La battaglia di Schrems contro Facebook può continuare, ma solo individualmente. No alla Class Action

L'avvocato generale della Corte di Giustizia Ue dice che la causa si può fare, ma solo individualmente, esclusa la Class Action che aveva raccolto 25 mila utenti di Fb. Il parere non è vincolante.

Max Schrems alla Corte di Giustizia Ue del Lussemburgo. EPA/JULIEN WARNAND

La battaglia tra Max Schrems e Facebook può andare avanti, ma portandola avanti da solo, non più come portabandiera di una Class Action che aveva raccolto 25 mila persone intorno a questo trentenne avvocato austriaco, un passato da modesto utilizzatore del social media più famoso al mondo e un presente da attivista per i diritti telematici nato proprio cavalcando la lotta contro la creatura di Mark Zuckerberg. E' nel 2011 che Schrems si lancia contro Facebook, accusata di violare consapevolmente la privacy dei suoi iscritti. L'avvocato, mentre realizza il suo dottorato, scopre che la società di Zuckerberg era a conoscenza di tantissime informazioni private degli utenti, che non venivano cancellate neppure se ci si cancella dal social network. Da lì mette in piedi il sito Europe vs Facebook, da conferenze, scrive libri e cita a giudizio Facebook Ireland, la succursale europea del gigante californiano. 

Martedì (forse) la svolta. Michal Bobek, avvocato generale della Corte di giustizia Ue risconosce che Schrems può rivolgersi a un tribunale austriaco, ma solo a titolo personale e non per gli altri soggetti che con la Class Action l'avevano eletto a loro paladino, anche legale. La Corte Suprema austriaca aveva chiesto alla Corte di giustizia del Lussemburgo un parere, per sapere se la magistratura austriaca avesse oppure no competenza sull’argomento. Secondo Bobak un’azione collettiva, almeno secondo l’attuale ordinamento Ue, non sarebbe ammissibile: Schrems può citare in giudizio Facebook nel suo Paese di residenza, ma non può far valere le sue stesse rivendicazioni per altri soggetti, in questo caso altri utenti Facebook.

Il parere dell'avvocato generale non è il Vangelo, ossia non deve essere seguito dalla Corte di Giustizia nella sua sentenza, ma viene comunque alquanto ascoltato, visto che nell'80% circa dei casi i giudici fanno poi loro la posizione espressa dall'avvocato generale. 

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