"Non compreremo più titoli di Stato", le banche italiane contro la riforma del Mes

Il duro attacco del presidente dell'Abi Patuelli alla proposta, sostenuta da Germania e Olanda, sul nuovo fondo di salvataggio per i Paesi dell'Eurozona. Ecco cosa prevede e perché monta la protesta contro Conte

Se la riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità, passa senza modifiche alla bozza di accordo finora sul tavolo delle cancellerie dell'area euro, "non compreremo più titoli di Stato italiani". A lanciare la minaccia è Antonio Patuelli, presidente dell'Abi, l'associazione delle banche italiane. Parole destinate a innalzare il livello di scontro politico sul nuovo Mes, il cosiddetto Fondo salva-Stati dell'Eurozona, su cui a dicembre è atteso il voto dei Paesi membri.

La polemica

Dopo le accuse mosse dal leader della Lega, Matteo Salvini, e da altri nei confronti del premier Giuseppe Conte, reo di aver sottoscritto una pre-intesa sul testo all'oscuro del Parlamento e dei principali soggetti interessati, banche comprese, la questione è diventata sempre più calda, dividendo anche la maggioranza di governo, con il Movimento 5 Stelle a chiedere chiarimenti allo stesso Conte. Il quale, da parte sua, ha smentito qualsiasi fuga in avanti su un testo che, al netto delle polemiche, è conosciuto a tutti, visto che la bozza è del giugno scorso, quando Salvini era al governo, ed è facilmente consultabile sul sito del Consiglio Ue. Inoltre, ,anche se Conte dovesse firmare un testo finale senza modifiche, la palla per l'ok definitivo passerebbe al Parlamento italiano. 

Cosa prevede la riforma

Ma perché le banche tricolore hanno deciso allora di alzare i toni? Come spiegato in un nostro precedente articolo, le preoccupazioni italiane sulla riforma del Mes ruotano intorno allo strumento della ristrutturazione del debito pubblico. Per capire meglio, bisogna fare un passo indietro e spiegare la logica alla base del cosiddetto Fondo salva-Stati: il fondo, partecipato dai Paesi dell'Eurozona (l'Italia è il terzo contributore dopo Germania e Francia) serve a concedere prestiti agli Stati in difficoltà. Lo fa attraverso due linee di credito: le Precautionary Conditioned Credit Lines (Pccl) e le Enhanced Conditions Credit Line (Eccl).

La Pccl, spiega Tommaso Gallavotti dell'AdnKronos, "funziona come una polizza di assicurazione: in pratica, l'assunzione di base è che il fatto stesso che esista sia sufficiente a placare i mercati; in questo modo, non ci dovrebbe essere neanche bisogno di utilizzarla. In poche parole, le Pccl servono a disinnescare le crisi, impedendo che diventino più gravi (come è successo nel caso della Grecia, per tamponare la situazione della quale all'inizio sarebbero bastate poche decine di miliardi, cosa che non è stata fatta per motivi di politica interna di alcuni Paesi dell'Eurozona)". 

I paletti e il memorandum 

Perché questo schema funzioni, ossia affinché la mera esistenza del fondo fermi le speculazioni dei mercati sui Paesi in crisi costringendoli di fatto a misure lacrime e sangue, lo Stato che chiede assistenza deve rispettare una serie di prerequisiti. La riforma modifica proprio questo aspetto introducendo una serie di paletti: innanzitutto, l'accesso al fondo è riservato ai Paesi la cui situazione finanziaria ed economica sia "robusta" nei fondamentali e il cui debito pubblico sia "sostenibile" (quello italiano, nelle valutazioni della Commissione, è sostenibile a breve e a lungo termine; qualche criticità è possibile nel medio termine). In secondo luogo, il Paese deve rispettare il 3% nel rapporto deficit/Pil; un saldo strutturale pari o superiore un parametro specifico per Paese; un debito pubblico inferiore al 60% del Pil o una riduzione nel differenziale rispetto al 60% nei precedenti due anni a una media di un ventesimo l'anno, "come prevede la regola del debito, che l'Italia non ha mai rispettato dal 2013", ricorda sempre l'AdnKronos.

