Aumento pressione fiscale nell'Ue, l'Italia seconda solo alla Grecia

Tra il 2005 e il 2010, le tasse sono cresciute del 3,2% rispetto al Pil. Più del doppio della zona euro e più del triplo dell'insieme dei 28 paesi

Protesta degli allievi del conservatorio San Pietro a Majella di Napoli contro l'aumento delle retta di iscrizione. ANSA/CESARE ABBATE

Potevamo fare la fine della Grecia, abbiamo fatto la fine dell'Italia. Si puo' riassumere in una battuta, rubata a Corrado Guzzanti, i dati che emergono dal rapporto Taxation Trends in the European Union 2017 della Commissione europea e che vedono il Belpaese secondo solo ad Atene nell'Ue per crescita della pressione fiscale nel decennio della crisi, tra il 2005 e il 2010: +3,2%, più del doppio della zona euro a +1,5% e più del triplo della Ue a 28 paesi a +1%. 

Tabelle alla mano, in dieci anni (2005-2015) in Europa il paese che ha segnato il rialzo più significativo è stato la Grecia (+4,5), sotto il peso dell'austerity imposta dal piano di salvataggio Ue. Ma attenzione essere al primo posto in Ue per incremento del peso del fisco sul pil non vuol dire avere le tasse più alte dell'Unione, perché ogni paese ovviamente parte da livelli differenti. Nel caso della Grecia infatti ad esempio nel solo 2015 la tassazione è stata pari al 25,7% del pil, pari a 45 miliardi di euro in valori assoluti; contro il 30,2% dell'Italia a quasi 496 miliardi di entrate fiscali totali, e in lieve calo rispetto al 30,3% del 2014. Al terzo posto per incremento del fisco nel 2005-10 il Portogallo, altro paese sottoposto ad un piano di risanamento europeo, +2,8%, in ex equo con l'Estonia. Nello stesso decennio in esame la Germania ha segnato +2,3%, la Francia +2,2%.  

Tra i paesi che invece hanno ridotto il peso della pressione fiscale nel 2005-10, troviamo l'Irlanda -6,3%, la Svezia -3,2%; la Lituania -2,9%, la Spagna -0,9% tra le differenze più rilevanti. Ma anche in questo caso va segnalato che un calo della pressione non equivale a tasse più basse: ad esempio le tasse della Svezia, che ha segnato una forte flessione del peso fiscale, erano al 40,5% del pil nel 2015. Italia al top tra i 'vecchì paesi membri (esclusi quelli dell'Est Europa dunque) anche per l'aliquota Iva. Sebbene la sterilizzazione delle clausole di salvaguardia negli ultimi quattro anni abbia scongiurato nuovi rialzi (per trovare un livello inferiore bisogna andare al 2013, al 21%), l'imposta sul valore aggiunto italiana resta elevata rispetto alle maggiori economie europee, al 22% nel 2017. Al primo posto nel Vecchio Continente troviamo la Danimarca dove l'Iva svetta al 25%, seguita dall'Irlanda al 23%. In Germania l'Iva è saldamente ferma al 19% dal 2007; in Francia è ferma al 20% da 4 anni. 

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