Niente fondi e “secondo spread”: la riforma di Merkel e Macron preoccupa l'Italia

La proposta franco-tedesca per il futuro dell'Eurozona non piace al nostro Paese. Ecco i punti centrali del testo in discussione a Bruxelles. A cui Salvini ha già detto “no”

La proposta di riforma dell'Eurozona concordata da Francia e Germania preoccupa, e non poco, l'Italia. Anche perché diversi passaggi del documento redatto dai ministri delle Finanze Olaf Scholz e Bruno Le Maire sembrano avere un grande obiettivo: contrastare i possibili effetti negativi sull'area euro del gigantesco debito pubblico italiano. Con delle clausole che spingerebbero qualsiasi governo siederà in futuro a Roma a pensarci più di due volte prima di proporre, come fatto in questi mesi dall'esecutivo gialloverde, manovre chiaramente lontane dagli impegni di riduzione di deficit e debito assunti dal nostro Paese a Bruxelles. 

Secondo fonti del governo tedesco, "vi sono buone possibilità che sulla proposta avanzata da Germania e Francia si trovi un accordo durante la riunione dell'Eurogruppo” in programma oggi. Ma dall'Italia è già arrivato il secco “no” del ministro degli Interni Matteo Salvini: “Questa proposta ci danneggia”, ha spiegato ai giornalisti. 

Il bilancio unico dell'Eurozona

Ma qual è il piano di Parigi e Berlino? Il punto di partenza della proposta è la creazione di un bilancio unico dell'Eurozona per “promuovere competitività, convergenza e stabilità” nei 19 Paesi dell'area, si legge nel documento. L'ammontare del bilancio deve ancora essere negoziato. La Francia aveva ventilato l'idea di un fondo da 20-25 miliardi di euro come “buon punto di partenza". Per la Germania, a prescindere dall'ammontare, l'importante è che tale bilancio sia "coerente con le politiche e le regole dell'Ue, in particolare in materia di bilancio". In sostanza, dal Patto di stabilità e crescita non si sfugge. E l'assegnazione dei fondi del bilancio dell'Eurozona potrebbe essere legata al rispetto del Patto: cosa che oggi significherebbe escludere per l'appunto il nostro Paese.

Le clausole di azione collettiva

Ma quello che dovrebbe preoccupare di più il governo, come spiega bene Lorenzo Consoli su Askanews, è la riforma delle "clausole di azione collettiva" (Cacs) per eventuali casi di ristrutturazione del debito sovrano di uno Stato membro. “Se approvata – spiega Askanews - farebbe molto probabilmente aumentare i premi di rischio per i titoli di Stato, e quindi i costi del finanziamento pubblico, con impatto destabilizzante in particolare sui Paesi più indebitati (e sul loro sistema bancario)”. Una vera e propria trappola per l'Italia, poiché creerebbe una sorta di “secondo spread”. 

Le clausole di azione collettiva, spiega sempre Askanews, esistono già e sono state adottate per tutti i titoli di Stato emessi dai paesi dell'Eurozona a partire dall'inizio del 2013, in virtù di un obbligo introdotto dal trattato che ha istituito l'Esm, il Meccanismo europeo di stabilità che alcuni chiamano anche Fondo salva-Stati e che serve ad aiutare i Paesi dell'Eurozona che si trovano a fronteggiare una crisi finanziaria. 

Tali clausole sono, in sostanza, “prescrizioni riguardanti il tipo di maggioranza qualificata necessaria, nella platea dei detentori di titoli di Stato di un determinato Paese, per procedere alla ristrutturazione del suo debito sovrano”. Queste disposizioni servono a evitare che “una piccola minoranza di detentori di titoli, cercando di strappare condizioni migliori, possa bloccare una ristrutturazione, ritenuta necessaria per un debito ormai ritenuto insostenibile”. 

Il "secondo spread"

Per approvare la ristrutturazione del debito sono necessarie oggi due diverse maggioranze qualificate: i 2/3 dell'insieme dei detentori di tutti i tipi titoli, e contemporaneamente almeno il 50% dei detentori di ogni singolo tipo di titolo, se la consultazione avviene per iscritto; se invece i "bondholder" vengono convocati in un'assemblea, le maggioranze qualificate sono del 75% per l'insieme dei titoli e dei 2/3 per ogni tipo di titolo. 

Le modifiche prospettate alle clausole di azione collettiva, volute dalla Bundesbank e promosse dall'asse franco tedesco fin dal vertice di Mesenberg del giugno scorso, comporterebbero in sostanza una semplificazione del sistema, passando dall'attuale approvazione a doppia maggioranza ("dual limb CACs") a un'approvazione a maggioranza unica ("single limb CACs)", con l'eliminazione della consultazione specifica per ogni diverso tipo di titolo di Stato. 

Secondo diversi osservatori, tuttavia, questo giro di vite, diminuendo le salvaguardie di cui dispongono i detentori di titoli e irrigidendo tutto il processo di ristrutturazione, comporterebbe inevitabilmente un aumento del premio di rischio soprattutto per i titoli di Stato dei Paesi più indebitati. “Una cosa di cui certamente non ha bisogno l'Italia, già sottoposta alla pressione dell'aumento dello spread a causa delle tensioni fra il governo e l'Ue”, conclude Askanews.   

Le richieste dell'Italia

Semmai, l'Italia vorrebbe che nella riforma dell'Eurozona si arrivi finalmente all'istituzione di un fondo unico che scatti immediatamente in caso di crisi bancarie in un determinato Paese. Il fondo in realtà sarebbe doppio: una prima riserva di liquidità di emergenza nel caso di ristrutturazione di una banca e un paracadute per il Fondo di risoluzione bancaria. Si tratterebbe di un doppio cuscinetto che garantirebbe a chi ha debolezze bancarie e alto debito pubblico una maggiore stabilità. Ma prima di arrivare a una soluzione del genere, buona parte dei Paesi dell'Eurozona (come i falchi tedeschi e l'Olanda) chiedono che l'Italia riduca prima i rischi delle sue banche (a partire dalla montagna di crediti deteriorati). Un'opposizione che di fatto rischia di bloccare ancora a lungo una riforma del genere.
 

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