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Sabato, 20 Aprile 2024
L'inchiesta esclusiva

Glifosato nell'acqua, così le lobby hanno ottenuto il rinnovo del pesticida tossico

In Italia il 45% delle acque analizzate è inquinato dall'erbicida più venduto al mondo. E molte Regioni neppure fanno i controlli. A Bruxelles sta per chiudersi una partita fondamentale per rinnovarne l'autorizzazione all'uso e le aziende dell'agrifood hanno speso milioni di euro per organizzare dibattiti, influenzare i politici e l'informazione

Nel Teatro dei Martiri a Bruxelles lo scorso dicembre un uomo in giacca e cravatta correva sul palcoscenico, schizzando da un lato all'altro sulle note dei Cccp: "Io sto bene, io sto male, io non so come stare". Il pezzo del gruppo italiano era stato scelto dalla regista dello spettacolo Europe Connexion per riassumere la follia di un lobbista impegnato a promuovere l'uso dei pesticidi presso i decisori della capitale europea, fossero essi eurodeputati, funzionari o vertici politici degli Stati membri. La ragione della follia? A un certo punto il lobbista si rende conto di stare lavorando per quelle stesse persone che stanno inquinando e rovinando il mondo in cui lui e la sua famiglia vivono. Salvare l'ambiente e rinunciare ai lauti guadagni o proseguire sulla strada che lo stava arricchendo, impoverendo però il pianeta? Non rivelerò il finale, ma quando l'applauso scrosciante ha accolto gli attori al termine dello spettacolo, era chiaro a tutti i presenti che quella storia non risultava distopica né paradossale, ma la quotidiana realtà che si vive a Bruxelles.

In termini di lobby il caso più emblematico di questi anni è quello del glifosato. La saga sull'erbicida più venduto al mondo ha contorni oscuri e il prossimo capitolo si chiuderà a breve: il 12 e il 13 ottobre i governi dei 27 Paesi membri dovranno decidere sul suo rinnovo per ulteriori cinque o dieci anni. La Commissione europea ha già dato il suo consenso per un rinnovo decennale e, con ogni probabilità, la maggioranza dei governi opterà per una nuova autorizzazione, nonostante la tossicità per gli organismi marini e in generale per l'ambiente sia ormai comprovata. Austria, Germania e Lussemburgo si oppongono apertamente al rinnovo, ma è difficile riusciranno a spuntarla.

Cancerogeno sì o no?

Per imporre in automatico un divieto sarebbe stato necessario dimostrare che questa sostanza è, oltre che tossica per l'ambiente, anche cancerogena. Una conclusione che è stata negata al momento sia dall'Agenzia europea sulle sostanze chimiche (Echa), che da quella che si occupa di sicurezza alimentare (Efsa). Dopo un processo lungo, complesso e combattuto, nessuna delle due agenzie dell'Unione europea - sulla base degli studi esistenti analizzati - è arrivata alla conclusione che il glifosato provochi il cancro. Eppure nel 2015 l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), un organo consultivo dell'Organizzazione Mondiale della Salute (Oms) ha stabilito che il glifosato, ingrediente chiave del diserbante Roundup, è "probabilmente cancerogeno" per l'uomo. La valutazione ha dato vita a migliaia di ricorsi presso i tribunali statunitensi mentre in Europa, dove non è possibile per i singoli individui chiedere danni punitivi in tribunale, sono state intentate solo due cause contro Monsanto: una per il Roundup e una per un altro erbicida, il Lasso. Quest'ultima è stata intentata nel 2007 da un agricoltore francese, Paul François, che ha vinto la causa nel 2017 e di nuovo nel 2020 quando il ricorso di Monsanto è stato respinto.

