Fondo salva-Stati un rischio per l'Italia? Ecco cosa c'è dietro lo scontro

Il mondo politico e quello bancario si dividono sulla riforma del Mes, il meccanismo europeo di stabilità. Ma la vera battaglia è sul "pacchetto" di misure che dovrebbero ridisegnare l'Eurozona

Dopo una lunga notte di trattative, la maggioranza di governo sembra ancora non aver trovato la quadra sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, il cosiddetto Fondo salva-Stati. Per il Pd e il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri la bozza di accordo sul tavolo dei Paesi dell'Eurozona va bene e puo' essere approvata. Per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e buona parte del M5s, supportati all'esterno da Lega e FdI, la riforma va modificata. E anche il mondo bancario italiano è diviso, con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco e il presidente dell'Abi Antonio Patuelli a lanciare moniti sui rischi per i loro istituti, mentre il direttore generale della stessa Bankitalia, Fabio Panetta, vede nella riforma un'opportunità per il Balpaese. In tutto questo, il premier Giuseppe Conte ha annunciato che condurrà gli ultimi negoziati europei sul Mes in una "logica di pacchetto", che del resto è la logica seguita dall'Italia dall'inizio dell'iter di questa riforma. 

Insomma, sul Fondo salva-Stati la confusione continua a regnare sovrana, tanto più che il "caso" è scoppiato a ridosso dell'ultimo step previsto dai Paesi dell'Euro per chiudere la riforma: il via libera definitivo, infatti, era atteso per l'Eurogruppo del 4 dicembre, cui avrebbe fatto seguito l'ok formale dei capi di Stato e di governo al Vertice Ue del 12 dicembre. Francia, Germania e Olanda pressano perché l'accordo venga raggiunto al più presto. L'Italia deciderà alla fine di far posticipare l'approvazione o otterrà quelle rassicurazioni sul "pacchetto" citate da Palazzo Chigi? Si vedrà, ma intanto capiamo meglio di cosa stiamo parlando.  

Il Mes, cosa prevede la riforma

"Il Meccanismo europeo di stabilità è stato istituito nel 2012 per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell'Eurozona che si trovano in gravi difficoltà finanziarie o ne sono minacciati", si legge in un documento della Camera. Nel dicembre 2017, la Commissione europea ha presentato una proposta di riforma del Mes nell'ottica di trasformarlo in una sorta di Fondo monetario europeo. "Tuttavia, allo stato attuale, la proposta sembra superata da una soluzione diversa, i cui tratti salienti sono stati decisi nell'Eurogruppo del 13 giugno 2019 e poi confermati nel successivo Vertice euro del 21 giugno, che prevederebbe, almeno in questa fase, solamente una revisione del Trattato istitutivo del Mes", scrive sempre la Camera. In altre parole, il Parlamento ammette che la riforma del Mes era stata concordata dal precedente governo, quando Matteo Salvini era ministro degli Interni. Il leader della Lega, dunque, sapeva dei termini della trattativa. I rischi che denuncia adesso per l'Italia c'erano a giugno come oggi. Ma ha deciso di alzare la voce adesso, sostenuto in questo da un pezzo del settore bancario italiano. Al di là della presunta strategia politica seguita, resta il fatto che le preoccupazioni espresse sono chiare e riassumibili, secondo Salvini, in un concetto: l'Italia rischia di cedere un pezzo di sovranità. Vero o falso?

Come spiegato in un nostro precedente articolo, le preoccupazioni sulla riforma del Mes ruotano intorno allo strumento della ristrutturazione del debito pubblico. Per capire meglio, bisogna fare un passo indietro e spiegare la logica alla base del cosiddetto Fondo salva-Stati: il fondo, partecipato dai Paesi dell'Eurozona (l'Italia è il terzo contributore dopo Germania e Francia) serve a concedere prestiti agli Stati in difficoltà. Lo fa attraverso due linee di credito: le Precautionary Conditioned Credit Lines (Pccl) e le Enhanced Conditions Credit Line (Eccl).

La Pccl, spiega Tommaso Gallavotti dell'AdnKronos, "funziona come una polizza di assicurazione: in pratica, l'assunzione di base è che il fatto stesso che esista sia sufficiente a placare i mercati; in questo modo, non ci dovrebbe essere neanche bisogno di utilizzarla. In poche parole, le Pccl servono a disinnescare le crisi, impedendo che diventino più gravi (come è successo nel caso della Grecia, per tamponare la situazione della quale all'inizio sarebbero bastate poche decine di miliardi, cosa che non è stata fatta per motivi di politica interna di alcuni Paesi dell'Eurozona)". 

I paletti e il memorandum 

Perché questo schema funzioni, ossia affinché la mera esistenza del fondo fermi le speculazioni dei mercati sui Paesi in crisi costringendoli di fatto a misure lacrime e sangue, lo Stato che chiede assistenza deve rispettare una serie di prerequisiti. La riforma modifica proprio questo aspetto introducendo una serie di paletti: innanzitutto, l'accesso al fondo è riservato ai Paesi la cui situazione finanziaria ed economica sia "robusta" nei fondamentali e il cui debito pubblico sia "sostenibile" (quello italiano, nelle valutazioni della Commissione, è sostenibile a breve e a lungo termine; qualche criticità è possibile nel medio termine). In secondo luogo, il Paese deve rispettare il 3% nel rapporto deficit/Pil; un saldo strutturale pari o superiore un parametro specifico per Paese; un debito pubblico inferiore al 60% del Pil o una riduzione nel differenziale rispetto al 60% nei precedenti due anni a una media di un ventesimo l'anno, "come prevede la regola del debito, che l'Italia non ha mai rispettato dal 2013", ricorda sempre l'AdnKronos.

