Niente frontiere e rispetto regole Ue, ecco perché l'accordo May-Juncker apre a una “soft Brexit”

Mercato unico, unione doganale, libera circolazione delle persone: la questione irlandese potrebbe ammorbidire notevolmente l'uscita del Regno Unito. Mantenendo Londra molto più vicina a Bruxelles di quanto sperato da chi ha votato per il “leave”

EPA/STRINGER

C'è un passaggio, nell'accordo sottoscritto oggi dall'Ue e del Regno Unito, che potrebbe stravolgere il destino della Brexit. Nel caso in cui non venga trovata una soluzione condivisa per evitare il ritorno di una frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord, si legge nel testo, il Regno Unito si è impegnato a mantenere “un pieno allineamento” normativo alle regole del mercato interno e dell'unione doganale dell'Unione europea. E siccome, come chiarito oggi dal capo negoziatore Ue Michel Barnier, le quattro libertà non sono divisibili, stando a questo scenario, Londra dovrebbe lasciare aperte le frontiere anche alla libera circolazione delle persone (e non solo di merci, servizi e capitali) e sottostare alla Corte di giustizia Ue. 

In sostanza, è come se Bruxelles concedesse una maggiore autonomia al Regno Unito. Senza pero' quella “indipendenza” dalle regole e dal “governo centrale” dell'Unione europea sperata dai vari Nigel Farage e Boris Johnson. Un tradimento dei sogni dei brexiter più duri e puri. Ma una buona notizia per tutti quei britannici che vedono nell'Europa un'opportunità. E non un incubo. 

Il nodo irlandese

Tutto ruota intorno alla questione irlandese. La soluzione di uno status speciale per l'Irlanda del Nord, che impedisca il ritorno di una vera e propria frontiera con l'Irlanda, sembra per adesso tramontata. Gli unionisti del Dup, il partito di maggioranza a Belfast e che a Londra regge il traballante governo May, non intendono essere trattati diversamente dal resto del Regno di Sua Maestà. “C'è ancora altro lavoro da fare per migliorare il testo”, ha detto la leader del Dup, Arlene Foster, commentando l'accordo raggiunto oggi a Bruxelles. Ma in Irlanda del Nord non si sono solo gli unionisti: c'è anche il Sinn Féin, i cattolici indipendentisti e più vicini a Dublino, che non accettano il ritorno di un muro nell'isola. 

Il fragile equilibrio tra Dup e Sinn Féin si base sull'accordo del Venerdi' Santo, che finora ha garantito la pace. Una frontiera “dura” potrebbe riaprire le ferite. Ecco perché, Ue e Regno Unito, nel testo concordato oggi, hanno indicato che Londra “proteggerà l'accordo del Venerdì Santo” ed eviterà per l'appunto una “frontiera dura”, inclusi “le infrastrutture o i relativi controlli e verifiche”. 

No frontiera, no Brexit

Fin qui le terminologie diplomatiche. Ma andando nel concreto, cosa succederà, per esempio, a un cittadino polacco che da Dublino raggiunge Belfast? Potrà circolare liberamente anche nel resto del Regno Unito? Secondo quanto si legge nel testo, Londra “ha fornito le necessarie assicurazioni che in futuro farà funzionare l'area comune di mobilità (Common Travel Area), un accordo bilaterale tra Regno Unito e Irlanda precedente la comune partecipazione alla Ue nel pieno rispetto degli obblighi dell'Irlanda in quanto Stato membro dell'Unione europea in particolare senza ostacolare il libero movimento dei cittadini Ue da e per l'Irlanda”. 

Non è chiarito, dunque, se vi sarà un confine interno al Regno Unito, tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna. Un confine che nessuno a Belfast vuole. Per questo, trovare una soluzione che concilii le posizioni di Dup e dei brexiter più duri sembra oggi difficilissimo.Ed è anche per questo che lo scenario di una Brexit molto “soft” appare oggi molto concreto.

In assenza di soluzioni, infatti, come si legge nell'accordo, “il Regno Unito si impegna a mantenere il pieno allineamento alle regole del mercato interno e dell'unione doganale”. Un pieno allineamento che per Bruxelles vuol dire rispettare tutte le quattro libertà (libera circolazione di persone, merci, servizi e capitali) e dunque restare vincolati alle decisioni della Corte di giustizia dell'Unione europea. Il contrario di quanto dichiarato fino a marzo scorso da May e dal suo negoziatore Davis.

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