Investire nella pressione

Nel 2017 è stato autorizzato l'ultimo rinnovo dell'autorizzazione: ma solo per 5 anni rispetto ai consueti 15 anni, nell'attesa di pervenire alle conclusioni di natura scientifica. Per le aziende produttrici si è trattato di sovvertire in primo luogo il dibattito sull'erbicida più noto (e detestato) al mondo, da anni stigmatizzato come una delle sostanze più pericolose per l'ambiente e per la salute umana. Un'impresa costata cara, ma che sembra aver dato i suoi frutti. Nel dicembre 2019 la richiesta di rinnovo è stata presentata alle autorità dell'Ue dal Glyphosate Renewal Group (Gruppo per il rinnovo del glifosato), un consorzio appositamente creato da 8 produttori, guidato dalla tedesca Bayer. Presente nel registro della Trasparenza - dove sono iscritte tutte le realtà che operano in termini di lobby nell'Ue - il Gruppo ha stabilito la sua sede al numero 41 di Rue de la Science a pochi passi dal Parlamento europeo. A poco più di un chilometro di distanza, in Rue d'Edimbourg, opera Corporate Europe, un'organizzazione indipendente impegnata a monitorare il lavoro dei gruppi di pressione nella capitale europea. "Al momento non ci sono molte attività di lobbying visibili, ma è certo che in questa fase verranno fatte molte pressioni sui partiti liberali e conservatori di tutta Europa per influenzare il voto dei loro governi alla riunione dello Scopaff (il Comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi, ndr)", ha dichiarato a Today Nina Holland, ricercatrice specializzata nel settore dell'agribusiness per Corporate Europe.

Presenza capillare

Gran parte del lavoro di lobby è stato già svolto negli ultimi sei anni a Bruxelles, tra conferenze, dibattiti e networking. Qui la Bayer ha giocato una grossa fetta del suo impegno, provando ad avere un suo emissario in tutte le occasioni in cui si parlasse di glifosato o più in generale di pesticidi. Che gli spettasse un intervento ufficiale o fosse lì semplicemente ad ascoltare, ad ogni incontro due occhi e due orecchie di Bayer erano presenti in sala. L'altra partita è stata giocata sui media. "La Bayer è alla guida del Glyphosate Renewal Group, che riunisce tutti i produttori di glifosato. Le attività di questo gruppo sono gestite da una società di consulenza lobbistica chiamata Hume Brophy (ora Penta), finanziata con 400mila euro all'anno", ha sottolineato João Camargo, un altro ricercatore di Corporate Europe. Queste attività comprendono l'organizzazione di eventi pubblici e campagne di comunicazione. "Un esempio è stata una 'media partnership' con il giornale online Euractiv, incentrato sull'Ue, che ha comportato una serie di dibattiti che sono stati strutturati in modo da ritrarre il glifosato come benefico per il suolo e la biodiversità. Si tratta di un chiaro tentativo di fare greenwashing di un prodotto molto dannoso", precisa Camargo a Today.

Nel registro sulla Trasparenza, la sola Bayer dichiara che nella sua "serie regolare di attività di comunicazione", sponsorizza anche contenuti ed eventi organizzati dal portale europeo Politico nell'ambito della campagna "Drive sustainable progress" (Guidare un progresso sostenibile). Altri eventi che Bayer organizza sono quelli in collaborazione con Forum Europe dal titolo "Bayer Life Talks" (Colloqui sulla vita di Bayer). Un altro esempio chiave di lobbying è il Forum sul futuro dell'agricoltura, un gigantesco evento di più giorni dedicato alle nuove prospettive in campo agricolo a cui partecipano politici, funzionari di vertice delle istituzioni Ue, commissari europei, esponenti delle organizzazioni agricole. Lo sponsor principale dell'evento è la Syngenta, una multinazionale con sede in Svizzera ma di fatto nelle mani della società cinese ChemChina, che tra i suoi prodotti di punta vanta proprio il glifosato e fa anch'essa parte del gruppo per il rinnovo della sostanza.

