Tornano le miniere in Europa: "Aiutano l'ambiente e sono un tesoro da 100 miliardi"

Secondo uno studio della Commissione, abbiamo il potenziale per emancipare l'industria Ue dalle importazioni dalla Cina e promuovere l'economia a basse emissioni. Ma per sfruttarlo bisogna fare i conti con diversi limiti

Una miniera inn Repubblica ceca

A Gorno, nel Bergamasco, sta riaprendo una storica miniera di zinco sul modello di quanto già fatto in Spagna. Altre due miniere di rame dovrebbero vedere la luce in Polonia, mentre in Romania si pensa all'oro. C'è poi la materia chiave per le batterie delle nuove auto elettriche, il litio, con progetti d'estrazione in Repubblica Ceca, Portogallo, Finlandia e Germania. L'Unione europea sta tornando a guardare in maniera diversa al suo potenziale minerario, dopo lustri di politiche volte più allo smantellamento delle miniere che al loro rilancio. A spingere verso il ritorno alle attività estrattive ci sono senza dubbio le prospettive industriali, che prevedono una crescita sostenuta delle domanda di materie prime, e le tensioni commerciali internazionali.

La dipendenza dalla Cina

L'Europa, infatti, dipende fortemente dalle importazioni. Dei 54 materiali più importanti per l'industria europea stilati dalla Commissione Ue, i 28 Stati membri ne producono appena il 9%. Una percentuale che scende al 3% se si considerano le 27 materie prime considerate 'critiche' da Bruxelles. Il resto, dunque, arriva dall'estero. In particolare, ci sono le cosiddette 'terre rare', che avevano sollevato un primo grande allarme in Europa nel 2011.

All'epoca, infatti, la Cina, che è il principale produttore mondiale di materie prime (la sua quota è pari al 70% su scala globale), aveva avviato una serie di restrizioni all'export di prodotti come grafite, cobalto, tantalio, antimonio, indio. Da allora, all'Organizzazione mondiale del commercio, è cominciato un braccio di ferro tra Ue, Usa e Giappone da un lato, e Pechino dall'altro. Braccio di ferro che è ancora in corso. Nonostante queste avvisaglie, pero', la dipendenza dell'industria europea dalla Cina è rimasta elevata: secondo l'ultima valutazione della Commissione, la dipendenza da Pechino è al 62% per 27 materie prime essenziali. Una percentuale che rischia di crescere nei prossimi anni. 

Il tesoro sotterraneo

Ecco perché negli ultimi anni, in contemporanea con la crescita della spinta Ue verso un'economia a basse emissioni di carbonio, Stati membri e istituzioni comunitarie hanno ripreso la strada dell'estrazione mineraria. Secondo le stime del Centro di ricerca della Commissione Ue, "il valore delle risorse minerarie europee non sfruttate alla profondità di 500-1.000 metri è stimata in circa 100 miliardi di euro".

A oggi, le miniere attive in Ue sono 76. Nel frattempo, gli Stati membri hanno avviato nel complesso un centinaio di progetti di ricerca di nuovi giacimenti, mentre la Commissione ha stanziato per il periodo 2018-2020 circa 250 milioni di euro per favorire l'azione sulle materie prime. Il problema, pero',è che gli investimenti e la creazione di nuove miniere hanno visto una crescita ancora ridotta rispetto alle reali esigenze, sostengono i relatori dell'ultimo Raw Materials Scoreboard della Commissione.

Il paradosso ambientale

Rilanciare le attività estrattive, infatti, si scontra anche con le resistenze locali legati all'ambiente. Eppure, ed è questo il paradosso, la dipendenza eccessiva dalle importazioni di materie prime rischia di affossare sul nascere la corsa dell'Ue verso un'economia a basse emissioni di carbonio. Le terre rare utilizzate nelle turbine eoliche e il litio utilizzato nelle batterie delle auto elettriche sono tra gli esempi più lampanti. "L'accesso a questi materiali definirà chi è in una posizione forte per la transizione a basse emissioni di carbonio", spiega Erika Faigen, esperta nel campo delle terre rare.

Ecco perché alla Commissione europea è tornato in auge il tema della 'sovranità delle risorse'. "Abbiamo identificato con gli Stati membri 10 potenziali progetti minerari per il litio che, se sviluppati, potrebbero consentire all'Ue di spostarsi dall'1 al 30% della produzione mondiale entro il 2030", dice il commissario Ue Maros Sefcovic.

Le strade alternative

Secondo uno studio di Bruxelles, "l'estrazione di materie prime critiche può anche aiutare" l'ambiente e portare "benefici reali per le comunità locali". Un esempio che cita la ricerca della Commissione, è la miniera di Penouta, situata vicino a un piccolo villaggio rurale in Spagna. Abbandonata nel 1985, la miniera ha riaperto i battenti per "recuperare quantità significative di materie prime dalla vecchia miniera, come il tantalio" e ciò sta avendo "un impatto positivo sull'economia e sull'ambiente della regione". 

Questi esempi possono aiutare a vincere le resistenze locali e portare a una rapida ripresa dell'attività estrattiva in tutta l'Ue? Gli studi sulla percezione delle società alla riapertura delle miniere dicono di no. Ecco perché, in parallelo, Bruxelles stra promuovendo altre due strade per far fronte alla dipendenza crescente dalle materie prime. La prima riguarda l'economia circolare: la Commissione e la Bei hanno finanziato una serie di progetti per migliorare la gestione dei rifiuti e il riciclo e il riuso dei materiali, che al momento è sotto il 10%. 

L'altra strada è quella degli accordi commerciali. "La Commissione sta studiando accordi di commercio equo con l'Australia e il Cile, che producono notevoli quantità di litio, tra gli altri minerali - scrive Euractiv - L'accordo di libero scambio con il Canada è stato identificato dalle industrie tedesche come un vantaggio per l'approvvigionamento di nichel e terre rare". C'è poi l'Africa, con riserve significative di materie prime essenziali come il cobalto e i metalli di platino, con cui la neo presidente von der Leyen intende siglare un apposito accordo.

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