Parlamento europeo senza voce: gli interpreti sul piede di guerra a Strasburgo

Gli interpreti si ribellano alle modifiche del loro orario di lavoro volute dal Segretario generale, il tedesco Klaus Welle. Per evitare silenzi in plenaria, sono stati precettati, in barba al diritto di sciopero

Interpreti durante la plenaria del Parlamento Europeo. EP

Bocche cucite all'improvviso, letture di comunicati prima delle riunioni e volantinaggio. Ma anche azioni sindacali previste e lavoratori precettati, in barba al diritto di sciopero. Il braccio di ferro tra interpreti e Parlamento europeo va in scena in questi giorni a Strasburgo, con i lavoratori che danno voce nelle 24 lingue della Ue agli eurodeputati che scendono sul piede di guerra con la minaccia di lasciarli senza voce.

Diritto di sciopero bypassato

La ragione? La riforma del loro orario di lavoro, imposta, assicurano gli interpreti, dal Segretario generale, il popolare tedesco Klaus Welle. Ma le azioni sindacali, previste tra oggi e giovedì, le giornate clou della plenaria di Strasburgo, rischiano di risolversi in un buco nell'acqua e non certo per colpa loro: per evitare buchi e silenzi, magari quando parla un deputato ungherese, finlandese o estone, lingue non proprio molto conosciute, il Parlamento ha infatti precettato gli interpreti, rendendo di fatto vuoto il diritto di sciopero. E puntuale è arrivata oggi la denuncia da parte degli stessi lavoratori con un comunicato letto prima del voto, mentre a presidere la plenaria era il Vicepresidente Fabio Massimo Castaldo del M5s. 

I nuovi orari di lavoro

Le ragioni dello sciopero sono legate ai nuovi orari. Welle vuole portare da 7 a 8 ore giornaliere il massimo di tempo da passare nella cabina, ossia interpretando (alle Nazioni unite il massimo è 6 ore), e da 11 a 12 ore il tempo che si può restare a disposizione giornalmente. Altre modifiche riguardano i turni serali, quelli che iniziano dopo le 18 a Bruxelles e dopo le 21 a Strasburgo, che passerebbero da 6 a 8 al mese, e limitazione sulle possibilità di prendere le ferie. 

Una serie di modifiche che i 270 interpreti del Parlamento non digeriscono, sia per la loro sostanza che per il fatto di non essere stati coinvolti nel processo di ridefinizione del loro orario di lavoro.  Un punto, quest'ultimo, che i portavoce del Parlamento non condividono, assicurando che si sono consumate 12 riunioni con le sigle sindacali per trovare un accordo. 

Fatto sta, che l'intesa proprio non c'è ed anche la decisione di precettare gli interpreti, presa dal Segretario generale, non fa altro che aumentare la distanza tra chi da voce agli eurodeputati, peraltro ricevendone in cambio la piena solidarietà.

Vita da interprete

Gli interpreti rappresentano un mondo a parte nel Parlamento Ue. Sono gli unici funzionari a non avere un ufficio, vanno a lavorare dove si tengono le riunioni o le Commissioni parlamentari o nella plenaria di Bruxelles e Strasburgo, e ad avere orari che cambiano continuamente. Ma devono anche accompagnare gli eurodeputati nelle varie missioni ufficiali in giro per il mondo o nelle riunioni che i partiti politici tengono in altre città europee.

Inoltre, pur essendo più che raddpoppiato il numero di lingue da intepretare dal 2002, si è passati con i vari allargamenti da 11 a 24 idiomi, il numero di interpreti è calato brutalmente, da 350 a 270. Un vuoto colmato con free lance, ancora meno tutelati di quanto non lo siano i funzionari che vogliono, con le loro azioni sindacali, togliere la voce al Parlamento Ue. 

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