L'Euro compie 20 anni

Figlia del trattato di Maastricht del 1992, la moneta unica entrò ufficialmente in vigore il primo gennaio del 1999. Secondo l'ex ministro del Tesoro, "l'Italia non era pronta". Oggi lo è?

Domani l'euro compie vent'anni e in Europa c'è oggi una generazione di maggiorenni che non hanno mai conosciuto un'altra moneta nazionale, giovani che sono quindi immuni dalla nostalgia della lira, del marco, della peseta o della dracma che può cogliere chi è più in là con gli anni. 

Breve storia della moneta unica

La moneta unica venne introdotta ufficialmente il primo gennaio del 1999 in undici Paesi, tra cui l'Italia, anche se fisicamente le banconote e le monete iniziarono a circolare solo tre anni dopo, il primo gennaio del 2002. Il primo gennaio 1999 l'euro venne introdotto per tutte le modalità di pagamento non fisiche, come i trasferimenti elettronici, ai tassi di cambio fissati dal Consiglio europeo, l'istituzione Ue che riunisce i capi di Stato e di governo, sulla base dei valori di mercato delle divise nazionali al 31 dicembre 1998. 

Il primo gennaio 1999 l'euro sostituì la lira italiana (il cambio fu fissato a 1.936,27 lire per un euro), il cui corso legale è terminato il 28 febbraio del 2002 (il 'changeover' fisico scattò nel gennaio 2002), il franco francese, il franco lussemburghese, il franco belga, il fiorino olandese, l'escudo portoghese, il marco tedesco, il marco finlandese, la peseta spagnola, lo scellino austriaco e la sterlina irlandese. Sui 15 Paesi che allora componevano l'Ue, aderirono in 11. La Grecia si aggiunse due anni dopo, essendo rientrata nei parametri nel corso del 2000, abbandonando la dracma. 

Sono passati poi all'euro gli altri 7 Paesi che oggi fanno parte dell'Eurozona: la Slovenia, che ha abbandonato il tallero dal gennaio 2007; Cipro, che ha lasciato la lira nel gennaio 2008, come Malta (che aveva la lira maltese); la Slovacchia, senza la corona dal gennaio 2009; l'Estonia, che ha abbandonato la corona estone nel 2011; la Lettonia, orfana del lats dal 2014, e infine la Lituania, che ha abbandonato il litas nel 2015.

L'Italia nel club 

L'euro è figlio del trattato di Maastricht del 1992, che fissava i parametri che gli Stati membri dovevano rispettare per partecipare alla nuova valuta: deficit pari o inferiore al 3% del Pil; rapporto tra debito e Pil inferiore al 60%; un tasso di inflazione non superiore di più di 1,5 punti percentuali rispetto alla media dei tre Stati membri a più bassa inflazione; l'appartenenza per almeno un biennio al Sistema Monetario Europeo. 

L'Italia sarebbe stata fuori, perché il debito pubblico, eredità degli anni Ottanta che eclissarono gli anni di Piombo, già allora superava largamente il 60% del Pil; ma venne inclusa, come il Belgio, perché ritenuta in grado di poter rientrare nel medio periodo all'interno dei parametri. Da quella scelta derivano i vincoli di bilancio che l'Italia ha tuttora e che ogni anno portano i vari governi a trattare le manovre economiche con la Commissione Europea.

Anche la Grecia venne ammessa, anche se non rispettava nessuno dei parametri; le conseguenze di quelle scelte sono poi emerse con la crisi del debito che ha investito l'Eurozona nel 2010-11, conseguenza della crisi arrivata dagli Usa con l'esplosione della bolla dei mutui subprime e che innescò in Europa salvataggi bancari a catena. 

L'euro, dopo le crisi le cui conseguenze ancora pesano su molti Paesi, è oggi comunque una realtà internazionale, cui sono legate in vari modi le valute nazionali di una sessantina di Paesi, pur restando un'unione monetaria non ottimale, come sanno gli economisti e come traspare anche dalle dichiarazioni ufficiali dei vertici Ue. 

Tra i firmatari c'era già Juncker

Per il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, "come solo firmatario del trattato di Maastricht ancora politicamente in attività, ricordo i negoziati combattutissimi e i negoziati cruciali sul lancio dell'Unione economica e monetaria. Più di tutto, ricordo la profonda convinzione che stavamo aprendo un nuovo capitolo nella nostra storia comune". "Un capitolo - continua Juncker - che avrebbe dato forma al ruolo dell'Europa nel mondo e al futuro di tutti i suoi popoli. Vent'anni dopo, sono convinto che sia stata la firma più importante che ho mai messo. L'euro è diventato un simbolo di unità, sovranità e stabilità. E' per questo che dobbiamo lavorare duramente per completare la nostra Unione economica e monetaria e per spingere ulteriormente il ruolo internazionale dell'euro". 

Il presidente della Bce Mario Draghi sottolinea che "dopo vent'anni, abbiamo ora una generazione che non conosce altra moneta": mentre chi ha trenta o quarant'anni ricorda le banconote da mille lire o le monetine da 10 se non da 5 lire e può indulgere alla nostalgia, i diciottenni italiani di oggi la lira non l'hanno mai usata. Conoscono solo l'euro. 

E anche gli italiani, malgrado il rapporto travagliato con l'Europa dopo la crisi, sono in maggioranza ben consapevoli dell'importanza di far parte dell'euro: secondo l'ultimo Eurobarometro, il 57% pensa che avere la moneta unica sia una buona cosa per il Paese, meno della media dell'Eurozona (64%), ma in rialzo di 12 punti percentuali rispetto al 2017, mentre il 30% pensa che sia una cosa negativa (in calo di dieci punti percentuali); l'11% è indeciso e il 2% non sa rispondere. 

"L'Italia non era pronta"

Ha scritto Paolo Panerai ("Quando a Carli tremò la mano", con Paolo Savona, edito da Milano Finanza) che Guido Carli, che firmò il Trattato di Maastricht da ministro del Tesoro, gli confidò: "Quando ho firmato il Trattato, la mano mi tremava. Sapevo che era necessario far entrare l'Italia nel vertice dell'Europa, ma sapevo anche che l'Italia non era pronta. Speriamo che lo diventi". Nel 2019 si vedrà se l'Italia è diventata "pronta", come sperava Guido Carli, a restare nell'Unione economica e monetaria. E se l'Unione monetaria sarà capace di fare passi avanti, uscendo dalla 'terra di mezzo' in cui si trova, tuttora priva di un safe asset comune. 

Tratto da AdnKronos/Tommaso Gallavoti
 

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