Allarme sulle tavole europee, tanti i cibi pericolosi: in testa il pesce spagnolo

Secondo uno studio della Coldiretti, basato sul Sistema di allerta rapido europeo, pesce spada e tonno importati dalla Penisola iberica sono pesantemente contaminati da metalli pesanti. Da Polonia e Paesi bassi attenzione alle carni del pollo

Mercato Orientale, frutta, verdura, pesce fresco in via XX settembre a Genova. ANSA/LUCA ZENNARO

Il pericolo ci viene servito direttamente a tavola. Sulle tavole europee arrivano infatti alimenti dannosi per la nostra salute e, contrariamente da quanto si potrebbe pensare, alcuni vengono prodotti nella stessa Unione. A lanciare l'allarme è la Coldiretti che ha reso nota “La classifica dei cibi più pericolosi” presentandola al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio. Questa vera e propria blacklist è stata compilata sulla base delle rilevazioni dell’ultimo rapporto Sistema di allerta rapido europeo (RASFF), che registra gli allarmi per rischi alimentari verificati a causa di residui chimici, micotossine, metalli pesanti, inquinanti microbiologici, diossine o additivi e coloranti nell’Unione europea nel 2016. Nella classifica ci sono ad esempio gli integratori e i cibi dietetici con ingredienti non autorizzati dagli Stati uniti e le arachidi dalla Cina contaminate da aflatossine cancerogene ma, al primo posto per pericolosità ci sono prodotti al 100% Made in Ue: il pesce spada e il tonno dalla Spagna che risultano inquinati pesantemente da metalli pesanti.

Prodotti non conformi: Turchia batte Cina

La Coldiretti sottolinea che sono 2.925 gli allarmi scattati nell’Unione Europea con la Turchia che è il paese che ha ricevuto il maggior numero di notifiche per prodotti non conformi (276), seguita dalla Cina (256) e dall’India (194), dagli Stati Uniti (176) e dalla Spagna (171). Si tratta di Paesi con un fiorente scambio commerciale con l’Italia che, denuncia l'associazione, riguarda anche i prodotti più a rischio. Nel 2016 sono stati importati dalla Spagna in Italia 167 milioni di chili di pesce in aumento del 5% nel primo semestre del 2017 mentre sono quasi 2 milioni i chili di pistacchi che nel 2016 sono arrivati dalla Turchia che ha esportato nella penisola anche quasi 3 milioni di fichi secchi e 25,6 milioni di chili di nocciole che rientrano nella lista nera per elevata rischiosità.

Per numero di allarmi fatti scattare nel 2016 al quarto posto della classifica si trovano i peperoni provenienti dalla Turchia che, secondo quanto spiega la Coldiretti, ha fatto registrare contaminazione oltre i limiti consentiti di pesticida. In questa classifica ci sono poi le carni di pollo provenienti dalla Polonia, che sono state oggetto di allarme per contaminazioni microbiologiche oltre i limiti di legge, in particolare di salmonella, ma anche altri prodotti come per le albicocche essiccate sempre dalla Turchia per contenuto eccessivo di solfiti, la noce moscata dall’Indonesia, per aflatossine e le carni di pollo dai Paesi bassi, per contaminazioni microbiologiche.

"Trasparenza per i consumatori"

“Non c’è più tempo da perdere e occorre rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri”, ha sottolineato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “importanti passi avanti sono stati ottenuti con l’estensione dell’obbligo di indicare la provenienza del riso e del grano impiegato nella pasta ma molto resta da fare perché 1/3 della spesa resta anonima, dai succhi di frutta al concentrato di pomodoro fino ai salumi”.

E invece che comprare all'estero dovremmo guardare al nostro Paese dove, come sotlina l'associazione, l'agricoltura italiana è la più green d’Europa con 292 prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp), il divieto all’utilizzo degli Ogm e il maggior numero di aziende biologiche. L'Italia è anche al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,5%), quota inferiore di 3,2 volte alla media Ue (1,7%) e ben 12 volte a quella dei Paesi terzi (5,6%).

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