Il carbone Ue in crisi nera: "Perdite per 6,6 miliardi nel 2019"

La stima del think tank Carbon Tracker: "Serve alternativa pulita, perché senza i sussidi pubblici il settore non sopravviverà". Ma gli Stati membri ritardano la chiusura degli impianti

Quattro centrali a carbone dell'Ue su cinque non sono redditizie e le compagnie che le gestiscono potrebbero subire perdite pari a circa 6,6 miliardi di euro solo quest'anno. E' quanto denuncia il think tank finanziario Carbon Tracker nel suo ultimo report sulla situazione degli impianti a carbone e lignite dell'Unione europea. Un report contestato dai giganti del settore perché non terrebbe conto di alcuni fattori, come i contratti a lunga scadenza.

Lo studio

Stando ai dati dello studio, quest'anno la produzione di carbone nell'Ue è diminuita del 39% rispetto al 2018, causando "tassi di utilizzo incredibilmente bassi", mentre la produzione di lignite è diminuita del 20%. Carbon Tracker ha calcolato che l'84% complessivo della generazione di lignite e il 76% della produzione di carbone mostra i conti in profondo rosso: tra utili e perdite, il saldo è negativo di 3,54 miliardi per la lignite e di 3,03 miliardi per il carbone

La situazione più grave, secondo lo studio, si registra in Germania, dove le perdite (al lordo degli utili) ammonterebbero a 9 miliardi. Nonostante questo, segnala Carbon Tracker, il governo si è limitato finora a raccomandare "una scadenza nel 2038 per eliminare gradualmente il carbone". Il tema al centro dello studio è proprio questo: perché mantenere in vita ancora a lungo un settore che già oggi è in pesante perdita e che non potrebbe sopravvivere senza i finanziamenti pubblici: "senza i sussidi - dice il thonk tank - l'industria del carbone non sopravviverà alla concorrenza dell'energia eolica e solare a costi sempre più bassi e del gas, che è temporaneamente a basso costo". 

La chiusura delle centrali

I governi dovranno affrontare "problemi irrisolvibili", si legge nel rapporto, se cercheranno di sostenere il carbone a lungo termine, "perché dovranno scegliere se: trasferire i costi ai servizi pubblici e distruggere il valore per gli azionisti; trasferire i costi ai consumatori e aumentare i costi; o finanziarli attraverso debiti o tasse".

La crisi non riguarda solo la Germania: "La Spagna e la Repubblica ceca, che non hanno ancora fissato una data di eliminazione graduale delle centrali a carbone, subiscono perdite rispettivamente di 992 milioni di euro e 899 milioni di euro - si legge nel rapporto - Nel Regno Unito, che ha fissato una scadenza per il 2025, le rimanenti centrali a carbone perderanno 732 milioni di euro".

Le centrali redditizie ci sono, anche se sono poche. Ma spesso dietro i conti positivi si cela l'intervento pubblico. E' il caso per esempio della Polonia, dove questi impianti ricevono sovvenzioni elevate dallo Stato. Centrali in utile si trovano anche in Italia, Repubblica Ceca e Slovenia.

La transizione energetica

Si tratta pero' di una piccola minoranza, secondo gli analisti di Carbon Tracker. La realtà è che gli impianti a carbone sono anti-economici. E se la Germania ha le spalle larghe e fonti alternative di energia già ben avviate, lo stesso non si puo' dire per l'Europa dell'Est: il carbone rappresenta l'80% della generazione totale di energia in Polonia, il 43% nella Repubblica ceca e il 39% in Bulgaria. Il New Green Deal che la nuova Commissione europea intende portare avanti nei prossimi anni per promuovere la lotta contro i cambiamenti climatici dovrà affrontare questo problema. La Polonia, dal canto suo, ha chiesto che nel prossimo bilancio pluriennale dell'Ue vi sia un fondo sostanzioso per la transizione energetica che consenta di far fronte agli inevitabili contraccolpi economici e occupazionali dell'eventuale chiusura delle centrali a carbone.

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