Stessi bastoncini, ma pesce di serie B: cosi' le multinazionali del cibo discriminano i paesi dell'Est Europa

Gli Stati di Visegrad stanno portando avanti da oltre un anno una battaglia contro quella che ritengono essere una pratica sleale nei confronti dei loro consumatori da parte dell'industria alimentare. La Commissione ha lanciato uno studio per vederci chiaro

Il processo di trasformazione di prodotti alimentari / Ebs

“In una unione di Paesi alla pari non possono esserci consumatori di serie B. Non possiamo accettare che in alcune parti d'Europa, soprattutto quella centrale e orientale, vengano venduti alimenti di qualità inferiore rispetto ad altri Paesi, nonostante imballo e marchio siano uguali”. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo Stato dell'Unione lo scorso settembre ha dichiarato guerra alle 'discriminazioni' nella qualità dei cibi venduti nei supermercati dei diversi Paesi membri. La questione è aperta da oltre un anno e i cosiddetti Paesi di Visegrad hanno condotto una battaglia, che è ancora in corso, all'interno di tutte le istituzioni Ue, costringendo così a dover intervenire lo stesso presidente dell'esecutivo comunitario. Sono Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia che stanno ponendo con forza forza la questione dopo che diverse denunce di consumatori e varie ricerche avrebbero dimostrato che gli alimenti confezionati possono essere uguali all'apparenza ma a seconda della nazione in cui vengono venduti possono poi avere una qualità inferiore o superiore. Un'accusa dalla quale l'industria si è sempre difesa affermando che è solo una differenza dovuta al fatto che in ogni nazione si cerca di andare incontro ai gusti della popolazione locale utilizzando materie prime leggermente differenti.

I ministri dell'agricoltura di quattro Stati membri hanno discusso la questione a Praga nell'aprile del 2016, insieme a controparti d'Austria, Bulgaria, Romania e Slovenia. Un mese dopo, tutti i ministri dell'agricoltura dell'Ue ne hanno parlato nel Consiglio a Bruxelles, su richiesta dei cechi e all'inizio di quest'anno la questione è stata addirittura messa all'ordine del giorno del vertice Ue, il più alto livello diplomatico negli affari comunitari.

I wafer ungheresi

Per sostenere queste accuse il Nébih, l'Autorità per la sicurezza alimentare ungherese, all'inizio di quest'anno ha analizzato 24 prodotti di grandi colossi alimentari venduti nei supermercati di catene internazionali sia in Ungheria che in Austria. Secondo l’Agenzia governativa biscotti wafer della stessa marca sarebbero meno croccanti in Ungheria, così come nello Stato magiaro la crema al cioccolato sarebbe meno morbida e una scatoletta di tonno conterrebbe meno pesce o un brodo pronto meno carne.

Il pesce dei bastoncini slovacchi

Un test simile è stato fatto dal ministero dell'Agricoltura e dall'Autorità per la sicurezza alimentare di Bratislava che ha analizzato 22 prodotti testandoli per sapore, composizione e aspetto. In questi alimenti, scelti tra quelli proposti da aziende famose come Ferrero, Coca-Cola, PepsiCo, Nestlé e Danone, nell’ambito di categorie come bevande, latticini e formaggi, dessert, tè e bastoncini di pesce, gli slovacchi hanno rilevato grandi differenze di qualità in dieci casi, e differenze meno significative in tre prodotti a base di carne.

La risposta della Commissione Ue

La battaglia a livello comunitario ha avuto uno slancio anche grazie al fatto che nella seconda metà dello scorso anno a prendere le redini dell'Unione europea è stata proprio la Slovacchia che ha svolto in quel periodo il suo semestre di presidenza. Bratislava ha avuto una sponda molto importante nella commissione grazie al fatto che la commissaria per la tutela dei consumatori è la Ceca Věra Jourová. Su sua iniziativa la Commissione sta lavorando a una metodologia finalizzata a migliorare le prove comparative sui prodotti alimentari in modo da consentire agli Stati membri di discutere della questione sulla scorta di una base scientifica solida e condivisa che sia la stessa per tutti. La Commissione ha messo a disposizione del Centro comune di ricerca (JRC) 1 milione di euro per lo sviluppo di questa metodologia. Bruxelles sta anche finanziando ulteriori attività che riguardano la raccolta di prove e la vigilanza sull’applicazione delle norme, con l’erogazione agli Stati membri di 1 milione di euro per il finanziamento di studi o di misure volte a garantire l’applicazione delle norme. Da parte loro i produttori e le associazioni di marchi si sono impegnati ad elaborare un codice di condotta entro il prossimo autunno.  

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