Il ruolo nella disinformazione

Le accuse nei confronti delle multinazionali del glifosato non arrivano solo dall'esterno, ma anche dai corridoi interni al Parlamento europeo. Paladina della lotta ai pesticidi nel corso di questa legislatura è stata Sarah Wiener, l'eurodeputata dei Verdi già nota chef televisiva nonché agricoltrice bio in Austria, relatrice del nuovo regolamento Ue che chiede di ridurre del 50% l'uso dei pesticidi entro il 2030 e dell'80% quelli più pericolosi. Un testo non ancora approvato quando mancano pochi mesi alla fine della legislatura. "La lobby dei pesticidi si è opposta al regolamento fin dall'inizio, perché è in gioco il loro business. Con Bayer-Monsanto, BASF, Syngenta e Corteva, solo quattro società dominano il mercato globale dei pesticidi, per un valore stimato di 53 miliardi di euro. Ridurre i pesticidi chimici significa ridurre i profitti", spiega Wiener a Today.it. "Non c'è da stupirsi che la sola Bayer, secondo il Registro della trasparenza dell'Ue, spenda 7 milioni di euro all'anno per fare pressioni sulle istituzioni dell'Ue, e queste sono solo le cifre che rende pubbliche", ha affermato l'eurodeputata austriaca. Secondo Wiener l'obiettivo delle multinazionali è quello di ritardare il lavoro legislativo, puntando soprattutto alla "disinformazione", ad esempio diffondendo studi "allarmistici" in base ai quali la riduzione dei pesticidi minaccerebbe la sicurezza alimentare.

"I media citano studi che mettono in guardia da gravi perdite di raccolto, ma se si guarda più da vicino a questi studi, si nota che nella maggior parte dei casi si ipotizza un divieto totale di tutti i pesticidi senza alternative".

"L'obiettivo del nuovo regolamento è invece la riduzione dei pesticidi chimici e la promozione di alternative", spiega a Today.it la parlamentare dei Verdi.

Il fantasma della sicurezza alimentare

Nell'ultimo anno e mezzo la guerra in Ucraina è stata ampiamente sfruttata dalle multinazionali dell'agrifood per giustificare passi indietro sul regolamento sui pesticidi e, più in generale, sulla strategia Farm to Fork - dal produttore al consumatore - il pilastro agroalimentare del Green deal europeo. La lotta ai fitofarmaci è stata presentata come una minaccia per la sicurezza alimentare europea, sventolando il fantasma di raccolti esigui e carrelli vuoti. Mentre l'imminente crisi alimentare è stata negata dalla stessa commissione europea, nel 2022 la Bayer ha visto incrementare enormemente le vendite di glifosato (+60%), beneficiando della situazione tesa sui mercati agricoli globali, con un aumento dei prezzi dei prodotti per la protezione delle colture e delle sementi. Insieme ai profitti c'è un'altra ragione per cui la Bayer insiste così tanto per il rinnovo. Nel 2019 Bob Reiter, direttore del dipartimento di ricerca e svilippo della Bayer, aveva dichiarato che nessuna alternativa al glifosato sarebbe apparsa "magicamente" sul mercato prima di cinque anni. Il tempo è scaduto e alternative altrettanto "potenti" non si vedono all'orizzonte.

L'eredità di Monsanto

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Per capire meglio la portata della lobby del glifosato bisogna fare qualche passo indietro e tornare ad analizzare l'operato della Monsanto, l'azienda statunitense produttrice del Roundup, il più noto e diffuso erbicida al mondo a base di glifosato, acquistata dalla Bayer nel 2018 per 63 miliardi di dollari. In un report di Corporate Europe viene ricordato come nel 2017 l'azienda avesse ingaggiato la lobby irlandese Red Flag Consulting per mettere in scena una "finta campagna di base", in favore del glifosato in occasione di fiere agricole e altri eventi negli "otto Paesi più importanti dell'Ue". Un'altra manovra simile venne esercitata la sera prima di un'udienza chiave del comitato Pest che si occupa della procedura di autorizzazione Ue per i pesticidi, quando "il gruppo di pressione di Monsanto, noto come Ecpa (ora rinominato Croplife Europe) e la lobby agricola Copa-Cogeca hanno invitato congiuntamente gli eurodeputati a una cena di gala", si legge nel report.

