La Germania a un passo dalla recessione potrebbe dire addio all'austerity

A luglio 2019, crollo della produzione industriale; calo del 4,2% rispetto allo stesso mese del 2018. Gli ultimi dati trimestrali su Pil (-0,1%) e occupazione (+0,1) tra i peggiori d'Europa

Che il calo ci sarebbe stato, lo avevano previsto in tanti. Ma che si arrivasse a un vero e proprio crollo della produzione industriale in pochi lo immaginavano: -0,6% a luglio 2019 rispetto al mese precedente, -4,2% rispetto allo stesso mese del 2018. Dati che, uniti alle ultime rilevazioni Eurostat su Pil e tasso d'occupazione fermi al palo, fanno concordare gli analisti su un punto: la Germania è a un passo dalla recessione. E potrebbe trascinare nella sua crisi l'intera Europa, compresa l'Italia.

La recessione tecnica

I dati sulla produzione industriale di luglio sembrano confermare questa previsione. Secondo i dati dell'Ufficio federale di statistica Destatis, il calo registrato a giugno non è stato un caso: per due mesi di fila, il gigante industriale tedesco ha rallentato di oltre il 4%. Ecco perché in pochi pensano che il terzo trimestre dell'anno possa risollevare le sorti della crescita del prodotto interno lordo: "Dopo la piccola contrazione dello 0,1% del Pil nel secondo trimestre - scrive Wall Street Italia - la maggior parte degli esperti ritiene quasi inevitabile un calo anche nel terzo, che porterebbe la prima economia europea in recessione tecnica. L’allarme è arrivato nelle scorse settimane anche dalla Bundesbank, secondo cui è possibile che il Pil abbia continuato a scendere anche nei mesi estivi e che quindi una recessione nel terzo trimestre è da mettere in conto".

Addio austerity

Anche l'occupazione è al palo, sotto la media dell'Eurozona. E l'export a giugno ha subito un calo annuale dell'8%. La Germania sta soffrendo particolarmente le tensioni internazionali sul commercio, in particolare quelle tra Usa e Cina. Ma in Patria c'è anche chi punta il dito con l'eccessiva austerità seguita anche in tempi di vacche grasse. Non a caso, il ministro socialista delle Finanze Olaf Scholz ha di recente proposto un aumento della spesa pubblica pari a 50 miliardi di euro. E la presidente designata della Bce, Christine Lagarde, pur senza nominare direttamente Berlino, ha invitato gli Stati membri che finora hanno risparmiato, a usare tutti i margini possibili dei loro bilanci per investire nell'immediato. E' ora di spendere, detto in altre parole. Mentre l'ormai prossima presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen, avrebbe già valutato con i tecnici di Bruxelles l'istituzione di una sorta di fondo sovrano Ue per finanziare la crescita. Rivedendo anche l'interpretazione del Patto di stabilità in chiave diametralmente opposta a quella rigorista, ossia con più flessibilità per gli Stati. 

Il bazooka di Draghi

Il rallentamento della locomotiva tedesca, del resto, è un problema europeo. E una crisi della Germania potrebbe trascinare nel guado un po' tutti i partner Ue, a partire da quei Paesi come l'Italia la cui produzione industriale e il cui export sono legati a doppio filo ai destini del Gigante d'Europa. Anche per questo, Lagarde ha fatto intendere di essere pronta rispolverare il "bazooka di Draghi", quel programma di acquisto titoli ('quantitative easing' in gergo) lanciato dal suo predecessore per aiutare le economie in stagnazione. All'epoca, i falchi tedeschi accusarono il governatore di voler aiutare il proprio Paese, l'Italia, a danno dei loro risparmiatori. Oggi, proprio i tedeschi potrebbero accogliere con sollievo il prolungamento (o anche il rafforzamento) del quantitative easing della Bce. 

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