Berlino dà 4 miliardi a 2 compagnie per l'addio al fossile, gli ambientalisti: "Cifre gonfiate"

Ritenuto troppo generoso il patto stipulato tra il governo Merkel e le due principali aziende energetiche del Paese, una delle quali avrebbe chiuso comunque i suoi impianti

Foto archivio Ansa EPA/FILIP SINGER

La Germania è nel pieno della sua rivoluzione verde, dopo che all'inizio di quest'anno a deciso che dirà addio ai fossili come carbone e lignite come fonti di approvvigionamento energetico e di eliminare eliminare gradualmente questo tipo di centrali entro il 2038 ma se è possibile già nel 2035. Da punto di vista economico la scelta non è certo indolore, perché la riconversione comporterà costi e perdite per le aziende.

La compensazione

E per questo due delle principali compagnie del Paese, Leag e Rwe riceveranno oltre 4 miliardi di euro come compensazione per la chiusura delle loro centrali elettriche a lignite. La cosa però ha aperto alcune polemiche con gli ambientalisti che lamentano il fatto che il governo di Angela Merkel non abbia fornito alcun dettaglio sul come sia stata calcolata questa cifra.

Il ricorso

Le associazioni ecologiste ClientEarth e la piattaforma Internet FragDenStaat, hanno anche presentato una mozione urgente alla Corte amministrativa superiore di Berlino-Brandeburgo, che però ha respinto la loro richiesta di trasparenza. Questo perché, come racconta Euractiv, la cifra pattuita in un negoziato a porte chiuse tra il ministro dell'Economia Peter Altmaier della Cdu e le due società, per un totale di 4,35 miliardi di euro, è ritenuta molto alta e anche l'Öko-Institut, un gruppo di esperti, stima che potrebbe essere esagerata, fino a due miliardi più del dovuto.

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Chiusura già pianificata

A gennaio, la rivista tedesca Der Spiegel aveva scritto riferito che il gruppo LEAG aveva pianificato di chiudere comunque le sue centrali fossili, che stanno rapidamente diventando meno redditizie rispetto alle più economiche rinnovabili. Il piano, delineato nei documenti interni dell'azienda visti dal giornale, differiva poco dall'accordo concordato con il governo e metteva quindi in dubbio la necessità di erogare miliardi di euro di risarcimento pubblico per chiusure che sarebbero comunque avvenute.

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