Nell'ipotesi in cui l'Italia dovesse chiedere l'accesso al Pccl, dunque, potrebbero esserci delle difficoltà a rispettare i criteri. A quel punto, potrebbe rivolgersi alla seconda linea di credito, l'Eccl. In queso caso, l'Italia si troverebbe costretta a siglare un memorandum d'intesa con i creditori e a compiere una serie di riforme sotto stretta vigilanza del board del Mes e della Commissione europea, cosa non prevista dal Pccl. 

La questione dei titoli di Stato

Secondo i criitici della riforma, il nostro Paese potrebbe rischiare di trovarsi imbrigliato nella seconda linea di credito, venendo costretto di fatto a ristrutturare il debito. E' in questo caso che entra in gioco un altro punto fondamentale della riforma, sul quale si sono concentrate le polemiche delle nostre banche: la riforma della Cac, le clausole di azione collettiva, previste nei titoli di Stato. Le Cac, per semplificare, consentono di cambiare le condizioni contrattuali in modo che la ristrutturazione del debito comprenda tutti i titoli, non solo quelli detenuti da chi ha dato l'ok alla ristrutturazione.

A oggi, è difficile che una Cac scatti, perché il meccanismo consente a minoranze di blocco di fermarla. Per fare un esempio, una minoranza di blocco potrebbe essere quella delle banche italiane, che detengono circa 400 miliardi dei 2.350 miliardi di debito pubblico italiano. Con la riforma, pero', questo cambierebbe con l'introduzione delle Single-Limb Cacs, che di fatto aggirerebbero eventuali blocchi.  

Ecco perché le banche italiane non ci stanno: "Come investitore - spiega Patuelli - il mio problema è che cosa fa la Repubblica Italiana per tutelare il debito pubblico italiano. Il problema è il debito pubblico italiano, che non è il debito delle banche. Se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per interventi che favoriscano sinistri, è chiaro che le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico". "E non saranno mica solo le banche - aggiunge - su 2.350 miliardi di debito pubblico italiano, la gran parte oggi è assolutamente sottoscritta da soggetti nazionali. Io non mi intrometto nelle polemiche interne", conclude il presidente dell'Abi.

Già nel 2017, le Cac erano balzate agli onori della cronaca (almeno quella finanziaria) per via di un report di Mediobanca che ne tesseva le lodi, dicendo, in soldoni, che cosi' come sono prevengono i rischi di una uscita dell'Italia dall'Euro. Se cambieranno, cosa succederà?

Il braccio di ferro con Germania e Olanda

Scenari ipotetici a parte, dietro i malumori delle banche e dei partiti, c'è una questione più ampia: la riforma del Fondo salva-Stati, per come era stata concepita finora, dovrebbe servire ad accontentare le richieste dei Paesi del Nord, come Germania e Olanda, di paletti più stringenti per costringere gli Stati ad alto debito pubblico come il nostro a rispettare i patti sui conti. In cambio di questo, i 'rigoristi' si impegnerebbero a sbloccare riforme molto care all'Italia e alle sue banche, come il backstop sul fondo di risoluzione delle banche, il completamento dell'unione bancaria, un bilancio comune dell'Eurozona e un aumento degli investimenti nazionali su scala europea (cosa richiesta da Mario Draghi e da Christine Lagarde di recente). Senza passi avanti su queste misure, l'Italia si opporrà alla riforma del Mes, dicono fonti vicine a Conte. 

Di fatto, se la riforma del Fondo salva-Stati sembra in fase di arrivo (il voto, che dovrà essere all'unanimità pena la bocciatura, è atteso per il prossimo dicembre), sulle altre misure le trattative sono ancora lontane da un accordo definitivo, se non in alto mare. I rigoristi sostengono che per condividere i rischi di Paesi come l'Italia, occorre che questi fattori di rischio si riducano. Il riferimento è al debito pubblico, le cui ultime previsioni della Commissione Ue vedono in aumento. Ma anche ai crediti deteriorati detenuti dalle banche italiane. L'Abi ha ricordato di recente gli enormi sforzi fatti dai suoi istituti in questi anni per ridurre tali crediti. Senza dimenticare il dente avvelenato sulla vicenda Tercas.  Ecco perché, forse, adesso ha cominciato a perdere la pazienza. 

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