Da Marx a Puigdemont, ecco perché Bruxelles è terra di esuli

Anche se ha smentito di voler chiedere asilo al Belgio, il leader catalano è l'ultimo di una lunga lista di politici, intellettuali e terroristi che hanno scelto la capitale europea per sfuggire alla giustizia in patria

“Quando venivano a nascondersi a Bruxelles, quelli della RAF dormivano su quella panca, si fermavano fino alla chiusura e quando l’ultimo cliente se ne andava, si mettevano a a dormire lì”. L’ex barista del Dolle Mol - storico bar a due passi dalla Gare Central di Bruxelles, prima Cafè Anarchiste, quindi centro della controcultura belga e, contemporaneamente, musée du slip, chiuso nel dicembre 2015 dopo mille vicissitudini e qualche sgombero - raccontava così un episodio tra i tanti che hanno fatto del Belgio ed in particolare della sua capitale terra di accoglienza di esuli e rifugiati politici, terroristi e rivoluzionari. Puigdemont, che per ora non rientra in nessuna di queste tipologie, ha dietro a sé una lunga lista di personalità e persone comuni che hanno trovato accoglienza a Bruxelles in fuga da dittature, guerre, regimi o, più semplicemente, dalla giustizia.

Marx, la birra e il Manifesto

L’insegna bianca e la facciata rossa del Dolle Mol, che, va detto, è stato frequentato non solo dai tedeschi della Rote Armee Fraktion che ha insanguinato la Germania dalla fine degli anni 70 all’inizio dei 90, ma anche da artisti del calibro di Bob Dylan, Tom Waits e Leo Ferré, sono ancora lì, con il loro tocco ironico-decadente, in rue des Eperroniers. Scendendo di un paio di centinaia di metri si plana nella Grand Place, il cuore di Bruxelles. Qui, sui muri della Maison du Cygne, edificio sulla cui facciata si libbra proprio un cigno, una placca ci ricorda che Karl Marx ha passato il capodanno del 1847-48 in questa brasserie per operai diventata oggi un ristorante di lusso. Marx andava pazzo per la gueuze, la birra acida assai in voga all’epoca, ma non per quello è rimasto 3 anni a Bruxelles. C’è stato perché cacciato prima dalla Germania e quindi dalla Francia, in entrambi i casi per le sue idee considerate un po’ troppo rivoluzionarie dai governanti di turno. E non a caso è a Bruxelles che scrive, con il socio e sponsor Engels, il Manifesto del Partito Comunista. Pochi anni dopo, nel 1851, è la volta di Victor Hugo scegliere la stessa destinazione, in fuga da Napoleone III.

Perché a Bruxelles?

Il Belgio nasce nel 1830, figlio della rivolta cattolica, francofona e liberale delle province del sud del Regno dei Paesi Bassi. Uno Stato cattolico e liberale, ma anche estremamente accogliente per tutti quegli esuli che, come il famoso spettro di Marx, si aggiravano per l’Europa. A inizio 900 è la volta dell’anarchista e pedagogo catalano Francesc Ferrer i Guardia, fucilato al rientro a Barcellona nel 1909 ed ancor oggi celebrato nella capitale belga con una statua di fronte all'Università Libera. Poi arriveranno altri catalani, mischiati ai repubblicani, anarchici e comunisti che fuggono dalla Spagna quando ormai la sorte della Guerra Civil è segnata e che poi continuano ad affluire durante i primi anni del franchismo, segnati da una pesantissima repressione. In Belgio vengono inviati anche diversi Niños de la Guerra, i figli dei difensori della Repubblica mandati in salvo in migliaia senza i genitori. Molti di loro dovranno poi ancora scappare, una volta che il paese viene occupato dai nazisti all’inizio della II Guerra Mondiale. Negli anni 60 e 70 è la volta di esuli e rifugiati dal Sud America, in fuga dalle dittature che scuotono il continente. Immigrazioni politiche che segnano anche il tessuto urbano e culturale della città, con esuli e rifugiati che si concentrano in alcuni quartiere, in particolare Ixelles e Saint Gilles ed aprono caffè, librerie e centri culturali.

Cellule terroristiche

E sempre dalla fine degli anni 70 che iniziano a rifugiarsi a Bruxelles anche militanti di gruppi terroristici. Oltre a quelli della RAF di casa al Dolle Mol, il Belgio e Bruxelles in particolare hanno accolto cellule dell’IRA e diversi membri dell’ETA. Una donna inserita nella lista spagnola degli affiliati al gruppo terrorista basco aveva anche avuto il badge del Parlamento Ue, come assistente di un eurodeputato di Batasuna, l’allora braccio politico dell’ETA. E non era l’unica.

Il mandato di arresto e cattura europeo 

La pacchia finisce, o quasi, dopo gli attentati dell’11 settembre. Sulla scia degli attacchi alle torri gemelle gli Stati membri della Ue approvano il mandato di arresto europeo, uno strumento che impone un sistema teoricamente automatico per il riconoscimento degli ordini di cattura e l’estradizione nell’Europa Unita. Teoricamente perché il Belgio è, assieme a Regno Unito, Germania e Olanda, il paese più garantista sul fronte delle estradizioni, con tanto di una commissione che può valutare se concederla o meno e perché vigono anche altri paletti figli degli accordi internazionali in materia di giustizia. E difatti non sono mancati gli stop da parte di Bruxelles alla consegna di militanti dell’ETA reclamati da Madrid. 

Si torna a Puigdemont

E qui si torna a Puigdemont. Il Presidente della Generalitat non ha chiesto asilo politico al Belgio, ma il suo viaggio a Bruxelles internazionalizza, anzi, europeizza, il conflitto e lo fa, oltre che in politica, anche e soprattutto dal punto di vista dei tribunali. L’Audiencia Nacional ha chiamato Puigdemont a dichiarare giovedì a venerdì sotto l’accusa di ribellione, sedizione e malversazione di fondi pubblici, ma se il diretto interessato non si presenterà all’appuntamento, l’organo giuridico spagnolo dovrà dettare un ordine europeo di cattura il che aprirà un’analisi della richiesta in Belgio. 
Secondo il principio della doppia incriminazione, previsto dai trattati internazionali, Puigdemont potrà essere chiamato a giudizio solo se la fattispecie di reato per cui viene richiesta l’estradizione è riconosciuta anche in Belgio e quindi la legislazione belga dovrà valutare se quelle accuse così chiare a Madrid hanno senso anche a Bruxelles. Un altro spettro si aggira per l’Europa. 
 

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