiliano Salini (del Ppe), che ha ospitato l'evento ha dichiarato: "Al Parlamento europeo ci opporremo con forza a qualsiasi tentativo di imporre dall'alto scelte unilaterali, che non tengano conto delle specificità industriali di ciascuno Stato... stiamo lavorando per modificare la proposta di regolamento perché riteniamo profondamente sbagliato privilegiare il modello del riutilizzo a scapito di quello del riciclaggio".

Plastica nero petrolio

Per produrre plastica ed altri imballaggi è necessario quasi il 10% del petrolio e del gas disponibile nell'Ue, mentre quasi la metà della carta utilizzata viene utilizzata per gli imballaggi. Il "cambiamento sistemico" richiesto viene respinto con forza dai fast food e dai produttori di imballaggi, che vogliono evitare i significativi investimenti e gli aggiornamenti nelle infrastrutture che una svolta epocale come quella programmata da Bruxelles richiederebbe. "L'imballaggio gioca un ruolo importante nell'aiutarci a servire cibo caldo e appena preparato in modo rapido e sicuro ai nostri clienti e prevenire lo spreco di cibo. L'implementazione obbligatoria di materiali riutilizzabili come unica soluzione comporta notevoli sfide operative e finanziarie per l'intero settore", ha dichiarato a DeSmog un portavoce di McDonald's. Perché cambiare se il sistema attuale basato sul monouso, come ha ricordato Justine Maillot dell'organizzazione Rethink Plastics Alliance, "funziona davvero bene per queste aziende", e risulta ancora molto redditizio? La rinuncia ai contenitori usa-e-getta potrebbe inoltre comportare una rivoluzione in termini di abitudini di consumo e marketing, tale da mettere in crisi la natura stessa di questi modelli di ristorazione.

Influenzare i media

Oltre che nelle stanze dei politici, il pagliaccio re degli hamburger si è mosso anche sui media più influenti nel panorama europeo. Sul quotidiano Politico Europe è apparso a marzo un articolo sponsorizzato in cui Jon Banner di McDonald's sosteneva che "gli imballaggi riutilizzabili saranno controproducenti per gli obiettivi del Green Deal". Nella newsletter mattutina del quotidiano sono invece apparse inserzioni a pagamento in cui l'azienda affermava che "le emissioni di gas serra aumenterebbero fino al 50% per la cena in loco e fino al 260% per il cibo da asporto" se l'Europa passasse al modello del riutilizzo. Il pilastro della contro-informazione aziendale è stato però uno studio, definito "indipendente", condotto dalla società Kearney e finanziato anche da McDonald's, secondo il quale gli obiettivi proposti da Bruxelles per il riutilizzo degli imballaggi potrebbero aumentare significativamente le emissioni di gas serra. Il rapporto ha modellato vari scenari, ma i gruppi commerciali avrebbero citato nei successivi incontri sul tema solamente le conclusioni che si riferiscono a un passaggio completo agli imballaggi riutilizzabili nel prossimo decennio. Al contrario, la nuova legislazione dell'Ue propone una conversione progressiva, pari al 10% per il cibo da asporto e del 20% per le bevande. Lo studio presuppone inoltre che alcuni elementi, come piatti e posate, verranno restituiti solo tre volte prima di essere gettati via, rotti o contaminati.

Standardizzare gli imballaggi

Le ipotesi del report sono state valutate come estremamente pessimiste da attivisti e accademici, che contestano in primo luogo la qualità dei dati citati. "La pubblicazione utilizza dati e ipotesi poco chiari per minare il ruolo degli imballaggi riutilizzabili", ha detto a DeSmog Marco Musso, responsabile delle politiche presso Eeb. Al di là della lotta sui dati, la svolta pro-riutilizzo necessita di alcuni presupposti. Se tutti i ristoranti adoperassero lo stesso imballaggio, ad esempio, i clienti sarebbero spinti a depositare questo contenitore in un sistema di raccolta locale. In tal caso aumenterebbero i tassi di reso. "Una delle chiavi assolute in un sistema di riutilizzo è la standardizzazione degli imballaggi", ha affermato la ricercatrice Judith Hilton. "Il riutilizzo deve essere come il riciclaggio. Non ordini il tuo riciclaggio in base alla provenienza. Puoi riportarlo ovunque", ha precisato l'esperta dell'Università di Portsmouth. In base alle previsioni di uno studio statunitense, riutilizzando anche solo 20 volte un contenitore, il potenziale riscaldamento globale connesso verrebbe ridotto di 50 volte rispetto alle alternative monouso. I calcoli della Commissione europea partono da questi presupposti. La nuova legge potrebbe ridurre le emissioni di gas serra di 23 milioni di tonnellate all'anno entro il 2030, ma è necessario che il Parlamento europeo voti la legge prima della scadenza elettorale europea del maggio 2024, quando potrebbe mutare radicalmente la composizione politica tra i banchi di Strasburgo.

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