Venerdì, 30 Luglio 2021
Ambiente

Perché il clima non è la sola causa della tragedia in Germania e Belgio

Allarmi ignorati, urbanizzazione intorno ai fiumi e mezzi pesanti in agricoltura. Gli esperti spiegano il mix che, unito al riscaldamento globale, ha portato a oltre 100 vittime in 48 ore

Un ponte danneggiato a Bad Neuenahr-Ahrweiler, in Germania, dopo le piogge intense degli ultimi due giorni. Foto: EPA/FRIEDEMANN VOGEL

Gli esperti Ue avevano previsto le inondazioni che in questi giorni hanno flagellato la Germania e il Belgio, causando la morte di oltre 100 persone tra i due Paesi. Ma gli allarmi diramati dall’Emergency Management Service di Copernicus, il servizio europeo di monitoraggio satellitare, sono stati ignorati o sottovalutati dalle autorità locali. Il primo avviso di un’imminente “inondazione estrema” in Germania è arrivato poco dopo le 17 di martedì 13, mentre l’avvertimento alle autorità del Belgio è stato diramato alle 2 del pomeriggio di mercoledì 14. 

Nelle 48 ore successive, nei Lander tedeschi della Renania-Palatinato e del Nord Reno-Westfalia - quest’ultima è governata da Armin Laschet, candidato per la Cdu alla successione della cancelliera Angela Merkel - sono caduti dal cielo circa 148 litri di pioggia per ogni metro quadrato di superficie. In quella zona della Germania, fa notare il Guardian, di solito piovono 80 litri d’acqua per metro quadrato in tutto il mese di luglio. 

Con l’aumento del bilancio delle vittime è cominciato anche il rimpallo sulla responsabilità di chi avrebbe dovuto ordinare l’evacuazione delle aree più esposte. Uwe Kirsche, portavoce del servizio meteorologico federale tedesco, ha affermato di aver trasmesso l'avvertimento degli esperti alle autorità locali. Ma, al contrario di quanto avvenuto in alcune aree del Belgio orientale, dove comunque si contano già oltre 20 vittime, le autorità tedesche non hanno ordinato alle persone che vivono nelle zone a rischio di lasciare le proprie case.

In tanti puntano il dito contro il riscaldamento climatico, responsabile di un aumento negli ultimi cinquant’anni del pericolo di alluvioni in tutta la Germania. Secondo il Climate Change Post, portale specializzato nelle variazioni del clima, già in passato "eventi di precipitazioni estreme hanno ripetutamente portato a disastri alluvionali con gravi danni” nel bacino del Reno nel 1993 e nel 1995, intorno all’Oder 1997 e nell’area del Danubio e dell’Elba nel 2002. “Oltre alle influenze climatiche, altri fattori che giocano un ruolo importante nel rischio di inondazioni sono la ridotta ritenzione” del suolo “dovuta alla deviazione dei corsi d'acqua, alla costruzione di dighe, alla perdita di praterie e zone umide e all'aumento dell'impermeabilizzazione della superficie”. Ad esempio, “il fiume Reno ha già perso quattro quinti delle sue pianure alluvionali naturali” e “l'agricoltura provoca allagamenti più frequenti per l'utilizzo di macchinari pesanti e la conseguente condensazione dei suoli, che ne ostacola la capacità di infiltrazione”, si legge ancora sul portale specializzato.

Nella provincia di Liegi, l’area più colpita del Belgio, i residenti dei piccoli centri hanno lamentato l’immobilismo delle autorità locali dopo l'ultima alluvione nel 2018. Sulla stampa belga si leggono molte analisi che legano gli eventi alluvionali al riscaldamento globale e dunque alle attività inquinanti dell’uomo. Tuttavia, secondo Jean-Pascal van Ypersele, ex vicepresidente dell’Ipcc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) e professore di climatologia all’Università cattolica di Louvain, c’è dell’altro. In un’intervista a Le Soir, il professore non ha escluso l’impatto dell’agricoltura e dell’urbanizzazione tra le cause che hanno scatenato la furia della natura. “Bisogna lottare contro la cementificazione delle superfici e intorno ai fiumi. Ma questo non basterebbe a ridurre a zero il rischio di allagamento perché i flussi di corrente sono piuttosto straordinari”.

“In ogni caso - ha aggiunto van Ypersele - bisogna agire”. “Da un lato dobbiamo prestare molta più attenzione alle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici già presenti e che non possono più essere evitati”. Ciò significa “rivedere gli standard di costruzione per tutte le infrastrutture pubbliche, tutti gli edifici e le reti fognarie” e “mettere in discussione il modo in cui gestiamo fiumi e dighe”. Ma occorre anche “pensare a promuovere aree naturali in cui l'acqua può essere immagazzinata”. “L'aspetto complementare è ovviamente la lotta alle emissioni di gas serra”, ha precisato il professore, che è stato ai vertici dell’organizzazione che da anni mette in guardia i politici sugli effetti devastanti del riscaldamento globale.

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