"L'Ecpa ha anche consegnato 'schede informative' con affermazioni drammatiche sulle potenziali perdite di colture agricole se il glifosato fosse stato vietato, per allarmare gli eurodeputati", sottolinea il dossier. Nell'ambito dell'inchiesta internazionale sui Monsanto Papers, i media francesi hanno dimostrato che nel 2016 e nel 2017 la multinazionale Usa ha ingaggiato la società di lobby FleishmanHillard per compilare una lista dei suoi oppositori: conteneva i nomi di circa 200 giornalisti, politici e altre personalità. Una pratica illegale in Francia. Secondo Corporate Europe, Monsanto avrebbe pagato la società non meno di 14,5 milioni di euro per questa campagna. Una cifra di gran lunga superiore rispetto a quelle dichiarate al Registro per la trasparenza delle attività di lobbying dell'Ue.

Sostenitori in Parlamento

Dall'inchiesta sui Monsanto papers sono emersi anche i "sostenitori" del glifosato, come Jérémy Decerle, un allevatore francese di vacche Charolais ed ex presidente dei Jeunes Agriculteurs, diventato nel 2019 europarlamentare tra le fila della coalizione macronista L'Europe Ensemble, che siede nel gruppo politico liberale Renew. Nel corso dell'ultima audizione sul glifosato a Strasburgo del 4 ottobre 2023 Decerle è stato duramente attaccato dall'eurodeputata verde Manon Aubry proprio per la sua presenza nella lista dei sostenitori politici della sostanza. "Sono un agricoltore-allevatore. Non ho mai dovuto usare il glifosato nelle mie pratiche agricole. Quindi dire che sono innamorato del glifosato è semplicemente inutile", si è difeso Decerle, aggiungendo di non avere intenzione di dire se è "pro" o "contro" il glifosato, provando a sgusciare via dalla polemica. Nel suo discorso l'allevatore-politico ha in verità insistito sulla necessita di armonizzare le condizioni d'uso stabilite a livello europeo. Di fatto un modo per evitare che alcuni Paesi riescano a limitarne ulteriormente l'utilizzo, come già fatto da Lussemburgo e Austria negli anni scorsi, danneggiando i produttori dell'erbicida.

I nodi tra scienza e diritto

La scarsa fiducia nei confronti dei produttori di glifosato non è frutto di semplici pregiudizi. Negli Stati Uniti i giudici di San Francisco hanno accertato una serie di irregolarità, pressioni, imbrogli messi in campo dalla Monsanto per continuare a commercializzare uno dei suoi prodotti di punta, evidenziando in particolare le pressioni sull'Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA), sul mondo scientifico nonché l'azione volta a screditare lo scienziato James Parris, autore di numerosi studi che dimostrano la genotossicità della sostanza per le cellule umane, sui cui si è basata la valutazione dell'Airc. La diatriba sull'imparzialità scientifica si ripercuote adesso in Europa. Il 27 settembre una coalizione di Ong, tra cui Pesticide Action Network Europe e Global2000, sostenuta in Italia dall'Associazione italiana medici per l'Ambiente (Isde), ha presentato un esposto alla Procura di Vienna, accusando il consorzio di produttori di pesticidi, guidato da Bayer-Monsanto, di aver "travisato e nascosto prove critiche riguardanti gli effetti negativi sulla salute del glifosato durante il processo di approvazione", inclusi legami tra l'erbicida e l'aumento dell'autismo.

