I porti italiani non pagano la tassa sulle società, l'Ue apre indagine

Bruxelles aveva invitato il nostro Paese ad adeguare la propria legislazione eliminando le esenzioni per le autorità portuali. L'invito è caduto nel vuoto e adesso l'Antitrust ha deciso di intervenire. Dietro il braccio di ferro, le pressioni dei concorrenti europei

In Italia, le autorità portuali non pagano l'imposta sul reddito delle società. Succede anche in Spagna, ma il governo di Madrid, dopo diverse sollecitazioni da parte della Commissione europea, ha eliminato questa forma di esenzione a partire dal 2020, come già fatto da altri Stati membri che prevedevano forme simili di esenzione. Anche il nostro Paese era stato sollecitato, ma la risposta a Bruxelles è stata un secco 'no'. Ecco perché adesso l'Antitrust Ue ha deciso di avviare un'indagine approfondita per valutare se le esenzioni fiscali concesse ai porti italiani siano conformi alle norme europee sugli aiuti di Stato.

Le ragioni dell'Italia...

La vicenda non è nuova, ma adesso l'azione della Concorrenza Ue fa capire che a Bruxelles fanno sul serio. La questione ruota tutta intorno alla natura delle autorità portuali italiane, che a differenza di quanto accade nel resto dell'Ue, sono enti pubblici. Per questo, sostiene Assoporti, l'associazione che riunisce gli attori del settore in Italia, è giusto che non paghino l'imposta sul reddito delle società, che si applica ai privati. Se lo facessero, i costi a carico dei porti italiani salirebbero del 40%, stima sempre l'associazione del settore.

...e quelli di Bruxelles  

Bruxelles conosce bene questa argomentazione, ma aveva già fatto sapere al nostro governo che, dal suo punta di vista, le autorità portuali svolgono anche una attività economica, e questo le equiparerebbe alle società di diritto privato. Secondo la commissaria per la Concorrenza, Margrethe Vestager, "i porti sono infrastrutture essenziali per la crescita economica e lo sviluppo regionale. La nostra normativa in materia di concorrenza ne tiene conto e consente agli Stati di investire nei porti, creando posti di lavoro e tutelando la concorrenza. Allo stesso tempo, se gli operatori portuali generano profitti dalle loro attività economiche, tali profitti dovrebbero essere oggetto della stessa imposizione fiscale che grava sulle altre imprese soggette alla normale normativa fiscale nazionale al fine di evitare distorsioni della concorrenza", conclude Vestager.

La guerra dei porti Ue

Il sospetto dell'Italia è che dietro questa nuova azione di Bruxelles ci siano le pressioni dei porti dei Paesi del Nord Europa. In particolare, il dito è puntato sulle condizioni favorevoli che le autorità italiane, grazie all'esenzione dall'imposta sulla società, riuscirebbero a garantire ai loro clienti. Ci sono per esempio le navi da crociera, che vedono i porti italiani in testa alla classifica Ue con 1,9 milioni di passeggeri nel 2017, il 27% di tutti quelli salpati da un porto europeo. Dietro di noi ci sono Spagna e, a debita distanza, Germania, Regno Unito e Belgio. 

C'è poi il capitolo delle navi container. In questo campo, l'Italia è lontana, e non di poco, dai porti del Nord Europa. E anche nel Mediterraneo, negli ultimi anni, il nostro Paese ha perso terreno nei confronti, per esempio, della Spagna. Uno scenario che potrebbe cambiare con la Nuova Via della seta cinese, preoccupazione espressa di recente in Germania, tanto per citare uno Stato Ue: la Cina, infatti, potrebbero spostare un pezzo importante del suo interscambio merci con l'Europa dai porti del Nord verso quelli del Mediterraneo. E l'Italia, con gli accordi sottoscritti di recente tra Roma e Pechino, sta cercando di accaparrarsi questa nuova rotta. 

      

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