Nell'ipotesi in cui l'Italia dovesse chiedere l'accesso al Pccl, dunque, potrebbero esserci delle difficoltà a rispettare i criteri. A quel punto, potrebbe rivolgersi alla seconda linea di credito, l'Eccl. In queso caso, l'Italia si troverebbe costretta a siglare un memorandum d'intesa con i creditori e a compiere una serie di riforme sotto stretta vigilanza del board del Mes e della Commissione europea, cosa non prevista dal Pccl. 

La questione dei titoli di Stato

Secondo i criitici della riforma, il nostro Paese potrebbe rischiare di trovarsi imbrigliato nella seconda linea di credito, venendo costretto di fatto a ristrutturare il debito sotto il controllo di una nuova Troika. E' in questo caso che entra in gioco un altro punto fondamentale della riforma, sul quale si sono concentrate le polemiche delle nostre banche: la riforma della Cac, le clausole di azione collettiva, previste nei titoli di Stato. Le Cac, per semplificare, consentono di cambiare le condizioni contrattuali in modo che la ristrutturazione del debito comprenda tutti i titoli, non solo quelli detenuti da chi ha dato l'ok alla ristrutturazione.

A oggi, è difficile che una Cac scatti, perché il meccanismo consente a minoranze di blocco di fermarla. Per fare un esempio, una minoranza di blocco potrebbe essere quella delle banche italiane, che detengono circa 400 miliardi dei 2.350 miliardi di debito pubblico italiano. Con la riforma, pero', questo cambierebbe con l'introduzione delle Single-Limb Cacs, che di fatto aggirerebbero eventuali blocchi.  

Ecco perché le banche italiane non ci stanno: "Come investitore - ha spiegato il presidente dell'Abi Patuelli nella sua ultima visita a Bruxelles - il mio problema è che cosa fa la Repubblica Italiana per tutelare il debito pubblico italiano. Il problema è il debito pubblico italiano, che non è il debito delle banche. Se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per interventi che favoriscano sinistri, è chiaro che le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico". "E non saranno mica solo le banche - aggiunge - su 2.350 miliardi di debito pubblico italiano, la gran parte oggi è assolutamente sottoscritta da soggetti nazionali. Io non mi intrometto nelle polemiche interne", conclude il presidente dell'Abi.

Già nel 2017, le Cac erano balzate agli onori della cronaca (almeno quella finanziaria) per via di un report di Mediobanca che ne tesseva le lodi, dicendo, in soldoni, che cosi' come sono prevengono i rischi di una uscita dell'Italia dall'Euro. Se cambieranno, cosa succederà?

La logica del "pacchetto"

Scenari ipotetici a parte, dietro i malumori di una parte del mondo bancario e di quello politico, c'è una questione più ampia: la riforma del Fondo salva-Stati, per come è stata concepita finora, dovrebbe rientrare all'interno di un pacchetto di riforme volte a ridisegnare l'architettura dell'Eurozona, tra cui il backstop sul fondo di risoluzione delle banche e un bilancio comune dell'Eurozona

Sempre a gugno, quando l'allora governo gialloverde diede un pimo ok alla riforma del Mes, una risoluzione dei deputati di Lega e M5s chiedeva allo stesso governo "di impegnarsi a promuovere, in sede europea, una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell'Unione economica e monetaria (Mes, backstop e bilancio comune per l'appunto) riservandosi di esprimere la valutazione finale solo all'esito della dettagliata definizione di tutte le varie componenti del pacchetto, favorendo il cosiddetto 'package approach', che possa consentire una condivisione politica di tutte le misure interessate, secondo una logica di equilibrio complessivo', si legge in un documento della Camera

Insomma, già 5 mesi fa si parlava di pacchetto. Bisogna capire se il pacchetto sia conveniente o meno per l'Italia. Secondo Salvini e altri, la riforma del Mes è un regalo alle banche francesi e tedesche (ma i suoi alleati dell'AfD in Germania dicono che invece è un regalo alle banche italiane). Il backstop, invece, dovrebbe essere uno strumento di garanzia apprezzato dagli istituti bancari del nostro Paese. C'è poi il bilancio comune dell'Eurozona, che dovrebbe servire a stimolare gli investimenti negli Stati membri che fanno fatica a spendere, viste le ristrettezze di cassa e gli alti debiti pubblici (l'Italia, insomma), grazie ai contributi dei Paesi che hanno invece larghi margini di manovra, come Germania e Olanda. 

Il pacchetto, dunque, contiene pro e contro. Ma se la riforma del Fondo salva-Stati sembra in fase di arrivo, sulle altre misure le trattative sono ancora lontane da un accordo definitivo, se non in alto mare. I rigoristi sostengono che per condividere i rischi di Paesi come l'Italia, occorre che questi fattori di rischio (debito pubblico e crediti deteriorati delle banche) si riducano. L'Italia, dal canto suo, ha dimostrato di aver ridotto l'esposizione ai crediti deteriorati, ma per ridurre il debito pubblico chiede di spingere sulla crescita e non sul solo equilibrio dei conti. In altre parole, chiede che Germania e Olanda prendano mano al portafogli.  

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