Le associazioni avevano già presentato una prima denuncia nel 2019, le cui indagini sono ancora in corso. "Il sistema dell'Ue per l'approvazione dei pesticidi sembra essere progettato per lavorare a favore dell'industria e contro l'interesse pubblico", ha dichiarato ad EuropaToday João Camargo, evidenziando come l'Efsa "si basa in larga misura sugli studi dell'industria e sulla sua valutazione della letteratura indipendente", per cui la maggior parte degli studi indipendenti verrebbe squalificata. "Recentemente uno studio dei ricercatori svedesi Mie e Rudén ha rivelato che i produttori di pesticidi, tra cui Bayer e Syngenta, non hanno presentato all'Efsa gli studi che dimostravano i danni della sostanza, gli stessi che erano stati obbligati a presentare alle autorità di regolamentazione statunitensi". Altro nodo riguarda gli esperti che effettuano le valutazioni all'Efsa. "Sono inviate dagli Stati membri dell'Ue, ma rimangono anonime. Non è quindi possibile valutare eventuali conflitti di interesse", ha messo in luce il ricercatore.

Dati ignorati

Sulla stessa linea si è espressa l'eurodeputata Wiener, accusando l'esecutivo europeo di ignorare le lacune nei dati e i rischi comunque identificati dall'Efsa in oltre la metà degli usi. "Ad esempio, un pesticida non è composto solo dall'ingrediente attivo, ma anche da vari co-formulanti, ma non esistono dati sulla tossicità di uno dei co-formulanti del glifosato, sebbene questa sostanza costituisca il 10% del pesticida finito. È quindi impossibile valutare l'effettiva tossicità del diserbante", ha affermato l'europarlamentare sul tema. "Il glifosato è un erbicida ad ampio spettro: non uccide solo le erbe infestanti, ma tutte le piante del campo. Come sostanza antimicrobica, può anche danneggiare il microbioma umano. Ma studi indipendenti su questo aspetto non sono stati nemmeno presi in considerazione dall'Efsa", ha sottolineato l'imprenditrice agricola, che ha ricordato come sia stata bocciata la proposta dei Verdi europei di avviare una commissione d'inchiesta parlamentare sul processo di approvazione dei pesticidi. "Purtroppo in Parlamento non c'è stata una maggioranza per la commissione d'inchiesta. La lobby agricola funziona particolarmente bene in questo caso", ha sottolineato Wiener.

Tossicità verificata

Sulla questione dell'imparzialità degli studi Today ha interrogato Pietro Paris, per anni dirigente tecnologo dell'Ispra e membro della Commissione per la valutazione del rischio (Risk Assessment Committee - RAC) dell'Echa da poco in pensione. Paris ha rivendicato la trasparenza e il livello di approfondimento della consultazione europea. "Uno Stato può impiegare diversi anni per creare un dossier, attingendo a tutti gli studi esistenti, poi la classificazione da parte dell'Echa richiede quasi un anno dal momento in cui il dossier viene ricevuto dal Rac, che la sottopone a sua volta ad una consultazione pubblica", ha ricordato l'ex dirigente dell'Ispra. Secondo Paris è corretto che queste ricerche vengano svolte in primis dai produttori della sostanza che si intende commercializzare. "Gli studi sulla sicurezza deve farli chi intende immettere la sostanza sul mercato, perché il dossier richiede anni e ingenti investimenti che devono giustamente ricadere sul produttore. Poi l'Echa provvede a considerare tutti gli studi prodotti sul tema a livello globale", ha specificato l'esperto.

Le limitazioni volute dall'Italia

Nel 2017 l'Italia, insieme ad altri otto Paesi, si oppose al rinnovo. Oggi la posizione del governo sul tema risulta più ambigua e quasi certamente darà il consenso al rinnovo dell'autorizzazione, come emerso anche dalla risposta del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato all'interrogazione sollevata sul tema dall'onorevole Eleonora Evi. La posizione di Roma, emersa anche a Bruxelles, è quella di ribadire i limiti all'utilizzo del prodotto solo nella sua funzione di erbicida, e non come "essiccatore", come già stabilito dalle norme vigenti. In qualità di essiccatore il glifosato viene adoperato nelle fasi pre e post-raccolto negli Stati Uniti e Canada. "È necessario stabilire che il glifosato possa essere usato solo ed esclusivamente come erbicida per la propria razione di terreno e non come disseccante in tutte le lavorazioni pre e post raccolta", ha dichiarato Daniela Rondinelli dei Socialisti & democratici e membro della commissione Agricoltura durante il dibattito a Strasburgo del 4 ottobre. Una posizione trasversale, in quanto condivisa dal veterano del Pd Paolo De Castro, come dalla leghista Paola Ghidoni e dall'esponente di Forza Italia Salvatore De Meo, che ha insistito per una "reciprocità" delle limitazioni sui prodotti importati dai Paesi terzi. Ma queste restrizioni sono sufficienti?

