Austerity, gli esperti Ue ammettono: “Ha fallito, occorre rivedere il Patto”

L’European fiscal board ricorda che in alcuni Stati membri, tra cui l’Italia, “gli investimenti pubblici sono diminuiti nel periodo 2011-2018 rispetto al 1998-2007” a causa delle rigide regole sui bilanci. E propone una semplificazione delle norme, investimenti strategici fuori dal calcolo del deficit, e sostituire le sanzioni con incentivi

Una manifestazione anti-austerity del 2012 a Roma

Sarà che gli indicatori economici non mentono, e che la locomotiva tedesca va a rilento verso una possibile recessione tecnica. O anche il timore che populismi e sovranismi possano stravolgere l’Europa. Fatto sta che anche l’organo Ue ritenuto finora, a torto o ragione, il braccio armato dell’austerity, ammette che il rigore ha fallito. E che è ora di cambiare marcia sul Patto di stabilità e crescita. Liberando gli investimenti pubblici dalla tenaglia dei rigidi parametri di spesa del Fiscal compact.

E’ quanto scrive nero su bianco l’European fiscal board, il team di esperti Ue che ogni anno consegna alla Commissione un report sull’attuazione delle politiche di bilancio, con relativi consigli e raccomandazioni. Per il 2019, l’Efb parte da una premessa: il Fiscal compact ha fallito nel ridurre gli squilibri macroeconomici per cui era stato architettato. Se il suo obiettivo era di ridurre i debiti pubblici elevati come quello dell’Italia e stabilizzare i conti, nel primo caso ha peggiorato la situazione, dal momento che anche con i tagli alla spesa, il debito dell’Italia non si è ridotto, ma è persino aumentato. E nel secondo caso, ha avuto un impatto minimo.

Il fallimento del Fiscal compact 

Tra gli effetti negativi, l’Efb cita il caso degli investimenti pubblici in alcuni Stati membri, “che sono diminuiti nel periodo 2011-2018 rispetto al periodo 1998-2007”. In particolare, “questo è avvenuto in Grecia, Portogallo, Cipro, Irlanda, Spagna, Belgio, Francia e Italia”. Ridurre le spese per rispettare i parametri sul deficit annuale, ha di fatto colpito non tanto gli sprechi (ossia la spesa pubblica improduttiva), ma gli investimenti “in materia di istruzione, ricerca e sviluppo, trasporti e infrastrutture”. Questi investimenti, spiegano gli esperti Ue, andavano tutelati e non affossati, perché “i benefici a lungo termine della spesa pubblica produttiva” rappresentata da questo tipo di risorse “vanno sfruttati nella massima misura possibile. In combinazione con sistemi di entrate più efficienti, non solo favoriscono il rispetto delle norme fiscali dell'Ue, ma migliorano anche la sostenibilità delle finanze pubbliche”. Ossia, tali investimenti avrebbero ridotto il debito pubblico, anziché aumentarlo. 

La golden rule “limitata”

Ecco perché la proposta cardine dell’Efb è di introdurre una “limited golden rule”, che tradotto significa scorporare gli investimenti pubblici produttivi dal computo del deficit. E’ quanto chiede l’Italia quando parla di più flessibilità. Secondo il suggerimento dell’Efb, “la selezione delle spese pertinenti terrà conto dei progetti già individuati dal bilancio dell'Ue”, ossia si scomputino gli investimenti connessi alle priorità fissate a Bruxelles. Ma una volta chiarite le spese da promuovere, gli esperti Ue propongono “che gli Stati membri possano integrare volontariamente le spese relative ai progetti oltre i loro impegni di cofinanziamento”. 

Lo scorporo degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit non è certo una novità. Quello che è nuovo è che un organo come l’Efb spinga perché si allarghi la platea di spese ammesse, quando finora il cordone si allargato a fatica e solo a seguito di lunghe ed estenuanti trattative politiche. 

Semplificare le norme

A tal fine, gli esperti Ue propongono anche quanto già circola negli ambienti della Commissione, in particolare nell’entourage dell’ormai prossima presidente Ursula von der Leyen: la semplificazione delle norme fiscali, la cui attuazione, scrivono, “è diventata una fonte di tensione tra Stati membri, nonché tra questi e la Commissione. È quindi giunto il momento di considerare come potrebbero essere semplificate e rese più efficaci”. 
La semplificazione, avvertono, “non è, tuttavia, una panacea. Dovrebbe essere vista nel più ampio contesto della governance fiscale dell'Ue e dell'evoluzione in gran parte imprevista del contesto economico generale negli ultimi anni, caratterizzato da una crescita lenta e tassi di interesse straordinariamente bassi”.

Obiettivi su misura

Ecco perché, insieme a golden rule e semplificazione, occorre che la valutazione dei bilanci non sia legata a piani annuali come avviene oggi, ma con orizzonti temporali più lunghi (anche settennali, suggerisce l’Efb). Rivedendo al contempo gli obiettivi di debito e ritagliandoli su misura delle diverse economie. Per i Paesi a basso debito e con alto surplus commerciale, come Germania e Olanda, l’obiettivo potrebbe per esempio essere quello di far crescere la spesa pubblica espansiva. Mentre si potrebbe lasciare più margine di manovra a quegli Stati che, pur avendo debiti alti, hanno un buon avanzo primario, come l’Italia. 

Incentivi al posto delle sanzioni

Infine, l’Efb chiede di mandare in soffitta le tante temute “sanzioni” di Bruxelles a chi non rispetta il Patto. Sempre minacciate, con tanto di effetti sugli spread, e mai applicate.“Le sanzioni finanziarie in caso di inosservanza del quadro normativo fiscale dell'Ue sono state politicamente difficili da applicare – si legge nel rapporto - L'Efb è stato un forte sostenitore dell'introduzione di una capacità di bilancio comune a livello europeo. Uno dei criteri di ammissibilità per accedere ai fondi potrebbe essere la conformità alle norme fiscali dell'Ue. Incentivare la conformità in questo modo potrebbe essere più efficace delle sanzioni finanziarie”. 

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