Bitcoin e criptovalute, le nuove vie del finanziamento del terrorismo

Al momento l'utilizzo delle monete virtuali è ancora limitato, ma secondo uno studio del Parlamento europeo i jihadisti stanno cominciando a capire come sfruttarle per i propri scopi e ci sono rischi che presto potrebbero farlo su larga scala

Il mondo è in continua evoluzione e insieme ad esso anche il terrorismo che sta imparando sempre di più ad utilizzare le nuove tecnologie a scopi criminali. Diverse organizzazioni jihadiste, ma anche altri tipi di estremisti, starebbero cominciando ad utilizzare i bitcoin e le criptovalute per finanziare le proprie attività. Lo afferma una ricerca del centro studi del Parlamento europeo che avverte che "anche se l'impiego che i terroristi fanno attualmente di criptovalute è limitato se confrontato a quello relativo ad altre aree illegali, la natura dei rischi può evolvere significativamente". La prospettiva di un “utilizzo prolungata e su vasta scala” di queste nuove tecnolgie, grazie alla “convergenza tra terrorismo e criminalità informatica”, pone “un motivo di preoccupazione per un possibile rischio a lungo termine”, afferma il rapporto.

I rischi delle criptovalute

Le valute virtuali a differenza di quelle tradizionali sono più difficili da tracciare e i movimenti di denaro possono essere occultati con più efficacia. “La natura senza confini e peer-to-peer di alcune criptovalute offre la possibilità ai terroristi di trasferire fondi al di fuori del settore regolamentato e al di fuori della portata delle autorità di controllo”, e inoltre queste monete “presentano anche diversi livelli di anonimato e pseudonimia, che possono consentire l'occultamento di attività illecite”, sottolinea la ricerca che, pur notando che al momento “esistono pochi casi documentati”, gli estremisti politici e religiosi “potrebbero cercare di espandere l'utilizzo” delle valute virtuali a breve.

Il crowdfunding dei terroristi

Nell'immediato, l'uso a fine terroristico dei bitcoin “è molto probabile che sia occasionale e per scopi specifici e limitati”, tra cui “raccolta di fondi o acquisto di articoli illeciti sul Dark Web”, ma anche per “sollecitare donazioni in campagne di crowdfunding condotte su social media e piattaforme di messaggistica criptata”. È il caso ad esempio di una campagna di finanziamento condotta da al-Sadaqah, organizzazione che si descrive come un ente di beneficenza, e che ha condotto una campagna di crowdfunding verso la fine del 2017 attraverso social media collegati ad al-Qaeda.

Il caso di al-Qaeda

Inizialmente, racconta lo studio, la campagna chiedeva ai sostenitori di donare anonimamente e in sicurezza con bitcoin per finanziare un progetto per costruire strutture in una località della provincia di Latakia in Siria. In seguito l'account ha cominciato ad accettare atri tipi di criptovalure, che forniscono più garanzie sulla privacy dei bitcoin, come Monero, Dash e Verge e ha lanciato un'altra sottoscrizione invitando i seguaci a "sostenere i mujihideen in Siria con fondi che rimarranno al 100% anonimi e completamente non rintracciabili".

Alle agenzie di contrasto alla criminalità si pongono quindi nuove sfide sostanziali e gli Stati potrebbero trovarsi presto a dover aggiornare le proprie legislazioni per stare al passo con i tempi. Per gli studiosi mantenere un livello di istruzione e informazione sulle tecnologie emergenti “è un ostacolo significativo” e le autorità devono quindi assicurarsi che le le forze di contrasto alla criminalità possano “acquisire nuove capacità analitiche, strumenti e risorse”, richiedendo l'applicazione della legge ma facendo un “uso creativo delle risorse disponibili e delle autorità legali, che potrebbero non essere state progettate pensando alle criptovalute”.

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