Lo Stivale inquinato

"L'uso come essiccante va ad impattare sulla salute in termini di contenuto di residui nel frumento e in altri cereali, ma le grandi quantità che abbiamo riscontrato nell'ambiente in Italia riguardano l'uso come erbicida per evitare la crescita di erbe infestanti", ha dichiarato a Today il tecnologo dell'Ispra Pietro Paris. In Italia, ha ricordato l'ingegnere, appena 14 regioni su 21 (volendo includere anche la Provincia autonoma di Trento e Bolzano) effettuano il monitoraggio specifico sul glifosato, che necessita di una metodica indipendente per poter essere identificato a causa della sua alta solubilità. In particolare sono le regioni del Sud quelle in cui manca questo specifico monitoraggio. In base agli ultimi dati disponibili dell'Ispra sull'inquinamento delle acque naturali, sia superficiali che sotterranee, l'inquinamento da glifosato è imponente. "Sono stati trovati pesticidi nel 55% delle acque superficiali e nel 23% delle acque profonde monitorate. Il glifosato è stata la sostanza più riscontrata", ha spiegato Paris precisando che l'erbicida è stata ritrovato nel 45/46% delle acque superficiali, mentre l'Ampa, il metabolita derivato dalla sostanza, è stato ritrovato nel 70% dei campioni.

"Il glifosato ha una classificazione come sostanza tossica con effetti di tipo cronico", ha ricordato Paris, evidenziando che "entrambe le sostanze sono in grado di uccidere organismi viventi, in particolare quelli acquatici. Questo significa che sia pesci che crostacei risultano esposti in modo cronico". Elementi che rientrano nella nostra catena alimentare. L'esperto, pur sottolineando che gli studi dell'Ispra non riguardano le acque idropotabili, ha evidenziato come per filtrare queste sostanze sono necessari costi di depurazione ingenti e con strumenti non sempre efficienti al 100%. L'inquinamento andrebbe evitato, non combattutto a posteriori tramite i sistemi di depurazione.

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Confondere le idee

Secondo l'esperto se c'è una "falla" nel sistema di approvazione di una sostanza riguarda il fatto che la dimostrazione della cancerogenicità sia considerata l'unica in grado di imporre in automatico un divieto di commercializzazione di un prodotto. Le gravi ed evidenti prove sulla tossicità ambientale dovrebbero bastare per decretare un divieto. "Continuiamo a gettare nell'ambiente migliaia di tonnellate di una sostanza inquinante a cui viene esposto l'uomo. Una sostanza tossica per l'ambiente non si può continuare a sversare nei territori in cui viviamo", ha ribadito Paris. Un sondaggio pubblicato a settembre ha mostrato che due terzi dei cittadini dell'Ue non vogliono più che il glifosato sia autorizzato. Eppure più dei dati, delle denunce, del principio di precauzione, ad aver avuto la meglio sulla questione sono state altre considerazioni. A questo proposito la regista dello spettacolo Europe Connexion Pauline d'Ollone ha sintetizzato: "La retorica è il modo in cui il lobbista userà le parole per distorcere la realtà, infatti la realtà non avrà più ragione di esistere, ma sarà ciò che lui dirà e ciò che farà con essa a contare". Non a caso, mentre l'attore-lobbista correva in scena, la voce di Giovanni Lindo Ferretti urlava: "A noi piace un casino confondere le idee".

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