Non solo Mes, ora tra Germania e Italia è scontro sui prestiti per le imprese

In ballo i 200 miliardi di aiuti previsti dalla Bei, la banca europea degli investimenti: Berlino chiede che siano limitati solo alle Pmi, Roma vuole che siano allargati anche alla grandi aziende

Il premier Giuseppe Conte e la cancelliera tedesca Angela Merkel

Il dibattito e le polemiche sul Mes lo hanno messo un po' in ombra, ma nel pacchetto di aiuti varato dall'Unione europea per sostenere l'economia in seguito alla pandemia di coronavirus, ci sono 200 miliardi di euro che fanno gola a molti, quelli della Bei, la banca europea per gli investimenti. Su cui manca ancora il definitivo via libera. Il motivo di questo ritardo pare sia collegato al diverso punto di vista tra Germania e Italia su come spendere queste risorse. O meglio, a chi indirizzarle.

Come riferisce il quotidiano "Handelsblatt", per il governo federale tedesco, infatti, le garanzie della Bei dovrebbero essere dirette esclusivamente alle piccole e medie imprese. Secondo la Germania, affermano fonti diplomatiche dell'Ue interpellate da "Handelsblatt", qualora gli aiuti della Bei coinvolgessero anche le grandi aziende "il piatto si svuoterebbe troppo rapidamente". Di parere opposto il governo italiano, sostenuto in questo da Francia e Spagna: i tre Paesi intendono infatti includere anche i grandi gruppi industriali nelle garanzie della Bei. Per esempio, la Fca, che ha fatto sapere di essere intenzionata a chiedere all'Italia un aiuto statale da 6,3 miliardi (anche se la sua sede legale è da tempo in Olanda). 

Come evidenzia "Handelsblatt", a differenza della Germania, i tre Stati del Sud hanno margini di manovra minori per intervenire a sostegno della grandi imprese. La Francia si è esposta già molto per tutelare Air France e lo stesso intende fare Roma con Alitalia. La distanza tra i bilanci di questi Paesi lo si è visto con i primi pacchetti di aiuti di Stato: Berlino ha pianificato interventi pari a 1.000 miliardi, ben più di quelli messi sul piatto da Francia e Italia insieme. Da qui la necessità di far leva sui prestiti Bei per rimpinguare le casse e contenere i rischi di fuga delle grandi industrie. 

Le distanze tra i due contendenti per ora restano senza soluzione. Ad aprile scorso, l'Eurogruppo aveva dichiarato che la Bei avrebbe dovuto stanziare "finanziamenti per le imprese con attenzione alle Pmi". Una dichiarazione vaga che però per Berlino equivale a dire che le grandi aziende dovrebbero essere completamente escluse dal programma della Bei. Lo scorso 15 maggio, sempre all'Eurogruppo, il braccio di ferro si è concluso con un nulla di fatto. "Abbiamo preparato il terreno per un accordo sul fondo di garanzia della Banca europea per gli investimenti per le imprese", si è limitato a dire il presidente dell'Eurogruppo Mario Centeno al termine della teleconferenza. 

Come nella disputa sugli eurobond, la posizione di Berlino è contestata nell'Ue anche da esponenti politici tedeschi. L'eurodeputato dei Verdi Sven Gielgold ha dichiarato: "Nella crisi del coronavirus, il blocco dei prestiti della Bei anche per le grandi imprese da parte della Germania è ingiusto e aggrava la divisione nel mercato interno". In Germania, sottolinea Gielgold, "le aziende sarebbero sostenute in maniera massiccia dallo Stato, indipendentemente dalle loro dimensioni". Altri Paesi membri dell'Ue non possono, invece, attuare tale intervento a causa della loro precaria situazione di bilancio.

Come nota "Handelsblatt",il gia' problematico divario Nord-Sud nell'Ue potrebbe aumentare ulteriormente se le società tedesche reagissero meglio alla crisi rispetto alle concorrenti dei Paesi meridionali. A tal riguardo, Gielgold ha avvertito: "Il sostegno alle aziende tedesche potrebbe diventare una distorsione della concorrenza". Intanto, la Bei non potrà avviare il suo programma di aiuti fino a quando la controversia non sarà stata risolta. La Banca europea per gli investimenti intendeva iniziare a stanziare le garanzie per le imprese dal primo giugno prossimo. 


 

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