Migranti, cos’è il regolamento di Dublino. E perché la "minaccia" di Salvini sui rimpatri piace a Bruxelles

Sarà il banco di prova del neo ministro degli Interni: la riforma delle leggi che regolano la gestione dei richiedenti asilo nell'Ue. E che l'Italia e il Parlamento europeo chiedono di modificare. Ma la strada è più che in salita

Quando l’Italia firmò il tanto contestato (oggi) Regolamento di Dublino, al governo c’era l’allora Lega Nord. Il nuovo ministro degli Interni, Matteo Salvini, era già noto al panorama politico essendo segretario provinciale del partito a Milano. E chissà se avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe spettato proprio a lui ridiscutere le norme che di fatto favoriscono al momento la permanenza dei richiedenti asilo, e dei migranti irregolari, nei paesi di primo approdo, ossia la stessa Italia, ma anche Grecia e in misura minore la Spagna.

Cos’è il regolamento di Dublino 

Ma perché il Regolamento di Dublino è così importante? La genesi di tale regolamento risale al 1990, quando 12 paesi Ue di ritrovarono nella capitale irlandese per dare vita a una Convezione per la gestione dei richiedenti asilo. Tredici anni dopo, nel 2003, la Convenzione fu trasformata in un regolamento dell’Unione europea volto a stabilire "i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione)”. Il regolamento è stato rivisitato nel 2013 (Dublino III), ma di fatto l’impianto è rimasto lo stesso nel suo punto principale: ossia, l’individuazione dello Stato membro responsabile per l'elaborazione di una domanda di asilo.

Il paese di primo approdo

Il regolamento Dublino III identifica il paese dell'Ue responsabile dell'esame di una domanda di asilo attraverso una gerarchia di criteri come l'unità familiare, il possesso di documenti di soggiorno o visti, l'ingresso irregolare o senza visto. Stando alle norme, il meccanismo dovrebbe funzionare più o meno così: un migrante sbarca in Italia e comunica l’intento di voler presentare la domanda d’asilo. In quel momento, il migrante deve indicare in quale paese Ue, per ragioni famigliari o di altra natura, vuole che la sua domanda sia valutata.

Questo passaggio è fondamentale, perché in base alle leggi, il paese che valuta la domanda dovrà poi farsi carico del potenziale rifugiato. A questo punto, la richiesta va all’Unità Dublino dell’Italia, che la comunica all’Unità Dublino della Germania. Se la Germania rifiuta la richiesta, il migrante potrà presentare ricorso, ma dovrà comunque restare in Italia finché la domanda non sarà valutata. Se ottiene lo status di rifugiato, di fatto dovrà continuare a vivere in Italia, con la possibilità di spostarsi solo per un breve periodo di tempo in un altro Stato Ue. Pena l’espulsione verso l’Italia.

L'illegalità dietro la legge

Questo meccanismo nella pratica comporta tempi lunghissimi per il riconoscimento dell’asilo, facendo gravare il peso dell’accoglienza tutto sul paese di primo approdo. E questo anche perché delle decine di migliaia di migranti arrivati in Europa, solo una piccola percentuale ha effettivamente diritto all’asilo. Delle 82mila domande esaminate dagli organi competenti italiani nel 2017, il 52,4% è stata rifiutata. Ma il dato che deve far riflettere è che, a oggi, si stima che nel nostro paese ci siano 600mila migranti irregolari.

Dietro queste cifre, c’è un fenomeno sotterraneo dove vige l’illegalità e lo sfruttamento. E che coinvolge spesso anche quei potenziali rifugiati che pur di raggiungere i propri famigliari in un altro paese Ue preferiscono evitare le lungaggini del regolamento di Dublino e della burocrazia italiana ed europea, scegliendo vie di figa clandestine (e spesso rischiose). Ecco perché l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, l’Unhcr, ha più volte criticato Dublino III, accusandolo di non garantire in modo efficace i diritti dei richiedenti asilo.

