Mercoledì, 22 Settembre 2021
Ambiente

In Europa chi inquina non paga. Soprattutto in Italia

Un report della Corte dei conti Ue denuncia le carenze legislative e le colpe degli Stati. Che ai risarcimenti dei privati preferisco l'uso dei fondi pubblici per riparare i danni all'ambiente

L'ex Ilva a Taranto / Ansa

È sancito nei trattati, e dovrebbe trovare applicazione pratica in diverse direttive. Ma nonostante ciò, il principio del "chi inquina paga" è ancora una chimera nell'Unione europea: chi causa l'inquinamento di suolo, aria e acque riesce spesso a farla franca grazie alle scappatoie legali presenti nelle legislazione nazionali, e quando si tratta di bonifiche, il costo, milionario, ricade quasi sempre sulle casse pubbliche. In altre parole, non solo chi inquina "non" paga. Ma a farlo per lui sono i contribuenti. Lo denuncia una relazione della Corte dei conti Ue.

Le carenze normative

Nell’Unione europea, "scrive la Corte, esistono quasi 3 milioni di siti potenzialmente contaminati, principalmente da attività industriali e dallo smaltimento e trattamento dei rifiuti". Su dieci corpi idrici superficiali, come laghi e fiumi, sei non sono in un “buono stato chimico ed ecologico”. L’inquinamento atmosferico, un grave rischio sanitario nell’Ue, è inoltre nocivo per la vegetazione e gli ecosistemi. La Commissione europea e gli Stati membri hanno giurato solennemente di diventare leader mondiali nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma sul contrasto agli "inquinatori", siano essi persone fisiche o società, la strada è ancora in salita. Anche per le carenze normative.

La direttiva Ue sulle emissioni industriali, per esempio, mira a far "pagare" il costo dell'inquinamento ai grandi impianti durante la loro attività, ma, come vedremo più avanti, non sempre questo accade. Inoltre, tale direttiva, sottolinea la Corte, "non si applica alle installazioni più piccole e non prevede che le installazioni sostengano il costo dell’inquinamento residuo per la società". C'è poi la normativa Ue sui rifiuti, che impone agli Stati membri di applicare integralmente il principio “chi inquina paga”, ma "molti costi non sono coperti e sono necessari ingenti investimenti pubblici per conseguire gli obiettivi stabiliti in materia di riciclo".  Stessa cosa avviene per l'inquinamento dell'acqua: la normativa europea prevede che chi inquina paghi un sovraccosto sull'acqua che consula, ma "per molte imprese il prezzo dell’acqua non copre i costi determinati dalle sostanze inquinanti che esse rilasciano nelle acque". Mentre "il recupero dei costi dei servizi idrici è difficilmente applicabile all’inquinamento proveniente da fonti diffuse, come ad esempio l’agricoltura". Ancora peggio per l'inquinamento del suolo, per il quale "non esiste un quadro generale dell’Ue".

L’ex-Ilva di Taranto

Fin qui le carenze legislative. Ma la relazione della Corte sottolinea come anche quando le norme ci sono, queste non vengano fatte rispettare dagli Stati membri. Come ha fatto l'Italia con l’ex-Ilva di Taranto, i cui proprietari non hanno mai risarcito il Comune jonico. Il nome dell’impresa non viene citato direttamente nel report ma si parla di una “grande impianto siderurgico” responsabile di “inquinamento atmosferico, scarico di materiali pericolosi ed emissione di particolato”. Nel 2019, la giustizia italiana ha stabilito che il Comune di Taranto ha diritto a un risarcimento da parte dell’azienda per i danni subiti dal suo territorio, ma l'amministrazione non ha mai ricevuto compensazioni economiche perché "la società che ha causato il danno non era in grado di pagare". I danni sono stimati attorno ai 2 miliardi di euro.

L’insolvibilità delle aziende risulta essere il principale problema della non applicazione del principio. Un problema che potrebbe essere risolto alla radice: “Uno studio preparato per il Parlamento europeo ha concluso che il problema dell’insolvenza può essere affrontato richiedendo una garanzia finanziaria obbligatoria”, spiega la Corte. Attualmente, in Italia le garanzie finanziarie sono obbligatorie ma limitate a delle attività specifiche, mentre a livello europeo sono 20 i Paesi che non richiedono alcuna garanzia.

Il caso della Campania

Ci sono poi i casi in cui il principio del "chi inquina paga" potrebbe essere applicato, perché il responsabile è ancora in attività ed è solvente, ma per qualche oscura ragione a metterci i soldi è lo Stato. È questo il caso della Campania, in cui 8 discariche hanno ottenuto 27,2 milioni di euro di fondi dell’Ue, nonostante all’epoca delle infrazioni la normativa ambientale era già in vigore. Secondo la normativa sarebbero state le imprese a dover pagare per i gravi danni al territorio. “Una delle discariche non prevedeva alcun accorgimento per proteggere dall’inquinamento il suolo, la falda acquifera o l’aria. L’operatore non aveva protetto il sito dallo smaltimento illegale di rifiuti, compresi quelli pericolosi, né durante il funzionamento né dopo la chiusura”, scrive la Corte. Nonostante questo le bonifiche sono state interamente effettuate con i fondi europei.

L’inquinamento orfano

La Corte sottolinea poi il problema del cosiddetto “Inquinamento orfano” per il quale non è possibile applicare il principio “chi inquina paga” poiché “chi l’ha causato non è noto, non esiste più o non può essere obbligato a pagare per il danno prodotto”. In questo caso sono i fondi pubblici a dover coprire le spese. Tra i progetti orfani citati nel report troviamo un altro caso italiano, quello di una centrale elettrica a gas operante in Puglia tra metà del XIX secolo e gli anni Sessanta. “L’impianto aveva contaminato circa 20.000 metri quadrati di terreno e le acque sotterranee con metalli, idrocarburi, amianto ed altre sostanze nocive”, scrive la Corte. In questo caso, essendo l’azienda oramai inesistente e non esistendo all’epoca norme che impedissero all’impianto di inquinare, sono le autorità italiane che hanno preso in carica la bonifica del terreno e la purificazione della falda acquifera.

L’impegno dell’Ue

“Per raggiungere gli obiettivi ambiziosi del Green Deal europeo con efficienza ed equità, gli inquinatori devono pagare per i danni ambientali che provocano”, dichiara Viorel ?tefan, il membro della Corte dei conti europea responsabile della relazione. “Fino a oggi, però, troppo spesso i contribuenti europei sono stati costretti a sostenere costi che avrebbero dovuto essere a carico di chi inquina”. Perché le aziende colpevoli inizino veramente a pagare per i danni da loro causati, la Corte dei conti richiede di valutare le possibilità di integrare maggiormente il principio “chi inquina paga” nella normativa ambientale, di esaminare la possibilità di rafforzare l’applicazione della direttiva sulla responsabilità ambientale e infine di evitare che i fondi dell’Ue siano utilizzati per finanziare progetti che dovrebbero essere finanziati da chi ha causato l’inquinamento.

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