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Domenica, 14 Aprile 2024
L'analisi

Meno gas per salvare il clima e i petrolieri: così gli sceicchi guidano la Cop di Dubai

Gli Emirati Arabi ospitano la conferenza per il clima più discussa degli ultimi anni. Al centro ci saranno il metano, i fondi per i Paesi in via di sviluppo e le tecnologie per l'abbattimento delle emissioni

Scetticismo e sfiducia sono le parole sottese a questa Cop28, il vertice annuale delle Nazioni Unite sul clima che inizia il 30 novembre e proseguirà fino al 12 dicembre. Il primo fattore che suscita questa sensazione è il luogo in cui verrà organizzato: Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti, uno dei colossi petroliferi del Medio Oriente. Le preoccupazioni derivano poi dal fatto che i leader globali sono alle prese con ben due guerre ad alto profilo: quella in Ucraina scatenata dalla Russia e quella in Medio Oriente, dove Israele è decisa a distruggere Hamas. Due conflitti che stanno risucchiando energie e risorse di mezzo mondo, sottraendole a quelle necessarie per accelerare la transizione energetica.

Anche i Signori del petrolio soffrono il clima

Settimo produttore al mondo di petrolio, gli Emirati Arabi sono decisi a sfruttare ancora questa risorsa, finché sarà disponibile. Stesso discorso per gli altri Paesi del Golfo, intenzionati a potenziare ulteriormente la loro capacità di estrazione ed esportazione. Se Arabia Saudita e Bahrein hanno deciso di posticipare la neutralità climatica al 2060, Kuwait e Qatar non hanno previsto affatto obiettivi climatici. Al tempo stesso però la regione è a corto di acqua e di cibo coltivato in casa, col caldo che ha raggiunto livelli insopportabili nonostante i condizionatori nei grattacieli di città costruite nel deserto. Altro rischio che incombe: l'innalzamento del livello del mare. Anche i colossi del petrolio sono soggetti insomma alla minaccia climatica, ma con quello che stanno guadagnando dai fossili stanno al contempo finanziando la loro transizione energetica.

Le rinnovabili degli sceicchi

Gli Emirati Arabi rappresentano l'esempio più significativo, dato che hanno già investito in modo deciso nella decarbonizzazione. Un progetto per eliminare gas serra, equivalenti alle emissioni annuali di mezzo milione di automobili a benzina, è stato presentato a settembre. Altre operazioni riguardano la riduzione delle emissioni di metano. La Abu Dhabi National Oil Company  (Adnoc) sta spendendo quasi 4 miliardi di dollari per spedire elettricità senza emissioni di carbonio, tramite cavi sottomarini che si collegano alle piattaforme offshore, per sostituire la combustione del gas naturale. C'è poi la Masdar, una società specializzata in energia rinnovabile, che gestisce enormi parchi solari. Questo colosso, in cui anche Adnoc ha delle partecipazioni, si è impegnata a installare 100 gigawatt di capacità di energia rinnovabile entro il 2030, mentre nel 2021 era ferma ad appena 15 gigawatt. Il lavoro sulle rinnovabili è iniziato nel 2006, molto prima che la rivoluzione solare venisse reputata indispensabile. Masdar è già approdata anche in Europa con progetti in Germania, Polonia, Serbia e Regno Unito, tra gli altri. Al vertice sia della Adnoc che di Masdar c'è lo stesso uomo, il sultano Ahmed Al Jaber, a cui è stata affidata l'organizzazione di questa Cop28 e la figura più discussa e inseguita dalle polemiche. Ad ottobre Al Jaber ha incontrato il primo ministro Giorgia Meloni in Italia. I due hanno richiesto "un'azione forte e ambiziosa da parte di tutti i Paesi per rafforzare i rispettivi 2030 Contributi determinati a livello nazionale (Ndc’s) in tutte le dimensioni e a un ritmo molto più rapido, al fine di raggiungere gli obiettivi di lungo termine previsti dall'Accordo di Parigi", si legge in una nota rilasciata dalla Presidenza del Consiglio al termine dell'incontro.

