Lunedì, 25 Ottobre 2021
Ambiente

Clima, sconfitti gli ambientalisti: cosa c’è dietro il taglio del 55% delle emissioni Ue

Secondo le previsioni della Commissione, anche le attuali politiche di tutela ambientale permetterebbero già una riduzione del 46% della CO2. I leader Ue riducono le ambizioni affermando che si deve tenere conto anche dell'inquinamento assorbito dai boschi

L’entusiasmo a reti europee unificate per l’obiettivo siglato dai leader Ue durante il vertice a Bruxelles di riduzione della CO2 del 55% da raggiungere entro il 2030 dovrebbe far riflettere ambientalisti e scienziati sulla lentezza della politica nel mettere in pratica quanto promesso. La giornata di domani marca infatti i 5 anni dalla conclusione dei negoziati sull’Accordo di Parigi, poi firmato dall’Ue e dai suoi Stati membri nel 2016, nel quale ci si impegnava a tenere d’occhio il riscaldamento climatico “ben al di sotto” dell’aumento di 2 gradi rispetto alle temperature pre-industriali. Bruxelles e i suoi 27 Paesi membri ci hanno messo mezzo decennio a tradurre l’impegno in un target di riduzione dei gas serra (tra le cause principali dell’aumento delle temperature) per i prossimi dieci anni e anche tale dichiarazione d’intenti ha visto la luce solo dopo una notte di difficili negoziati. Ma concluso l’accordo, tutti festeggiano. Inclusi quei Paesi, come la Polonia, che hanno fatto di tutto per bloccare le conclusioni o annacquarle con deroghe salva-inquinamento. Vediamo quindi come è andata a finire. 

La riduzione già prevista

Con il documento firmato oggi, i leader si impegnano a ridurre le emissioni “nette” (attenzione a questa parola) di gas serra del 55% entro il 2030 “rispetto ai livelli del 1990”. Non si tratta dunque, come si potrebbe pensare a prima vista, di un dimezzamento dell’inquinamento atmosferico attuale. La CO2 e gli altri gas serra si sono già ridotti, come chiarito dall’ultimo rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente, del 24,4% rispetto al 1990. Secondo gli scenari della Commissione europea, anche senza alzare l’asticella delle politiche ambientali già in vigore nel Vecchio Continente, i 27 Paesi membri dovrebbero riuscire a ridurre le emissioni nocive del 46% entro il 2030 (sempre rispetto al valore di riferimento del 1990). Numeri che ridimensionano, e non di poco, l’impegno raggiunto dai leader europei che, in sostanza, si sono impegnati a far calare l’inquinamento di 9 punti percentuali in più rispetto a quanto ci si aspetta già. Ma non è finita qui.

Nessuna rivoluzione verde

C’è infatti anche la parola magica “nette” aggiunta in nottata alle conclusioni del Consiglio europeo e riferita alle emissioni da ridurre. L’emendamento - secondo i retroscena richiesto a gran voce da Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca - permette di conteggiare nella riduzione dei gas serra anche l’assorbimento di CO2 dovuto al silenzioso ‘lavoro’ delle foreste, dei boschi e del suolo in generale. Una scelta, quest’ultima, che secondo gli attivisti per l’ambiente e gli scienziati indebolisce considerevolmente i tagli effettivi. Secondo alcune prime stime, la già citata traiettoria attuale di riduzione dell’inquinamento atmosferico (-46% entro il 2030) sarebbe incrementata dall'azione della natura di due punti percentuali, toccando quota 48%, sempre senza applicare politiche più intransigenti rispetto a quelle attuali contro l’uso di fonti energetiche fossili e a favore delle rinnovabili. La notte trascorsa dai capi di Stato e di Governo a discutere sull’ambiente avrebbe quindi portato come risultato a una riduzione extra delle emissioni di circa il 7% rispetto all’attuale scenario. Non proprio una rivoluzione 'green', ma giusto una conferma dell'impegno per la lotta all'inquinamento in linea con quanto fatto da decenni. 

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