La riforma del regolamento

Al momento, ci sono tre bozze ufficiali in giro per i tavoli europei per riformare tali leggi. Quella più vicina alla richieste di paesi come Italia e Grecia e delle organizzazioni per i diritti dei migranti è quella varata dal Parlamento europeo, che prevede una serie di requisiti volti a facilitare il trasferimento dei richiedenti asilo dagli Stati di primo approdo verso il paese Ue dove vorrebbero andare a vivere.

La proposta del Parlamento Ue

Tale proposta, sostenuta da tutti i partiti italiani a Strasburgo (con la sola astensione della Lega), consentirebbe un ricollocamento automatico dei richiedenti asilo tra i vari Stati membri fin dalle prime fasi del loro arrivo in Europa. La Commissione Ue, invece, aveva proposto un meccanismo di ricollocamento come quello varato durante la crisi, ossia successivo al procedimento di valutazione delle domande: quote obbligatorie di redistribuzione dei rifugiati tra gli Stati con penale di 250mila euro per ogni richiedente asilo non accolto da un paese. Una proposta che, però, non risolve il problema del primo approdo.

La proposta al vaglio degli Stati membri

Ancora peggio, per l’Italia, la bozza su cui stanno lavorando i ministri del Consiglio Ue, dove si prevede persino un inasprimento del peso burocratico e di accoglienza a carico dei paesi di primo approdo. La bozza di accordo, presentata dalla presidenza di turno dell’Ue, la Bulgaria, ruota attorno al concetto di “fair share” di richiedenti asilo: “la cifra di rifugiati (gli immigrati economici sono esclusi) che ciascuno Stato membro dovrebbe accogliere in tempi normali, fissata sulla base degli arrivi dell’anno precedente e di una chiave di ripartizione che ruota attorno a pil e popolazione”, scrive David Carretta sul Foglio.

Superata la “fair share” scatterebbero una serie di misure di sostegno da parte dell’Ue, ma la redistribuzione in altri paesi (al massimo 200mila richiedenti asilo) partirebbe solo in casi di emergenze molto gravi: quote volontarie quando il numero di arrivi nell’Ue supera il 160 per cento dell’anno precedente (con il voto a maggioranza degli Stati membri); quote obbligatorie se il flusso supera per più di due anni il 180 per cento (con l’unanimità dei capi di Stato e di governo). “I paesi allergici alla redistribuzione – scrive sempre il Foglio - potrebbero farla franca con misure compensatorie come un contributo di 30 mila euro per ciascun richiedente asilo che rifiutano di prendersi in carico”. Un ottavo di quanto proposto dalla Commissione.

La questione rimpatri

La proposta del Consiglio sarà discussa al prossimo vertice Ue di fine giugno, il primo a cui dovrebbe partecipare il neo premier Giuseppe Conte. Un ruolo importante, in queste settimane di trattative, lo avrà il ministro degli Interni, Matteo Salvini. In attesa di tali negoziati, Salvini ha già annunciato un piano di rimpatri che, anche se non direttamente connesso alla riforma di Dublino III, sembra strizzare l’occhiolino ai paesi più contrari a una revisione delle regole, dai paesi di Visegrad (Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia) all’Austria e, anche se sotto traccia, alla Francia. 

Il piano di Salvini prevede l’istituzione di 20 centri di detenzione, uno per regione, dove dovrebbero trovare posto i 600mila irregolari da espellere (circa 30mila per centro). Il costo dei centri non è noto, mentre quello delle sole espulsioni dovrebbe superare gli 1,5 miliardi. Resta da capire come e quanti di questi migranti potranno essere espulsi, quali accordi il governo intende chiudere (si presuppone in tempi rapidi) per velocizzare i rimpatri e non trasformare i centri in gigantesche prigioni. Costose sotto il profilo dei conti pubblici e ingestibili sotto il profilo della sicurezza. 

Di sicuro, però, questi centri “piacciono” all’Ue. Anzi, è stata proprio la Commissione europea, per voce del direttore alla Migrazione Laurent Muschel, a chiederceli espressamente:  “I rimpatri dall'Italia verso Bangladesh, Pakistan o Afghanistan sono nulli perché mancano i centri di detenzione”. 

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