Ridurre le emissioni di gas

In un vertice caratterizzato da migliaia di obiettivi tecnici e complesse procedure, si prevede saranno tre i grandi temi che attrarranno maggiore attenzione. In cima dovrebbe esserci il metano, un gas serra che per troppo tempo non è stato preso a sufficienza in considerazione rispetto all'anidride carbonica. Di recente si possono però segnalare alcuni passi avanti positivi. L'Unione europea ha appena concordato limiti più rigorosi alle emissioni di questo gas, includendo maggiori controlli anche sulle importazioni. La Cina, che risulta il principale emettitore di metano al mondo, ha assicurato che per la prima volta includerà il gas nel suo piano nazionale sul clima. Arginare le fughe di metano potrebbe essere un passo in avanti più rapido per rallentare il riscaldamento globale, ma quello che manca è un impegno sottoscritto dalle principali aziende energetiche del settore. Secondo il Time, il sultano Ahmed Al Jaber avrebbe esercitato forti pressioni sulle grandi società affinché si impegnino nella riduzione delle emissioni di metano.

Salvare l'ambiente dei Paesi vulnerabili

Un punto molto dibattuto è quello che riguarda i finanziamenti per il clima. I Paesi in via di sviluppo rivendicano i fondi concordati di circa cento miliardi di dollari, che dovevano essere versarti entro il 2020. Promessa non mantenuta. Alla Cop27 in Egitto si era parlato di un fondo "perdite e danni", ma la struttura non risulta ancora finanziata, nonostante l'intercessione della Banca Mondiale. I paesi più vulnerabili, come le isole del Pacifico o alcuni Stati africani, sono spesso quelli che producono minori emissioni. I fondi sono reputati insufficienti, visto anche il susseguirsi di disastri naturali che stanno mettendo in ginocchio tante aree del mondo. Durante la Cop28 Bruxelles potrebbe annunciare alcuni finanziamenti appositi per alleviare questi problemi e sostenere le rinnovabili in alcuni Paesi "poveri" ma ricchi di altre risorse, mentre gli Emirati Arabi in qualità di Paese ospitante vorrebbero lanciare un fondo globale di finanziamento da 25 miliardi di dollari, partendo con soldi ottenuti tramite le ricchezze petrolifere.

Dissidio sui tempi

Il terzo punto è quello più problematico e riguarda il ritmo a cui i Paesi intendono procedere nel ridurre o eliminare del tutto le fonti fossili. Uno dei campi di battaglia riguarderà l'ammissibilità o meno di tecnologie di "abbattimento", che consentono la cattura e lo stoccaggio delle emissioni di gas serra, i cui effetti positivi ancora non sono stati verificati. Ammetterle, come ha già previsto l'Unione europea facendo ricorso ai pozzi di carbonio rappresentati da agricoltura e foreste, significa continuare a consentire l'utilizzo di combustibili fossili e puntare su forme di "compensazione" poco convincenti rispetto alla rapidità con cui procede la crisi climatica. Pensare che le fonti fossili scompaiano in breve tempo risulta altrettanto impensabile al momento, dato che ancora costituiscono l'80% della fornitura energetica mondiale. Anche nel 2050, quando l'Unione europea prevede di raggiungere l'obiettivo delle emissioni zero, avremo ancora a che fare con queste fonti, seppur in misura di gran lunga più ridotta.

Tagliare i fondi per le fonti fossili

Tutto dipenderà dagli sforzi per investire nelle alternative, ma soprattutto se si inizierà a prendere in considerazione o meno uno stile di vita meno energivoro. Un'opzione che sembra molto distante dalla mentalità di leader ossessionati dalla crescita. L'Agenzia Internazionale dell'Energia (Aie) ha lanciato a novembre un appello a ridurre i fondi destinati ai combustibili fossili. Altrimenti sarà impossibile raggiungere gli obiettivi fissati dall'Accordo di Parigi del 2015. Diventa urgente dimezzare gli attuali 800 miliardi di dollari investiti ogni anno nel settore del petrolio e del gas. Va fatto entro il 2030 se si vuole raggiungere l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius, hanno scritto gli esperti dell'Aie in un rapporto, sottolineando inoltre che il settore dovrà ridurre le emissioni del 60% entro il 2030 per allinearsi a questo obiettivo.

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