Salvini: "Commissione Ue delegittimata dal voto". Ma non è vero

Il leader della Lega attacca l'esecutivo Juncker, sostenendo di non avere il sostegno popolare per imporre sanzioni agli Stati membri che, come l'Italia, non rispettano le norme del Patto di stabilità. Ma i risultati delle urne dicono il contrario

"Oggi ci siamo trovati dicendo che una Commissione uscente, vecchia, delegittimata di milioni di europei settimana scorsa, non puo' prendere decisioni o imporre scelte o sanzioni a governi e popoli che rappresentano milioni di cittadini che vogliono semplicemente fare quello che è giusto: tagliare le tasse a imprenditori, lavoratori, famiglie". E' la dichiarazione di fuoco rilasciata dal vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, dopo l'ultimo vertice economico convocato a Palazzo Chigi per discutere sul rischio di una procedura d'infrazione a carco dell'Italia da parte della Commissione Ue. Procedura minacciata da Bruxelles per il mancato rispetto del Patto di stabilità, in particolare dei parametri sul debito pubblico. E che potrebbe portare a sanzioni fino a 3,6 miliardi. Per Salvini, la Commissione Juncker non ha la 'legittimità' di imporre una tale punizione all'Italia. Ma le cose non stanno proprio cosi'. 

Come funziona la procedura

Innanzitutto, finché non scadrà il mandato attuale, che durerà fino al 30 ottobre, l'esecutivo comunitario ha tutte le ragioni per proseguire il suo lavoro, compresa la vigilanza sui conti degli Stati membri. Se deciderà poi di avviare una procedura, dovrà farlo una volta ricevuto l'ok dei 28 Paesi Ue: gli sherpa dei ministri del Tesoro dei vari Stati, compreso il nostro, hanno già dato parere positivo all'apertura della procedura. Toccherà poi agli stessi ministri Ue esprimersi: l'ultima parola è la loro ed è attesa per il 9 luglio. Perché gli Stati diano l'ok definitivo servirà una maggioranza qualificata: ossia il voto del 72% dei Paesi membri in rappresentanza di una popolazione pari almeno al 65% dei cittadini europei totali. 

Il processo è lungo e le sanzioni, qualora comminate, sono solo l'ultimo stadio: male che vada per noi, arriveranno dopo ottobre, ossia quando Juncker dovrebbe aver già lasciato il suo posto di presidente della Commissione. Ci sarà dunque un cambio di guardia a Bruxelles, ma non è detto che questo riguarderà la posizione del prossimo esecutivo sull'Italia. Anzi, tutto fa presagire che la nuova Commissione seguirà il solco della precedente, almeno sui conti.

La Commissione legittimata

Il motivo è che, a differenza di quanto sostiene Salvini, l'attuale maggioranza è stata legittimata dal voto europeo dello scorso fine maggio. L'ondata sovranista non vi è stata, e le due principali forze che sostengono l'esecutivo Juncker hanno vinto le elezioni su scala Ue: i popolari hanno ottenuto 179 seggi al Parlamento europeo e hanno espresso come presidente al posto di Juncker il tedesco Manfred Weber, il cui curriculum è decisamente più da "falco" rispetto a quello del lussemburghese. I socialisti hanno a oggi 152 seggi e insieme ai popolari controllerebbero il 44,2% dei parlamentari dell'Aula di Strasburgo. Certo, 5 anni fa avevano numeri più larghi, e per reggere le redini del Parlamento adesso dovranno contare sui liberali di Emmanuel Macron (110 seggi).

Nulla di sconvolgente rispetto alla situazione attuale: già oggi, infatti, nell'esecutivo Juncker trovano posto i liberali, che nella passata legislatura hanno dato il loro appoggio esterno alla maggioranza. Per esempio, uno dei commisari di punta dell'attuale esecutivo è Margarethe Vestager, candidata proprio dai liberali alla guida della prossima Commissione. 

Con questo assetto, la nuova maggioranza controllerà 58% circa dei seggi del Parlamento. Più di quelli che attualmente Lega e Movimento 5 stelle controllano in Italia tra Camera e Senato. Ma non solo: visto che nell'Europa unita, a dispetto delle credenze diffuse ad arte da certa politica, il voto dei singoli Stati conta e come nelle scelte Ue, il trio popolari-socialisti-liberali potrà contare su un solido pacchetto di capi di Stato e di governo, dalla Germania alla Francia, passando per la Spagna, l'Olanda, il Belgio e persino, a quanto pare, l'Ungheria di Viktor Orban.

Chi è fuori dalla stanza dei bottoni, semmai, è l'Italia: nessuno dei due partiti di maggioranza è a oggi all'interno di una delle tre famiglie politiche al vertice del Parlamento europeo. E quando i leader di queste tre famiglie hanno deciso di riunirsi in forma ristretta per decidere sulle nomine di Commissione, Consiglio e Bce (tanto per citare le istituzioni più importanti), il nostro governo è stato lasciato fuori la porta. 

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