Banche, l'Eurogruppo imbriglia l'Italia: no aiuti a chi non rispetta il Patto di stabilità

I Paesi del Nord bloccano le nuove norme su Unione monetaria e bancaria. Le uniche novità apportate rischiano di essere una beffa per il sistema italiano

Il giorno dopo la lunga due giorni di trattative all'Eurogruppo e all'Ecofin, i media Ue si sono concentrati sulla sconfitta del grande piano di riforma della zona euro delineato dal duo franco-tedesco: niente bilancio comune, niente schema europeo anti-disoccupazione, niente web tax. Ma a uscirne male dai tavoli di Bruxelles è stata anche, se non soprattutto l'Italia. Che rischia di trovarsi un'altra spada di Damocle sulla testa: quella delle banche.

No soldi senza rispetto delle regole di bilancio

Il motivo sta tutto nell'unico pacchettino di misure su cui il litigioso Eurogruppo ha trovato una quadra: quella sul cosiddetto Fondo Salva-Stati, in inglese Esm (European stability mechanism). La cassa comune per aiutare i Paesi in difficoltà, l'Esm per l'appunto, sarà rafforzata, ma entrerà in funzione a determinate condizioni: per ricevere il prestito, lo Stato membro dovrà essere in linea con le regole del Patto di stabilità e non dovrà essere sotto procedura d'infrazione. “A oggi l'Italia non rispetta la prima condizione e presto potrebbe non essere in regola neppure con la seconda”, scrive la Stampa. 

Il paracadute per le banche

Il governo gialloverde, rappresentato a Bruxelles dal ministro Giovanni Tria, sembra aver digerito questa misure in cambio di passi avanti sul cosiddetto “paracadute” per le banche in difficoltà, che rientrerà nell'Esm. La nuova architettura delineata dai ministri delle Finanze permetterà di agire con maggiore tempestività rispetto al passato in caso di crisi di un istituto bancario dell'Eurozona. Un miglioramento che l'Italia chiedeva da tempo. 

Ma nell'accordo c'è una clausola: il paracadute scatterà nel 2024. Per attuarlo prima, occorrerà valutare entro il 2020 i progressi fatti sotto il profilo della “riduzione dei rischi” delle banche europee. Che tradotto vuol dire: facciamo cassa comune per salvare le banche, ma gli istituti italiani devono prima eliminare buona parte della montagna di crediti deteriorati che tengono ancora in pancia (ossia “svendere” a società specializzate i generosi prestiti elargiti in passato e che fanno fatica a recuperare, cosa che ha effetti benefici nel lungo periodo, ma nel breve rischia di far vacillare il sistema). 

La vittoria del Nord

A conti fatti, a Bruxelles ha avuto la meglio la linea dei falchi dei Paesi del Nord Europa guidati dall'Olanda e sostenuti “dall'esterno” da quel largo pezzo della maggioranza di governo in Germania che non vede di buon occhio i propositi riformatori del ministro socialista Olaf Scholz (appoggiati invece dall'Italia).  E' per questa opposizione che i progetti di un bilancio comune dell'Eurozona e di uno schema europeo anti-disoccupazione sono ancora al palo. Per il nostro Paese non è un bene: una maggiore integrazione dell'Eurozona sia dal punto di vista monetario che bancario ridurrebbe gli effetti negativi del debito pubblico. Ossia, meno miliardi che ogni anno bruciamo invece di destinarli alle imprese e allo Stato sociale. 

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