Affare saltato sul debito della Grecia, investitori tedeschi perdono causa con la Bce

Avevano comprato titolo di Stato di Atene e il salvataggio della Banca centrale europea gli era costato caro: circa 3 milioni di euro. Ma la Corte Ue dà ragione a Francoforte: la stabilità di un Paese membro viene prima degli interessi privati

Avevano comprato titoli di Stato della Grecia, ma la ristrutturazione del debito ellenico decisa nel 2012 per salvare il Paese dal collasso economico gli è costata caro: circa 3 milioni di euro, secondo il risarcimento danni che un gruppo di investitori tedeschi ha chiesto di avere indietro dall'istituto di Francoforte, reo, a loro giudizio, di aver permesso al governo di Atene di venir meno, ristrutturando il debito, agli obblighi contrattuali nei loro confronti. Per loro, pero', la causa è finita male: il Tribunale Ue ha infatti dato ragione alla Bce. Dicendo in ultima istanza che il risarcimento danni non ci sarà. E che quei soldi sono andati perduti.

La vicenda

Tutto nasce nel febbraio del 2012, quando la Grecia chiede alla Bce un parere sul progetto di legge che prevede le modalità della ristrutturazione: per procedere alla revisione del debito senza venire bloccati dalle resistenze in seno ai creditori internazionali, Atene propone di allargare l'accordo trovato dopo lunghe e travagliate trattative con la maggioranza dei detentori dei titoli di Stato, anche alla minoranza degli investitori che non aveva dato il suo consenso. La Bce dà il suo consenso all'operazione, tra le proteste della minoranza dei creditori. Tra questi, un gruppo di investitori privati tedeschi, che porta alla sbarra Francoforte.  

La sentenza del Tribunale Ue, pero', dà ragione alla Bce. Secondo i giudici di Lussemburgo, "l'ampio potere discrezionale" di cui dispone la Bce implica che solo un "travalicamento manifesto e grave" dei suoi poteri potrebbe far sorgere una responsabilità "extracontrattuale" in capo all'istituto. Per il Tribunale, la Bce, quando ha emesso il parere, "non era tenuta a pronunciarsi sulla questione se la Grecia avesse rispettato o meno i suoi obblighi derivanti dai contratti", visto che la sua competenza consultiva si inquadra nell'ambito dei suoi compiti fondamentali, tra cui la vigilanza sulla stabilità dei prezzi.

I giudici "salvano" la Grecia

Il Tribunale, poi, si esprime anche sul ruolo del governo greco, chiudendo la porta a eventuali richieste di risarcimenti danni anche ad Atene. Secondo i giudici, infatti, "la ristrutturazione del debito greco non ha comportato una violazione del principio del rispetto degli obblighi contrattuali", dato che "l'investimento in titoli di debito statali comporta sempre il rischio di un danno patrimoniale dovuto al lungo lasso di tempo che trascorre dall'emissione degli strumenti e durante il quale gli imprevisti rischiano di limitare sostanzialmente, se non addirittura di annientare, le capacità finanziarie dello Stato, emittente o garante di tali strumenti".

L'interesse generale viene prima di quelli privati

Per i giudici "se tali imprevisti si verificano, lo Stato emittente ha il diritto di tentare una rinegoziazione degli obblighi invocando il cambiamento fondamentale delle circostanze essenziali che hanno giustificato la conclusione del contratto da cui derivano tali obblighi". Il Tribunale dice in sostanza che il "diritto di proprietà," garantito dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Ue e invocato dagli investitori colpiti dalla ristrutturazione del debito, "può essere soggetto a restrizioni allo scopo di perseguire obiettivi di interesse generale".  

Per qualcuno, questo vuol dire che, almeno nell'Eurozona, "i titoli di Stato, un tempo sicuri per definizione, sono rischiosi - scrive l'AdnKoronos - Un dato noto, assodato e scontato dai mercati finanziari, che si riflette negli spread, cioè i differenziali, tra i rendimenti dei titoli emessi dagli Stati membri". Altri, invece, potrebbero leggere la sentenza da un punto di vista sociale: la salvezza di un Paese membro dell'Ue viene prima degli interessi degli investitori privati. E a garantire questo principio non è chiamata solo la politica, ma anche la Banca centrale europea. 

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