Togli al povero per dare al ricco: così Italia ed Ue "rubano" le tasse ai Paesi in via di sviluppo

Lo rivela uno studio di un professore della London School of Economics. Grazie ai trattati fiscali, le multinazionali basate in Europa pagano basse imposte negli Stati stranieri dove operano. Per compensare le tasse versate in patria

Uno stabilimento Eni in Libia

Ruba al povero per dare al ricco. Le multinazionali sfuggono al fisco dei Paesi in via di sviluppo in ragione di accordi firmati dagli Stati membri dell’Ue. Lo rileva uno studio condotto dal professore Martin Hearson della London School of Economics e diffuso dal gruppo della Sinistra unitaria (Gue) al Parlamento europeo. Che pone l'Italia tra i Paesi Ue più attivi nel siglare trattati fiscali di questo tipo, secondo solo al Regno Unito.

L’analisi, limitata al regime di tassazione, mostra le responsabilità dei governi nell’emorragia di introiti mancati laddove servirebbero maggiormente. Così, mentre da una parte la Commissione europea cerca di contrastare l’evasione delle grandi compagnie su suolo comunitario, le stesse hanno campo libero in altre zone del mondo.

Forti con i più deboli

Un aspetto che emerge dal documento è che gli Stati membri dell'Ue “impongono più restrizioni ai loro diritti di tassazione di fonte con i Paesi in via di sviluppo” rispetto ai membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), che a quanto pare con i Paesi più poveri negoziano più libertà. Questo “avvantaggia direttamente le multinazionali”, che possono trarre maggiori profitti sull’ubicazione del loro quartier generale rispetto al luogo dove si genera il profitto.

L'Ue, intesa nella sua unione di Stati, “svolge un ruolo dominante nel definire l'agenda globale per la tassazione internazionale e nel negoziare trattati bilaterali”. Lo studio evidenzia che il 40% dei trattati fiscali mondiali include uno Stato membro dell'Ue come firmatario. Non sorprende, quindi, che siano i maggiori paesi investitori esterni - Regno Unito, Italia, Francia e Germania - ad avere il maggior numero di trattati fiscali con i paesi in via di sviluppo. Per l’autore London School of Economics “una conclusione che possiamo trarre da questo è che sono questi paesi più grandi i cui trattati fiscali avranno il maggiore impatto sui paesi in via di sviluppo in generale”.

Come funziano i trattati fiscali

Un esempio pratico per capire meglio la situazione si trova nello studio. Si fa l’ipotesi di una multinazionale francese con una miniera in Senegal. La Francia potrebbe pretendere di tassare i profitti della miniera perché la multinazionale ha sede in terra transalpina, mentre il Senegal potrebbe fare la stessa richiesta secondo il principio della fonte (ossia la multinazionale opera nel Paese africano). Grazie a una serie di clausole contenute nell'accordo fiscale tra Francia e Senegal, quest'ultimo è costretto a limitare notevolmente il livello di imposte sui profitti della multinazionale. Anche per "compensare" le tasse già versate in Patria, ossia in Francia.

Il costo per Paesi cosi' poveri è enorme: in seguito a un trattato tra Olanda e Uganda, per esempio, lo studio calcola che i mancati entroiti fiscali per lo Stato africano legati alla tassazione di un'unica multinazionale olandese ammontano a 40 milioni di euro. Quasi la metà della ricchezza complessiva prodotta dall'Uganda in un anno. 

Illegalità e ipocrisia

In altri termini, gli Stati membri dell’Ue agiscono tra illegalità e ipocrisia, denuncia lo studio. Come sottolinea la Gue, il desiderio dichiarato dell'Ue di alleviare la dipendenza e la povertà nei paesi in via di sviluppo “è indebolito da trattati fiscali sleali e sbilanciati che sono quasi sempre vantaggiosi per gli Stati membri dell'Ue”. Ciò si produce “contravvenendo direttamente all'articolo 208 del trattato sul funzionamento dell’Ue”.

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La questione di fondo è che i Paesi in via di sviluppo hanno bisogno di entrate fiscali, incluse quelle derivanti dai profitti delle multinazionali, per raggiungere i loro obiettivi di sviluppo. Tuttavia, la tassazione della maggior parte di questi profitti è regolata da una rete globale di trattati fiscali bilaterali, dove i Ventotto come visto giocano un ruolo non indifferente.

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