Cofferati: nella Ue non si vuole parlare di lavoro. Le colpe della sinistra di Hollande e Renzi

Di fronte alle trasformazioni della robotica il silenzio dell'Europa: non si discute degli effetti sul lavoro e sulla tenuta sociale. Manca visione politica, a partire dalla famiglia socialista. I limiti dei sindacati e le sofferenze dei giovani.

© European Union 2016 - Source : EP.

Proposte per modificare radicalmente l’orario di lavoro, mondo produttivo che si avvia ad una nuova rivoluzione incalzato dalla robotica e dall’intelligenza artificiale con impatti potenzialmente devastanti sulla tenuta sociale della società europea, eppure di lavoro nella Ue non si parla. Facciamo il punto su questo tema con l'eurodeputato Sergio Cofferati.

Incombe la rivoluzione della robotica e il centro economico mondiale si sta inesorabilmente spostando in Cina. Di fronte a queste trasformazioni, com’è il dibattito nella Ue su questi temi?

È un dibattito largamente insufficiente, non si valutano gli effetti di un’altra stagione di deindustrializzazione: l’evoluzione tecnologica, la robotica, la diversa organizzazione di interi settori produttivi e della stessa globalizzazione…tutti questi elementi hanno effetti consistenti sulla qualità e sulle modalità del lavoro, ma non c’è una visione di insieme e se ne parla poco. E poi c’è un problema di fondo, le materie del lavoro non sono di competenza della Ue ma degli Stati membri, la Ue può sollecitare, indirizzare, ma non imporre. Comunque sia, c’è un gravissimo ritardo.

C’è la volontà politica di colmarlo?

Non vedo alcuna intenzione concreta di metter mano ai Trattati per traferire competenze a livello europeo, non solo sul lavoro, ma anche su un tema caldissimo come quello delle politiche fiscali non c’è un’intenzione concreta se ne parla ma non vedo impegni concreti. E poi anche nelle discussioni più specifiche non c’è una visione d’insieme, il Summit sociale di Goteborg del 17 novembre è stata un’occasione sbandierata ai 4 venti che non è servita a nulla, che senso ha parlare dei diritti sociali prescindendo dal lavoro? È stata una scelta quantomeno singolare.

Con la robotica come cambierà la nostra vita? Finirà il lavoro?

Bisognerà tassarla, imporre una giusta tassa sul macchinario e destinare le risorse a investimenti e per allargare e qualificare la base produttiva. Di fronte a processi di innovazione così straordinari, senza una visione politica che guarda avanti il rischio del luddismo, di una ribellione alla tecnologia, è dietro la porta. Gli effetti dell’innovazione possono essere positivi, tolgono fatica, ripetitività al lavoro, ma anche largamente negativi.

Ora si produce in Cina, con la robotica sarà più conveniente ritornare a produrre in Europa ma senza che questa produzione porti lavoro.

È vero ed i trasferimenti della globalizzazione degli ultimi 20 anni potranno essere rimessi in discussioni in tempi brevissimi. C’è una cosa che non si conosce molto ma che trovo molto indicativa: noi abbiamo in Italia tante badante rumene, ebbene in Romania adesso stanno sperimentando le badanti robot.

Per evitare la tenuta sociale in Europa è necessario un reddito di cittadinanza?

Ci serve uno strumento di carattere universale, come il reddito minimo garantito, se non hai lavoro o lo hai perso, ti va garantito un reddito accompagnato da processi formativi. Da noi in Italia potrebbe contenere anche le pensioni minime, però è necessario che questo reddito abbia un carattere universale in modo da dare efficacia allo strumento. Oggi c’è la cassa integrazione, l’indennità disoccupazione, c’è una frantumazione che rende poco efficace gli strumenti che utilizziamo, uno strumento universale li riunificherebbe tutti, diventando più efficace e risparmiando risorse. Peccato non ci sia volontà politica di discuterne.

Perché non c’è?

I paesi conservatori considerano il lavoro come una condizione necessaria ma non da regolare, e anche in aerea progressista c’è stata molta imitazione sciocca, gli anni di Hollande e Renzi non hanno portato a molto. L’impostazione che la competizione economica debba basarsi sul costo del lavoro ha portato solo danni, invece di basarsi su una competizione verso l’alto, sulla qualità, si sono tagliati welfare e diritti, con il risultato che i paesi in crescita ti fregano perché comunque producono a condizioni più basse delle nostre e, inoltre, abbiamo perso in eccellenza. Sono abbastanza pessimista, non vedo segnali, non vedo volontà di affrontare il tema, è incredibile questo silenzio, a partire dalla famiglia socialista.

Proposta tedesca: basta al limite di 8 ore di lavoro al giorno

Almeno dell’orario di lavoro si parla e la Ue ha competenze di massima al riguardo.

Il tema dell’orario è un tema enorme, che ritorna in campo. Ogni volta che c’è un salto di tecnologia, prima il digitale e ora la robotica, anche la quantità di lavoro necessaria per produrre beni e servizi cambia, per cui bisognerebbe ragionare su una modulazione che non sia più quella tradizionale che è ormai datata, visto che nasce dalla fine degli anni 60, da allora di acqua ne è passata tanta, bisognerebbe riflettere su questo. La flessibilità se contrattata ha senso ed è efficace, ma va anche intesa non come aumento ma come diminuzione dell’orario. Questo aumento della produttiva andrebbe suddivisa in tre parti: un al capitale, una agli investimenti e una al lavoro, con miglioramenti che possono riguardare i salari ma anche l’orario. Purtroppo anche di questo non si discute.

Nemmeno i sindacati europei sembrano molto all’altezza della situazione…

Il limite nasce dal permanere di strutture a base nazionali: imprese e sindacati hanno famiglie europee che però non hanno potere, si sommano le organizzazioni e le sigle, ma non si fanno politiche comuni, non si pianifica. La mancanza di un modello di contrattazione europeo fa ricadere la competizione tra i settori produttivi e le aziende sugli elementi più in basso, ossia sul costo del lavoro. Su questo terreno l’Europa è tutta da costruire, c’erano stati momenti nei quali sembrava che ci fossero idee e volontà, all’epoca di Jacques Delors alla Commissione, poi il tema è stato derubricato.

In questo panorama, i giovani sembrano quelli che pagano la fattura più alta.

La Garanzia giovani (il programma Ue per assicurare impiego, stage e tirocini agli under 25, ndr) è una bufala, è pure propaganda, se non ci sono investimenti robusti e se non c’è crescita, una crescita vera, il lavoro non nasce e chi soffre di più sono i ragazzi e le ragazze che non hanno mai avuto un’occasione. Basta vedere i dati terribili sulla disoccupazione giovanile. Inoltre si assiste ad una deformazione di alcuni strumenti, come l'iniziativa scuola-lavoro, strumenti paradossali usati malamente, i giovani non sono nemmeno aiutati a conoscere il lavoro per com’è, è la parte della società in maggiore sofferenza.

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