“Il ruolo dell’Italia nell’Europa del futuro”, intervista a Stefano Maullu (FdI)

In un contesto globale in transizione, l’Italia ha il dovere di mantenersi ben ancorata all’alleanza euro-atlantica, con gli Stati Uniti come principale alleato e punto di riferimento, difendendosi dall’avanzata cinese e accrescendo le proprie interazioni con partner strategici talvolta sottovalutati, come la Russia. È questa, in estrema sintesi, la posizione di Stefano Maullu, Europarlamentare di Fratelli d’Italia e candidato alle Elezioni Europee del 26 maggio, uno dei pochi eurodeputati italiani ad aver sempre sostenuto che il rilancio dell’Italia, in ultima analisi, dipenderà anche dal suo riallineamento geopolitico, dalla riconquista del suo peso specifico internazionale e della sua centralità nel quadrante mediterraneo, già da tempo inevitabilmente compromessa.  Per Maullu, che lo scorso anno lasciò il Partito Popolare Europeo per aderire alla grande famiglia dei Conservatori e Riformisti, il rafforzamento dell’Italia è direttamente legato al cambiamento dell’Europa, un processo che, nei disegni dell’eurodeputato milanese, potrà essere avviato soltanto se la macchina comunitaria inizierà ad avere più considerazione per l’identità nazionale, per la sovranità degli Stati membri, per la loro libertà di prendere decisioni in autonomia, senza fastidiose ingerenze dall’alto. 

Onorevole Maullu, quale sarà il ruolo dell’Italia nell’Europa del futuro?

“Per tornare protagonista sulla scena internazionale, all’Italia serve innanzitutto più autorevolezza. Non possiamo continuare a rimanere relegati in una posizione di secondo piano, come vorrebbero Francia e Germania, ma dobbiamo impegnarci tenacemente per riconquistare quel ruolo di primo piano che ci spetta di diritto. L’Italia è la seconda manifattura d’Europa, uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea, la settima forza industriale al mondo. Se non siamo ancora riusciti a tornare nel novero delle grandi potenze, significa che il nostro interesse nazionale non è stato difeso con la necessaria tenacia. È proprio per questo che intendo tornare in Europa: per rafforzare il ruolo internazionale dell’Italia, per italianizzare l’Europa”. 

Come valuta il memorandum d’intesa con Pechino sulla nuova via della Seta? 

“Il governo ha affrontato la questione con leggerezza, con superficialità. Interagire con Pechino significa avere a che fare con una potenza abituata a muoversi con opacità, specialmente in ambito economico, con accordi poco trasparenti che di solito favoriscono soltanto uno degli attori coinvolti, quasi sempre la Cina. Il governo a trazione grillina ha messo a repentaglio alcuni dei nostri asset strategici più preziosi, come i porti o le infrastrutture. Il rischio è che possa ripetersi ciò che è già successo in Grecia, dove il porto del Pireo è già quasi completamente in mano ai cinesi. In un momento storico in cui il nostro Paese ha l’assoluta necessità di investire sul suo sviluppo logistico-infrastrutturale, cedere parti di infrastrutture a potenze straniere non sarebbe molto grave e pericoloso. Nel dossier sulla via della Seta, la priorità dell’Italia deve essere ben chiara: tutelare innanzitutto il nostro interesse nazionale, garantendo che in ogni patto vi sia la necessaria reciprocità. Il nostro Paese non può voltare alle spalle agli Stati Uniti per abbracciare la Cina e i suoi disegni egemoni”. 

Parliamo di Russia. Lei è stato uno dei pochi europarlamentari italiani a lottare concretamente contro le sanzioni economiche imposte a Mosca; è ancora convinto che la Russia possa essere un partner strategico per l’Italia?

“Assolutamente sì. Le sanzioni economiche imposte alla Russia hanno colpito duramente anche l’Italia, sottraendole ben 9 miliardi di export in pochi anni. Soltanto in Lombardia, le perdite nelle esportazioni hanno già superato i 3 miliardi di euro. Le sanzioni alla Russia devono essere immediatamente sospese, perché stanno arrecando degli enormi danni anche alle eccellenze italiane. La Federazione Russa può rappresentare un partner strategico di eccezionale valore, per l’Italia e per tutta l’Europa, anche in materia di contrasto al terrorismo. Fino ad oggi, la cooperazione tra l’Europa e la Russia è stata ostacolata da insanabili pregiudizi, da una russofobia dilagante che continua a produrre danni inimmaginabili. Per parte mia, sono sempre stato dell’idea che la cooperazione con la Russia debba essere incoraggiata in ogni modo, anche da parte dell’Italia. 

Tra le priorità del cosiddetto governo del cambiamento, lo scorso anno, era stata inserita anche la necessità di rimuovere le sanzioni alla Russia, ma la maggioranza gialloverde se ne è già completamente dimenticata. Bisogna tornare in Europa anche per questo, per continuare la battaglia a difesa delle eccellenze italiane ingiustamente danneggiate dalle sanzioni alla Russia”.  

Quale dovrebbe essere, a suo avviso, il ruolo dell’Italia nel complicato dossier libico? 

“In virtù della sua posizione geografica, e tenendo anche in considerazione i nostri interessi nella zona, l’Italia ha il dovere di promuovere con autorevolezza una soluzione pacifica del conflitto. Il recupero della credibilità internazionale di un Paese passa anche da qui, dalla risoluzione di situazioni estremamente complicate che rischiano di compromettere i nostri interessi. In questo caso, la partita geopolitica si gioca con la Francia, che da tempo ha messo nel mirino l’area nordafricana per i suoi personalissimi interessi. Per promuovere la pace serve un’azione coordinata tra l’Italia e l’Unione Europea, che fino ad ora ha assistito con eccessivo disinteresse a una partita estremamente pericolosa che si sta giocando ai confini delle sue frontiere meridionali. Il rischio è che possa generarsi un’altra ondata di immigrazione incontrollata verso le nostre coste, come è già successo in passato a causa della prepotenza francese. Per scongiurare uno scenario di questo genere, serve un’Italia forte che sappia dialogare con autorevolezza con l’Europa, da protagonista, con l’obiettivo di difendere l’interesse nazionale e neutralizzare il rischio di una nuova invasione”.

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